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Confindustria piange, ma non capisce

Con il solito senso del “servizio”, o del servitore, la stampa italiana ha dato conto delle lamentazioni e delle richieste del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, al Festival dell’economia di Trento.

Pura trascrizione del ragionamento, senza alcuna domanda sulle scelte degli imprenditori italiani, come se lo sguardo indagatore della stampa fosse programmato per fermarsi ai cancelli delle fabbriche o ai portoni degli uffici. Come se ci si potesse occupare degli effetti di una crisi senza nulla voler sapere delle cause.

Vediamo un attimo qualche dettaglio. Interrogato sull’evidente crisi della produzione Orsini ha dato in primo luogo la colpa a cause esterne. «L’industria italiana è penalizzata dagli alti costi dell’energia, abbiamo un gap che ci vede al 27° posto nella Ue. Questo è un problema, speriamo che si riesca a trovare una soluzione per Hormuz e che il conflitto possa finire. Non vogliamo delocalizzare le nostre industrie e deindustrializzare il nostro Continente».

Sicuramente è un fattore rilevante, che dovrebbe far alzare la voce contro un governo incapace e un sistema europeo dei prezzi dell’energia – collegato automaticamente al prezzo più alto del gas, secondo un meccanismo delirante – chiedendo dunque una revisione veloce e drastica di una serie di decisioni che favoriscono solo la speculazione e i profitti delle società energetiche.

Nemmeno per sogno… «In un momento come questo l’Europa deve unirsi per poter varare politiche economiche vere a sostegno delle imprese. Imprese e lavoratori sono la stessa cosa, è in gioco la tenuta sociale dell’Italia e della Ue. Ad oggi però le politiche europee sono deficitarie».

Le “politiche a sostegno delle imprese”, specie in Italia, sono state quasi sempre unilaterali e deflazionistiche. Ossia: orientate alla moderazione salariale (il costo del lavoro, come quello dell’energia, entra nella formazione del prezzo di tutte le merci, ma è quello considerato più semplice da ridurre per via politica) e alla riduzione del “salario sociale” (welfare, sanità, istruzione, servizi sociali).

Problema immediatamente derivante: salari deboli significano basso potere d’acquisto, quindi “domanda debole” per merci prodotte qui che devono cercarsi compratori altrove, sul mercato internazionale. Dove però incontrano – come anche sul piano nazionale – competitori molto ben attrezzati (cinesi o di altri paesi) oppure ferocemente “protetti” da dazi politicamente decisi (Stati Uniti, che però non riescono lo stesso ad essere “competitivi” ma si limitano a rendere più costose le importazioni, con effetti inflazionistici per i propri cittadini).

Tanto meno Confindustria mette in discussione la tendenza dei propri iscritti – le imprese industriali, appunto – a vendere l’attività e dedicarsi alla finanza oppure a business sussidiati (come la sanità “privata” garantita dai soldi pubblici).

Il resto è la solita solfa. Nell’automotive «non vogliamo fabbriche cacciavite, assemblando componenti dall’estero, dobbiamo salvaguardare tutta la filiera». “Purtroppo”, dice Orsini, bisogna fare i conti con la concorrenza cinese: «chi produce in Cina è sostenuto per il 30% dallo Stato per conquistare nuovi mercati. Senza la neutralità tecnologica abbiamo regalato un pezzo di automotive ai cinesi. Sono diventati i primi sull’automotive, sui televisori e sul bianco, e la Ue è spettatore, facendo l’arbitro con il fischietto tra Usa e Cina».

Anche un osservatore superficiale nota che le auto cinesi si stanno conquistando un grande spazio ai danni di quelle europee, ora, non tanto per ragioni di prezzo quanto di tecnologia e consumi. Le auto elettriche, infatti, nonostante il costo abnorme dell’energia, “consumano meno” di quelle ad idrocarburi (in euro per chilometro). Fin qui erano comunque svantaggiate dalla limitata autonomia (nell’ordine 3-400 km) e soprattutto dai lunghi tempi di ricarica. Il che ne confinava l’uso all’ambiente cittadino.

Ma con le nuove batterie – cinesi, of course – questi due limiti stanno venendo ampiamente superati, rendendo l’auto elettrica “competitiva” anche sui percorsi extraurbani più lunghi.

Chi, come i produttori europei e statunitensi, ad un certo punto ha preferito evitare gli investimenti indispensabili per il passaggio dalla motorizzazione ad idrocarburi verso l’elettrico – con le relative infrastrutture di rifornimento, ancora  basate sull’assoluta prevalenza di diesel e benzina – e farsi “difendere” dagli Stati o dalla UE con i dazi, o ulteriore deflazione salariale, si è invece scavato la fossa.

E non basta certo sposare le bufale del “negazionismo climatico” per creare un “ambiente favorevole” all’industria, qualunque essa sia.

Se, insomma, c’è un aspetto “inquietante” nelle giaculatorie confindustriali è proprio questa incapacità di individuare sia le cause della propria crisi che le possibili vie d’uscita. La “ricetta” è sempre la stessa: tariffe di favore (per l’energia, soprattutto), defiscalizzazione di molti oneri (quelli previdenziali, in primo luogo), blocco salariale, allungamento della giornata lavorativa e flessibilità totale sulle turnazioni, protezione dalla concorrenza estera.

Davanti c’è l’abisso della deindustrializzazione, verso cui ha spinto proprio quella “ricetta”. Ma si chiede di fare “un altro passo avanti” nella stessa direzione. Gli esisti sono certi…

Il tutto senza neanche considerare – l’impresa privata non se ne cura, ma pretende di trovarsi le soluzioni già fatte a spese di altri, ossia del “pubblico” – l’effetto desertificante che quelle scelte hanno avuto sull’istruzione, i saperi, i talenti delle generazioni. Un processo diventato inarrestabile dai primi anni Novanta (con la caduta del “socialismo reale”), ma iniziato un decennio prima, con la revanche neoliberista avviata da Reagan e Thatcher.

Solo che quella “vittoria sul lavoro”, che indubbiamente gonfiava i profitti insieme al dispotismo sui dipendenti, ha eliminato ogni necessità – e competenza – relativa alla strategia di politica economica, industriale, sociale e dell’istruzione all’altezza dei tempi.

In altri termini, ha eliminato ogni capacità di affrontare “il mercato” secondo una logica di sistema, come se l’individualismo proprietario arraffone fosse sufficiente per navigare – a vista corta – per sempre.

A noi non sembra invece una cosa strana il fatto che in questo momento prevalgano in modo netto quei sistemi industriali che si sono sviluppati dentro una logica unitaria, “programmata” e “pianificata” sull’arco dei decenni invece che sui tempi sincopati della “trimestrale di cassa” sui giocare la quotazione del titolo azionario.

Uscire da questo imbuto non sarà possibile finché continuerà a prevale quella logica miserabile dell’imprenditore “assistito”, che chiede “libertà d’azione” quando c’è da spremere o incassare, ma pretende “protezione pubblica” quando si tratta di fare i conti con il proprio fallimento.

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1 Commento


  • Lu

    Mah, direi che i sintomi sono tipici di un’industria a basso valore aggiunto con tecnologie arretrate e scarsi investimenti in R&S. Questo è vero in particolare per le Piccole M*** Industrie, l’insano tessuto produttivo Italiano che non ha mezzi per stare al passo ed essere competitivo.
    PS: M*** si può sostituire con Miserabili, Minime etc.

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