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Quello che manca nei conti di Tria

Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha affermato che le previsioni della Commissione europea relative al deficit italiano sono in netto contrasto con quelle del Governo italiano e derivano da un’analisi non attenta e parziale del Documento Programmatico di Bilancio (DPB), della legge di bilancio e dell’andamento dei conti pubblici italiani, nonostante le informazioni e i chiarimenti forniti dall’Italia. Lo stesso Tria ha aggiunto ha aggiunto: “Ci dispiace constatare questa défaillance tecnica della Commissione, che non influenzerà la continuazione del dialogo costruttivo con la Commissione stessa in cui è impegnato il Governo italiano. Rimane il fatto – ha aggiunto – che il Parlamento italiano ha autorizzato un deficit massimo del 2,4% per il 2019 che il Governo, quindi, è impegnato a rispettare”.

C’è un un non so che di professorale in questa bacchettata che il ministro dell’Economia italiano ha rifilato ai contabili della Commissione europea, ed occorre ammettere che la bacchettata di Tria qualche fondamento ce l’ha. Per almeno due motivi. Uno empirico: in passato quasi mai le previsioni e i calcoli dei tecnocrati di Bruxelles si sono rivelati esatti. L’altro è politico: fare valutazioni e indicare paletti dirimenti sulla base di previsioni – naturalmente sempre esposte a variabili e imprevisti – è un esercizio di autoritarismo che rende la Commissione Europea insopportabile e  ne disvela sempre più la natura di apparato coercitivo.

I conti sono questi ed a questi dovete adeguarvi, punto! Insomma tutto il contrario di un organismo teso a trovare un punto di equilibrio tra le esigenze di bilancio (ed economiche) degli stati membri, sia dell’Eurozona che dell’Unione Europea.

Rispetto ai dati forniti dal governo italiano, la Commissione europea ha rivisto al rialzo le stime sul rapporto tra deficit e Pil: nel 2018 dall’1,7% previsto in primavera all’1,9%, per poi schizzare al 2,9% nel 2019 «a causa delle misure programmate». Secondo Bruxelles, nel 2020 il deficit sfonderà il famigerato (e fasullo) tetto del 3%, raggiungendo il 3,1%.

Ci sono poi le stime del Fmi sull’Italia. Nel Regional Economic Outlook per l’Europa, il Fmi prevede una crescita dell’1,2% per il 2018, dell’1,0% per il 2019 e dello 0,9% per il 2020. Nel 2017 l’Italia era cresciuta dell’1,5 per cento.

Dunque secondo il Fmi il denominatore (il Pil) crescerebbe meno di quanto indicato dal governo rispetto al numeratore (il debito pubblico) e quindi farebbe crescere il deficit.

Su questo si apre una sfida secolare nelle scuole di pensiero degli economisti. Il governo italiano ritiene che facendo deficit spending (cioè iniettando spesa pubblica nel sistema anche andando in deficit) questo produrrebbe un beneficio nell’economia del paese e quindi porterebbe ad un incremento del Pil. La Commissione europea, coerente con il dogma ultraliberista, sostiene che la crescita si ottiene solo tagliando la spesa pubblica, riducendo il debito pubblico e dunque il deficit.

I fatti che cosa ci dicono? Che le politiche di taglio della spesa pubblica perseguite sistematicamente da tutti i governi sulla base dei diktat dei Trattati europei (dal 1992 di Maastricht in poi), non hanno portato né alla riduzione del debito pubblico (anzi…), né ad una crescita congruente del Pil. Al contrario hanno visto crollare investimenti, consumi, servizi del welfare, salari reali, condizioni e aspettative generali di vita del paese. Eppure alla Commissione europea ribadiscono che la sola strada che va seguita è questa, pena le sanzioni.

Messe così le cose, si dovrebbe pensare che il governo italiano stia facendo la cosa giusta, tanto più se risponde per le rime ai tecnocrati della Commissione europea.

Ma da quello che si intravede dalla manovra di bilancio, e soprattutto da quello che uscirà dalla discussione in aula (in base agli annunci, alle soffiate e alle indiscrezioni), c’è – sì – una certa predisposizione a usare lo strumento della spesa pubblica in deficit per mettere un po’ di risorse in un sistema economico stagnante ma, come fatto dai governi precedenti, persiste la micidiale logica di dare soldi pubblici alle imprese e ai contribuenti già benestanti, piuttosto che alle famiglie con redditi più bassi o ai lavoratori dipendenti.

In pratica si applica la logica della Flat Tax con la balzana idea che solo mandando “più soldi in alto” questi prima o poi “sgocciolino verso il basso”. Una visione in cui la maggior parte della popolazione, quella con bassi redditi, sta come un cane sotto la tavola, in attesa di briciole cadenti.

In pratica le tesi neoliberiste, in prima istanza contrastate con il deficit spending, vengono poi riconfermate e rafforzate utilizzando le risorse pubbliche per agevolare pochi rispetto ai tanti. Sta in questo la natura dei provvedimenti messi in cantiere e l’inganno rispetto alle grandi aspettative dei settori popolari verso l’attuale governo.

Siccome alcuni dei lettori ci accusano di essere prevenuti contro l’attuale governo, rammentiamo a tutti che sono i fatti ad avere la testa dura.  Stiamo solo cercando di indicare la luna, chi vuole è libero di guardare il dito.

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2 Commenti


  • Roberto

    mandare i lavoratori in pensione a 62 anni non favorisce i ricchi.dare la cassa integrazione ai lavoratori licenziati non favorisce i ricchi.chi e’ che guarda il dito invece della luna?

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