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Stellantis rimanda l’accordo sulla produzione italiana e mercanteggia sui sussidi

Il ministro delle imprese e del Made in Italy si era già sbilanciato sull’aver quasi chiuso l’accordo con Stellantis per un piano sulla produzione italiana. Ma all’incontro di due giorni fa il governo ha dovuto segnare un’ulteriore battuta d’arresto, con qualsiasi intesa rimandata al tavolo del 30 agosto.

La multinazionale nata dalla fusione tra Fiat e PSA ha fatto quasi 17 miliardi di utili nel 2022, ma ovviamente gioca a tirare la corda col dicastero che ha sede in Palazzo Piacentini. E il governo ha già sperimentato con le banche che è il grande capitale finanziario e industriale a comandare.

Sul piatto c’è un accordo di sistema che abbia come orizzonte il 2030 e la riconversione dell’automotive all’elettrico. In questo processo il governo vorrebbe che l’Italia contribuisse con la produzione di un milione di veicoli, ben 200 mila in più di quelli stimati per l’anno in corso.

Un portavoce di Stellantis ha detto che col ministro stanno “cercando di creare le condizioni per mantenere il ruolo di leader dell’Italia al centro della strategia” dell’azienda. Un eufemismo per dire che Urso deve prepararsi a sborsare più sussidi e garantire condizioni più favorevoli.

E nell’esecutivo sanno che funziona così nell’epoca del dominio del capitale multinazionale, e che dovranno piegare la testa se vorranno avere qualche possibilità di tamponare l’emorragia di lavoratori. Infatti, attraverso vari esuberi con uscite volontari, sono stati tagliati già circa il 20% della forza-lavoro del Belpaese.

Urso, consapevole del destino di desertificazione industriale a cui l’Italia è stata condannata da decenni di politiche di privatizzazioni e delocalizzazioni ha ricordato che “Stellantis è nata 3 anni fa. Chi era al governo allora cosa ha fatto? Cosa hanno fatto gli altri governi in 10 anni? Nulla”.

E non potevano fare nulla, essendo tutti partecipi di questa logica che vuole il pubblico al servizio del privato, con CGIL-CISL-UIL complici. In tutta questa storia, infatti, anche il conflitto sul posto di lavoro è sedato dalla Triplice, interessata solo a sedersi al tavolo delle trattative.

Se non sono in primis i sindacati a mettere in dubbio gli utili dell’azienda e a costruirsi la forza contrattuale per inceppare questo modello, di certo non sarà questo governo a farlo. Che dovrebbe, al contrario, mettere in campo un serio piano industriale fondato sul ritorno alla centralità del pubblico e dell’interesse collettivo.

Servirebbe anche a pianificare una reale transizione ecologica, che oggi è pensata unicamente nella cornice del salto di qualità competitivo del capitale su base continentale, rappresentato dalla UE. E dunque, in maniera subordinata ai profitti, ben lontana dalle concrete necessità imposte dalla crisi climatica.

In questo quadro lo stabilimento di Termoli nella riorganizzazione di tutta la filiera europea mantiene una certa importanza. Infatti, dovrebbe diventare la terza gigafactory della joint venture Automotive Cells Company (ACC), che unisce Stellantis, Mercedes-Benz e TotalEnergies.

Il governo Meloni, le cui logiche sono tutte interne a quelle di Bruxelles, dovrà decidere quanti costi di queste mire strategiche far pagare al paese, quando cederà a Stellantis. Ma i «campioni europei» non si possono toccare, a Roma dovrebbero averlo imparato ormai.

A meno che tu non voglia esprimere un’alternativa di sistema che faccia gli interessi dei lavoratori e dei settori popolari. Ma non è certo il caso di Meloni e compagnia.

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