Tv e giornali parlano di “scontri” prima del derby della Mole tra Torino e Juventus. La formula è sempre la stessa: generica, comoda, rassicurante. Serve a mettere tutto nello stesso calderone, a cancellare responsabilità, a trasformare la violenza istituzionale in semplice disordine da stadio.
Ma il fatto centrale è un altro: un tifoso juventino di 45 anni è stato ricoverato in codice rosso dopo essere stato colpito alla testa da un lacrimogeno che, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stato sparato ad altezza persona dalla polizia. Alcune cronache riportano che alla base della protesta degli ultras bianconeri ci sarebbe proprio l’intervento degli agenti con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, uno dei quali avrebbe colpito il tifoso, poi trasportato prima al Mauriziano e successivamente al CTO per un trauma cranico.
Ancora una volta, un atto pericolosissimo, vietato dagli standard internazionali sull’uso della forza e incompatibile con qualsiasi principio di proporzionalità, ha rischiato di trasformarsi in tragedia. I lacrimogeni non sono strumenti da puntare contro i corpi. Non sono proiettili da sparare contro teste, volti, occhi. Sono armi “meno letali” solo nella definizione burocratica: quando vengono usate ad altezza uomo possono mutilare, accecare, uccidere.
Eppure sta diventando una pratica sempre più ordinaria. Lo abbiamo visto nelle piazze, nei cortei, nelle manifestazioni per la Palestina, nelle proteste sociali, negli sgomberi, negli stadi. Negli ultimi mesi il caso di Lince, giovane manifestante bolognese colpita da un lacrimogeno durante una manifestazione per la Palestina, ha mostrato in modo drammatico cosa significhi questa violenza: un occhio perso, la vita cambiata per sempre. Lo stesso schema si è ripetuto con un lavoratore romano ferito da un lacrimogeno. Ora Torino.
E non è un dettaglio che accada proprio a Torino. Una città che il ministro Piantedosi ha trasformato in laboratorio permanente di militarizzazione: quartieri occupati dalle forze dell’ordine, gestione muscolare dell’ordine pubblico, uso massiccio di lacrimogeni, pressione continua sui luoghi del conflitto sociale. Dopo lo sgombero di Askatasuna, un intero pezzo di città è stato trattato come territorio nemico. Non come spazio urbano abitato da persone, ma come zona da presidiare, controllare, intimidire.
Il derby della Mole diventa così l’ennesimo episodio di una deriva più ampia. La questione non è difendere questa o quella tifoseria. La questione è impedire che la polizia possa usare strumenti potenzialmente letali come se fossero normali mezzi di gestione della folla. Perché quando un lacrimogeno viene sparato ad altezza persona, non siamo più davanti a una tecnica di contenimento: siamo davanti a un’aggressione.
La narrazione dominante, invece, assolve sempre lo stesso copione. Prima si parla di “scontri”. Poi si elencano oggetti lanciati, tensioni, fermati, feriti tra gli agenti. Infine scompare il punto decisivo: chi ha sparato? Con quale ordine? A quale altezza? Con quale traiettoria? Chi risponde se una persona finisce in codice rosso per un trauma cranico?
Sono domande che dovrebbero essere poste immediatamente da ogni redazione, da ogni istituzione, da ogni garante dei diritti. Invece il riflesso automatico è coprire la violenza della polizia dentro la parola magica “ordine pubblico”.
Ma ordine pubblico non significa licenza di colpire. Non significa impunità. Non significa poter trasformare un lacrimogeno in un proiettile contro il corpo di una persona. Se un tifoso, un manifestante, un lavoratore o una ragazza in corteo possono perdere un occhio, finire in ospedale o rischiare la vita per una scelta operativa della polizia, allora il problema non è più l’ordine pubblico. Il problema è la violenza di Stato.
La domanda, allora, è semplice: chi sono i violenti?
Quelli che manifestano, protestano, tifano, attraversano una piazza? O quelli che sparano lacrimogeni ad altezza uomo, militarizzano interi quartieri e poi pretendono di chiamare tutto questo “sicurezza”?
#Tout le monde déteste la police.
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