Il ricco e recente dibattito scaturito intorno alla questione dell’Intelligenza artificiale (IA) non può prescindere, oltre alle legittime domande sul “futuro dell’umanità”, dall’impatto che questa avrà direttamente sul mondo del lavoro e su chi del proprio lavoro e vive e trae il proprio reddito.
L’introduzione dell’IA nei processi di lavoro equivarrà, infatti, a una ondata di automazione che allo stato attuale possiamo dire essere appena all’alba di una profonda ristrutturazione produttiva globale, molto probabilmente paragonabile per portata a quella che negli anni Settanta travolse l’industria manifatturiera occidentale, aprendo la strada a quella che sarebbe diventata la “seconda fase della globalizzazione”.
La ristrutturazione produttiva degli anni Settanta
Allora come oggi, la parola d’ordine era “competitività”. Con il salto tecnologico in termini informatici, comunicativi e logistici la produzione venne delocalizzata verso paesi a minor costo del lavoro, dove la deregolamentazione e l’assenza di vincoli ambientali promettevano margini di profitto maggiori. Nel cuore dell’imperialismo, la cosiddetta Rust Belt statunitense divenne il simbolo di un declino economico, sociale e culturale.
In Italia, città come Genova o Torino persero il peso politico ed economico acquisito con il boom economico, conoscendo quartieri abbandonati, carenza di servizi e soprattutto una classe operaia che assieme al lavoro perdeva quell’identità collettiva costruita attorno alla fabbrica, che negli anni aveva portato avanti lotte e conquistato diritti, per tutti e tutte.
La ristrutturazione produttiva frammentò la classe sociale, divise i lavoratori e aumentò la disoccupazione, e oggi possiamo confermare che solo parzialmente è stata riassorbita dal settore terziario, a minor salario e garanzie, dando vita a quel “precariato” che da allora non ha mai smesso di espandersi.
L’impatto sul lavoro dell’Intelligenza artificiale
Oggi, con l’IA – a torto a volte chiamata “generativa” – ci troviamo di fronte a un ulteriore salto di qualità. La differenza cruciale è che le mansioni colpite non saranno solo quelle ripetitive e facilmente automatizzabili (l’operaio di linea, per intendersi), ma quelle più strettamente cognitive, complesse e qualificate.
Facendoci aiutare proprio dall’IA (!), secondo uno studio di Coface e dell’Observatoire des Métiers più di un quarto del contenuto lavorativo nel management, nell’amministrazione, nelle professioni creative, nel diritto e nella finanza risulta tecnicamente automatizzabile.
Altri studi affermano che con l’implementazione dell’IA nei processi produttivi circa il 15% dei mestieri avrebbe una soglia superiore del 30% di mansioni automatizzabili, considerata la linea oltre la quale il mestiere si trasforma profondamente.
“Colletti bianchi e blu”, tutti nel mirino dell’IA
I dati confermano che l’esposizione non risparmia i “colletti bianchi”. Un rapporto congiunto ILO-NASK rileva che l’esposizione è cresciuta in ruoli professionali e tecnici come analisti finanziari, sviluppatori web e programmatori. Lo stesso Mustafa Suleyman, CEO di Microsoft AI, ha dichiarato che “la maggior parte dei compiti dei cosiddetti colletti bianchi — avvocati, commercialisti, project manager, esperti di marketing — sarà completamente automatizzata dall’IA entro i prossimi 12-18 mesi“.
È molto probabile che gli avvocati junior non passeranno più le notti a leggere quaranta clausole contrattuali: l’IA lo fa in pochi secondi. Gli insegnanti vedono già oggi sistemi capaci di valutare elaborati e fornire feedback personalizzati. Il mondo delle “vere” partite IVA — consulenti, professionisti, freelance — usano già l’IA in massa: otto su dieci, secondo un’indagine Fiscozen, con un risparmio medio di oltre 260 ore lavorative all’anno.
La questione di classe
Le conseguenze di classe di questa trasformazione sono facilmente intuibili. L’IA diminuisce la quota lavoro nel processo produttivo, sposta il valore appropriato dalla parte del capitale, erode la sempre più residua base fiscale costruita sui redditi da lavoro e crea così potenziali nuove tensioni sui sistemi di welfare, già indeboliti da 40 anni di “rivoluzione neoliberale”.
Il nesso “più titolo di studio uguale più reddito e più sicurezza” si indebolisce così in modo ulteriore. La probabile proletarizzazione di ulteriori settori si società fino a oggi garantiti (i 40.000 di Torino!) aprirà scenari storicamente inediti, che chiameranno a nuova sfida le forze di classe di questo paese e non solo.
Come fare convergere in un’unica proposta politica gli interessi di quel che rimane del proletariato industriale e del prossimo proletariato cognitivo dinanzi ai costi sociali che il capitale si appresta a scaricare sul lavoro? Come ricomporre in questo scenario la frammentazione sociale nei servizi diffusi? Come mettere a sistema il portato di rottura dimostrato dal lavoro migrante in questi anni di fiacca mobilitazione operaia?
Non è un articolo che può rispondere a questa domanda, quanto piuttosto la sperimentazione sul campo di forme di organizzazione all’altezza dei tempi.
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