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L’Italia entra nella catena del valore cinese. Firmato maxi-accordo

Ne abbiamo accennato un mese fa, oggi arriva la firma. Oggi pomeriggio, a Milano, alla presenza del ministro Tria e dell’omologo cinese Liu Kun, verranno siglati diversi accordi.

Vediamo i due più importanti. Il primo è quello tra Ivass, il regolatore italiano delle assicurazioni e del risparmio, con l’equivalente ente di Pechino, per aprire il mercato del risparmio cinese alle banche, alle assicurazioni e ai fondi italiani.

Il secondo, e qui la sostanza non è da poco, è l’accordo tra la società pubblica di riassicurazione dei crediti alle esportazioni – Sace – con l’omologa cinese Exim Import Bank, per assicurare le società italiane interessate da accordi di fornitura nel mercato cinese e in paesi terzi lungo la Via della Seta.

Milano Finanza riporta stamane che i colossi industriali cinesi sono interessati da accordi di fornitura con imprese italiane già oggi nel settore petrolchimico, nella infrastrutture e nell’aerospaziale.

Circa le infrastrutture, Cassa depositi e Prestiti sta facendo da regista con Impregilo, che si dovrebbe fondere con Astaldi e altre imprese di costruzione in crisi. E’ il progetto Italia, propedeutico all’infrastrutturazione della via della Seta, come da memorandum italo cinese del marzo scorso.

A quanto si sa, nei prossimi anni l’accordo potrebbe allargarsi alla farmaceutica, all’agroalimentare e alla meccanica.

Come avevamo scritto nel marzo scorso, il nostro paese ha ora l’occasione di spostare la sua rete di subfornitura dall’Europa a trazione germanica, deflazionista e che porta ad un notevole ribasso del prezzo delle merci e dei profitti, al mercato asiatico e cinese in particolare, che invece dal 2009, grazie alla legge sul lavoro, è reflazionista.

Avendo un tasso di investimento pari al 42%, contro il 18% tedesco, se gli accordi fossero realizzati la Cina potrebbe spingere ad un salto tecnologico le aziende di fornitura italiane, che presentano un tasso di investimento, data la deflazione produttiva tedesca, di appena il 17%. 

Si confronterebbero così due paesi che hanno rispettivamente il 2.3% e il 30% della produzione industriale mondiale e che, per tale motivo, lascerebbe spazio ad una reindsutrializzazione dell’Italia.

Si dovrebbero creare consorzi ma, data la mentalità ristretta dell’imprenditoria italiana, sarebbe l’occasione per far sì che tali consorzi fossero a guida pubblica.

Se avessimo un’altra classe politica ed un’altra classe dirigente, si dovrebbe parlare di un necessario ritorno dell’intervento pubblico.

Gli altri paesi europei si stanno già indirizzando verso i nuovi assetti,  vedi il Progetto Altmaier, il ministro dell’economia tedesca, ma da noi è tabù. Difficile da estirpare, la mentalità da “padroncini” dell’imprenditoria italiana.

Questo il limite più grande di tale accordo.

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