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Crisi industriali. I lavoratori Jabil di Caserta e quelli di Piombino chiedono garanzie vere

Il 16 aprile si è svolto un incontro ristretto presso il MIMIT tra il Ministro Urso e le organizzazioni sindacali, a seguito della richiesta di USB di non tenere un tavolo in plenaria con la partecipazione del soggetto TME.

Durante l’incontro, il Ministro ha illustrato il quadro della vertenza, affermando che in questi mesi il Ministero ha cercato soggetti industriali alternativi a TME, ma che ad oggi l’unica proposta concreta sul tavolo resta quella presentata da TME e condivisa anche da Invitalia stessa, il cui apporto verrebbe meno nel caso di assenza di un avvallo sindacale al percorso paventato da Jabil e che prevede la cessione a TME.

USB ha ribadito con chiarezza la propria posizione, condivisa e rafforzata dalla mobilitazione dei lavoratori del 15 aprile: il livello di sfiducia nei confronti di TME è totale. Non solo per quanto è accaduto lungo tutto il corso della vertenza, ma anche perché non esiste un piano industriale credibile, né dal punto di vista occupazionale né da quello finanziario, anche se sostenuto da Invitalia.
Abbiamo chiesto con chiarezza una sola cosa: il tempo necessario.
Tempo per permettere che venga individuato un nuovo soggetto industriale, attraverso un percorso di scouting condotto da un advisor affiancato dal Ministero, in grado di garantire una prospettiva produttiva reale e la piena tutela occupazionale per il sito di Marcianise.
Se questo tempo non verrà concesso, e se Jabil intende ora agire in modo unilaterale, saranno i lavoratori a prenderselo attraverso la mobilitazione.
La responsabilità di costruire un’alternativa passa dalle istituzioni, ma la determinazione di chi lavora non farà un passo indietro.
Il Ministro alla fine dell’incontro, pur prendendo atto della posizione espressa -va detto- da tutte le sigle presenti, ha indicato una disponibilità di massima a mantenere comunque l’attenzione sulla vertenza.

Sul futuro industriale delle ex acciaierie di Piombino assistiamo ancora una volta a tavoli, annunci, accordi tra grandi gruppi industriali – Liberty Magona, Piombino Logistics, JSW Steel e Metinvest Adria – e istituzioni che parlano di rilancio, investimenti, riconversioni. Ma i lavoratori di Piombino sono stanchi delle chiacchiere.

La situazione della Liberty Magona è emblematica: una fabbrica storica, simbolo del territorio, oggi in piena crisi industriale e occupazionale, con linee ferme, volumi produttivi ridotti al minimo e una totale incertezza sul futuro.

Azienda e istituzioni tacciono, mentre i lavoratori pagano il prezzo con cassa integrazione, precarietà e angoscia.

Nel frattempo, si moltiplicano i proclami di nuovi investimenti, piani industriali mai resi pubblici, e intese tra gruppi privati che lasciano fuori chi conta davvero: i lavoratori e la città di Piombino.USB dice basta! Non accetteremo operazioni calate dall’alto, fatte sulla pelle dei lavoratori e del territorio.

I l progetto Metinvest? JSW? Gli annunci di milioni di euro? Bene, ma prima dei profitti e delle foto di rito pretendiamo risposte chiare: Quanti posti di lavoro veri verranno creati? Quali contratti verranno applicati? Che fine faranno i lavoratori oggi ancora in attesa di certezze, a partire da quelli di Liberty Magona?Chi controllerà il rispetto delle norme su salute, sicurezza e impatto ambientale?

È ora che lo Stato faccia la sua parte. Serve un intervento pubblico diretto nel polo siderurgico di Piombino. Non possiamo più affidarci alle logiche del mercato e alle promesse dei gruppi industriali privati.

Chiediamo con forza che il Governo entri direttamente nelle partite in corso, con una regia pubblica chiara e vincolante, per garantire:

  • la tutela occupazionale di tutti i lavoratori coinvolti;
  • investimenti trasparenti e tracciabili;
  • un piano ambientale serio che ponga fine al degrado e alla minaccia per la salute dei cittadini.

Non staremo a guardare mentre altri decidono sul futuro di Piombino senza coinvolgere chi in questa città ci lavora e ci vive.

USB è pronta a mobilitarsi, nei luoghi di lavoro, nelle piazze e ovunque serva, per difendere con forza i diritti calpestati di centinaia di famiglie.

O si riparte dai lavoratori e dal territorio, o non si riparte affatto.

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