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Salva l’Italia crepando

Meritoriamente, “il manifesto” ha denunciato l’ennesima norma criminogena di un governo “tecnicamente” mortifero. Stiamo infatti parlando di una normativa già ampiamente aggirata nei fatti dalle imprese di ogni livello; garantire “meno invasività” significa incitarle a rispettare ancor meno gli standard minimi.

I due articoli che qui riportiamo sono abbastanza esaustivi, ma una nota particolare va fatta anche da parte nostra. L’unica parte dell’attività aziendale che non verrà “graziata” è quella fiscale: su tutto il resto – sicurezza, ambiente, contratti, ecc – la “libertà” di fare disastri è assicurata.

Naturalmente si può mettere anche sul piano della retorica “militaresca”: per “salvare la patria” (la profittabilità delle imprese) si deve anche essere disposti a sacrificare la viita…

La crescita val bene dei morti in più

Francesco Piccioni

Il decreto «semplificazioni» impone di abbassare gli standard di verifica dentro le aziende Concertazione solo con le aziende, controlli «amichevoli» ed esenzione per chi è «certificato iso»

«Tecnicamente» la si potrebbe definire un incentivo a lasciare perdere e facilitare, quindi, il verificarsi di incidenti gravi e gravissimi sul lavoro. Magari anche qualcosa di più… Parliamo dell’art. 14 del «decreto semplificazioni» che – al comma 4 – prevede almeno tre vie per evitare che le aziende «soffrano» controlli dalle autorità sul rispetto delle normative di sicurezza. Il testo, per ora, si limita ad affidare al governo una «delega» perché emani, entro sei mesi, le norme attuative; le linee di indirizzo, invece, sono esplicitate fin da subito. La logica-quadro è quella di «favorire la crescita» economica, sacrificando – se necessario – tutto il resto.
Si raccomanda dunque di istituire una «commissione» per scrivere i decreti attuativi in regime di «concertazione». Tutto bene? Neanche per sogno: a far la parte dei «consulenti» saranno chiamate soltanto le imprese, i sindacati restano fuori. Già questo fatto, da solo, costituisce un vero e proprio attentato alla normativa sulla sicurezza, perché «squilibra» il peso degli interessi in campo: il lavoro – l’unico che abbia l’esatta percezione del «pericolo» che viene corso – non viene nemmeno consultato.
Questo trattamento di favore deve esser sembrato ancora poco ai «tecnici» assisi sulla poltrona di ministro. Alla lettera «d» dello stesso comma 4, quindi, viene imposta la «collaborazione amichevole con i soggetti controllati, al fine di prevenire rischi e situazioni di irregolarità». Per chi conosca l’Italia e la «fermezza» dei controlli sulla sicurezza – compresa l’annosa disputa sulle competenze a farli, tra le Asl che dipendono dalle Regioni e gli Ipl del ministero del lavoro – questo invito alla «collaborazione» suona come un implicito «non disturbate» l’attività produttiva. Ovvero il contesto reale entro cui si può misurare il grado di rischio di determinate attività. Per dire, ispezionare un macchina in movimento o una ferma dà risultati diversi. Non a caso l’identica espressione («amichevole») era contenuta nei vari testi che Maurizio Sacconi aveva elaborato per ottenere lo stesso risultato finale.
La certezza logico-matenatica arriva con la lettera «f» del dannato comma 4: «soppressione o riduzione dei controlli sulle imprese in possesso della certificazione del sistema di gestione della qualità (Uni Iso-9001, ecc) o altra appropriata certificazione emessa». In pratica: quelle aziende che hanno ottenuto una certificazione non subiranno più controlli. E quindi nessuno potrà mai sapere se all’interno le condizioni cambiano al punto da cancellare i requisiti di sicurezza adeguati allo status garantito dalla «carta».
