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Marchionne fa paura anche alle imprese. Perché?

La frase choc è già famosa: a Pomigliano, sul caso dei 19 licenziamenti annunciati dalla Fiat perché c ostretta da una sentenza ad assumere altrettanti lavoratori iscritti alla Fiom e lasciati per discriminazione fuori dalla porta, “Ritengo sia andata bene, perchè poteva fare anche uno ogni 10 come i tedeschi”.
Un “Marchionne nazista” non era sfuggito di bocca neppure a noi (che pure avevano titolato con “rappresaglia”), bloccati forse dalla considerazione retorica di media civiltà per cui nel linguaggio non si può trascendere oltre una certa misura. Ma ci può stare, come si vede.
Che a De Benedetti sia venuto un improvviso innamoramento per la Fiom è da escludere. Così come una nostalgia lacerante per il mondo operaio e dei diritti. E allora perché?
Secondo noi per una ragione che nessun imprenditore può dire fuori dai denti. Marchionne ha impostato la sua battaglia contro la Fiom (e qualsiasi altro sindacato conflittuale, naturalmente) sulla base dei puri rapporti di forza, senza disegnare un nuovo quadro di relazioni industriali con regole certe e valide erga omnes. Il discorso “tratto con chi ci sta” (o impongo le mie decisioni a chi le accetta) presuppone il formarsi di regole “ad hoc”, cambiabili secondo le esigenze e col variare dei ricavi o del fatturato.
Un sogno per ogni impresa. Un incubo per il sistema produttivo, per gli scambi commmerciali, per tutti i contratti in essere.
Vediamo nel merito. Ogni imprenditore sogna di non dover mai contrattare un tubo con i suoi dipendenti; nessuna resistenza in azienda, nessun obbligo contrattuale, nessuna perdita di tempo per decidere su straordinari, orari, ritmi, obiettivi, premi e soprattutto salario.
Ma ogni imprenditore d’esperienza sa che le vicende delle relazioni industriali (in altra lingua: della normale lotta di classe sul piano economico-sindacale) sono “cicliche”. A volte va bene a te, a volte va bene ai dipendenti. Meglio avere dunque un “sistema legale” di contrattazione, rappresentanze istituzionali dei dipendenti, camere di compensazione tra interessi che ognuno sa essere fisiologicamente contrapposti e irriducibili, anche se retoricamente nascosti sotto le chiacchiere del “siamo tutti sulla stessa barca”. Naturalmente, pensano gli “imprenditori come classe”, è meglio che questo sistema sia altamente vantaggioso per le aziende e scarsamente protettivo per i lavoratori. Quando i rapporti di forza, ciclicamente, cambiano, si contratterà un nuovo sistema cercando di rimetterci il meno possibile in attesa che la ruota faccia girare di nuovo la storia.
C’è però anche un livello più essenziale di “sistema” che Marchionne ha iniziato a stracciare con la sua iniziativa su Pomigliano. Non prevedendo una relazione contrattuale autentica, ogni contenzioso meramente sindacale finisce immediatamente davanti a un giudice. La magistratura viene così quotidianamente chiamata a regolare relazioni che solo in via eccezionale dovrebbero arrivare sui suoi tavoli. Se questo investimento di responsabilità viene fatto – ancora una volta – soltanto da una o poche aziende, non cambia poi molto. Se diventa la “normalità” si crea un business per i giuslavoristi ma una fonte di costo insopportabile per le imprese. Gli avvocati costano molto di più degli operai.
Terzo e ultimo, ma decisivo, livello. Marchionne ignora anche le sentenze della magistratura, tanto che la Corte d’Appello di Roma, prendendo atto di questa “abitudine”, ha inteso prescrivere l’assunzione dei 19 “ricorrenti” di Pomigliano entro 40 giorni, e quella di altri 126 entro sei mesi. La risposta Fiat – “allora ne licenzio altri 19” – apre nuovi contenziosi giudiziari, altri ricorsi, una scia potenzialmente infinita (altri 126, appunto, dovranno essere assunti entro il 20 aprile). Soprattutto, segnala che la Fiat si considera al di sopra della legge. Una “pratica dell’obbiettivo” in qualche modo autorizzata dall’art. 8 della “manovra d’agosto” 2011, firmata Berlusconi-Sacconi.
Ma qui sorge il problema che – probabilmente – ha fatto drizzare i capelli prima a Diego Della Valle e poi a De Benedetti. Se una grande impresa si muove come se per lei la legge di “un piccolo povero paese” non esistesse, vanno a ramengo tutte le certezze che regolano anche i rapporti e i contratti tra le imprese. Se ogni imprenditore o commerciante deve ricorrere al magistrato per avere i soldi della fornitura che ha consegnato, o per riavere un prestito erogato, i tempi di rotazione del capitale investito si allungano potenzialmente all’infinito. Se poi anche una sentenza positiva può esser disattesa fino alla Cassazione e magari oltre, se un’impresa è multinazionale e quindi può nel frattempo spostare i suoi uffici e le sue sedi legali da un paese a qualsiasi altro… il sistema produttivo viene paralizzato dalla diffidenza tra imprese, banche, fondi di investimento, ecc.
Ecco quindi i due “campioni” dell'”imprenditoria democratica” (anche in senso politico, visto che De Benedetti ha la tessera numero uno del Pd) costretti a ricordare al loro più potente collega che, a Pomigliano, non sta facendo soltanto il “padrone delle ferriere” (su questo non avrebbero troppo da ridire), ma sta distruggendo la base di “fiducia reciproca” su cui si regge l’intero sistema produttivo. Mettendo a rischio soprattutto le imprese.
Naturalmente non lo ammetteranno mai.

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