Non c’è bisogno di immaginare un’impresa in mano alla malavita per capire che questo combinato disposto di «indicazioni» cancella – in prospettiva, certo, ma in modo chiaro – la questione della sicurezza sul lavoro e la funzione degli appositi delegati sindacali eletti dai dipendenti. Se accostiamo poi a quanto detto l’insistenza sull’abolizione dell’art. 18, abbiamo un quadro ancora più limpido all’atto pratico. Nessun lavoratore o delegato potrà più, «in piena coscienza e indipendenza», protestare per l’assenza o insufficienza di misure di sicurezza – come già ora per i lavoratori precari – senza correre il rischio di venir licenziato (non subito, magari) per aver fatto valere un banale diritto all’incolumità e alla vita (mica a diventar «privilegiato»). Come suonano lontane le parole che il presidente Napolitano pronuncia ogni volta che – per numero di morti o assurdità della situazione – qualche tragedia sul lavoro irrompe sui media: «gli infortuni e le morti sul lavoro costituiscono un fenomeno sempre inaccettabile e non può abbassarsi la guardia, riducendo gli investimenti nel campo della prevenzione e della sicurezza sul lavoro».
E come suonano invece attuali quelle di Giulio Tremonti alla Berghem-fest di due anni fa: «robe come la 626 (la legge sulla sicurezza sul lavoro) sono un lusso che non possiamo permetterci. Sono l’Unione europea e l’Italia che si devono adeguare al mondo». Solo che ora c’è Monti, supportato anche dal Pd.
Salva l’Italia crepando
Loris Campetti
«Decreto semplificazioni»: il governo Monti non poteva trova«Decreto semplificazioni»: il governo Monti non poteva trovare un modo migliore per indicare il decreto legge 5/2012. Infatti serve, tra le altre cose, a semplificare la vita dei padroni come garantisce l’art. 14.
Come è noto è la burocrazia (oltre all’articolo 18) a tarpare le ali alle imprese e a tenere lontani gli investimenti stranieri. Troppi controlli e troppi controllori. Prendiamo le norme sulla sicurezza sul lavoro: sarebbe meglio, anzi è meglio sostituire le lungaggini concertative dei decreti attuativi con un semplice confronto delle associazioni imprenditoriali. Già, che c’entrano i sindacati con la sicurezza sul lavoro? Che c’entrano i delegati operai addetti specificamente alla difesa della salute psicofisica dei lavoratori? E poi, volete sapere come dovrebbero intervenire i «controllori»? Con una «collaborazione amichevole con i soggetti controllati, al fine di prevenire rischi e situazioni di irregolarità». Magari facendo una telefonata amichevole prima di un’eventuale ispezione. Non basta ancora: il decreto stabilisce la «soppressione o riduzione dei controlli sulle imprese in possesso della certificazione del sistema di gestione della qualità o altra appropriata certificazione emessa, a fronte di norme armonizzate». D’ora in poi basterà aver messo le mani su un certificato per non avere rotture di scatole in azienda.
È l’opposto di quel che chiedono i pm torinesi che hanno istruito i processi esemplari contro la ThyssenKrupp per il rogo che ha ucciso 7 operai metalmeccanici e contro l’Eternit per la strage di migliaia e migliaia di lavoratori e cittadini.
Servirebbe una razionalizzazione del lavoro che coinvolge diverse istituzioni e soprattutto una professionalizzazione delle equipe che si occupano di sicurezza sul lavoro e ambiente. Dunque più investimenti, un maggior coordinamento e, secondo Raffaele Guariniello, una sorta di superprocura nazionale perché «i reati contro la sicurezza sul lavoro non sono di serie B rispetto ai reati delle mafie».
La risposta del governo Monti, invece, prefigura una deregulation dagli effetti devastanti per chi lavora, secondo la filosofia che mette i profitti al di sopra di tutto, anche della vita di chi lavora. Gli operai svuotati di soggettività e diritti diventano pura appendice delle macchine, variabili dipendenti del mercato. La sicurezza costa, è un lusso che in tempi di crisi non ci si può più permettere. Bisogna essere rapidi, snelli, riducendo al minimo i controlli che fanno perdere tempo e soldi.
Grazie a questa filosofia ogni anno in Italia muoiono più di mille lavoratori, una cifra impressionante che nel 2011 è tornata a crescere. È il prezzo del lavoro inteso come generosa concessione dei padroni che bisogna pagare, perché meno si disturba il manovratore più si produce ricchezza e tutti stanno meglio.
Per fortuna sono arrivati i professori al timone della nave con il progetto «salvaitalia». Se poi gli italiani crepano sul lavoro, facciamocene una ragione. O forse no.

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