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Che succede al “manifesto”? Fatti “privati”…

Come tutti sappiamo, la cooperativa editoriale nata oltre 40 anni fa è stata liquidata il 31 dicembre 2012. Da allora, il giornale ha continuato ad uscire “grazie” a un mini-collettivo – poco più della metà dei vecchi effettivi, ma senza i “vecchi effettivi” (Parlato, Rossanda, Dominijanni, Polo, Campetti, Galapagos, Matteuzzi, Forti, D’Eramo, Ambrosino e tanti altri, solo per nominare i vivi) – che ha costituito una “nuova cooperativa” che ha ottenuto in affitto la gestione provvisoria della testata, in attesa di un acquirente.
Sappiamo tutti anche che il primo tentativo di vendita è andato male, perché i “commissari liquidatori” – pubblici ufficiali nominati dal ministero dello sviluppo – hanno considerato le offerte “inadeguate” al valore presunto della testata.
Il 20 febbraio,  con un editoriale, la direttrice Norma Rangeri ha lanciato la milionesima “sottoscrizione” tra i lettori: dateci un milione  emezzo di euro per permetterci di comprare la testata. Nessun riferimento chiaro a una “proprietà collettiva” che pure era stata proposta da numerosi circoli organizzati dei lettori del giornale.
Complicato? Non troppo. I “lettori organizzati” chiedevano una struttura societaria trasparente, in cui chi “mette i soldi” ha una quota di diritto nel metter bocca sui risultati economici e politici dell'”impresa” che sostiene. Diciamola in altro modo: in cambio di cosa l’attuale “cooperativa” chiede un regalo piuttosto sostanzioso?
Rangeri bypassa completamente questa richiesta di coinvolgimento dei “lettori organizzati” (che non saranno, certo, tutti i lettori; ma il loro “nocciolo duro” certamente) e chiede soldi senza contropartite. Fidatevi di noi. “Voi” chi?, è stata la risposta, Non diplomatica, ovviamente. Anche qui diciamola altrimenti: per quale politica? Quella del governo Monti? Nein, danke. Abbiamo tutti già dato.

LA TESTATA DURA DEL MANIFESTO
EDITORIALE – Norma Rangeri

Care compagne e cari compagni, care lettrici e cari lettori,
è ormai evidente che oggi non avremmo a che fare con una classe dirigente così debole e screditata, sprofondata in una voragine ancor più profonda di quella che vent’anni fa scosse il sistema politico con Tangentopoli, se funzionasse come contropotere un’informazione libera dalla sudditanza ai partiti, indipendente dagli interessi di gruppi industriali e finanziari. Crollati i grandi partiti di massa, l’informazione ne ha surrogato il ruolo, usando la potenza dell’audience, la corruttiva influenza del conflitto di interessi, i temibili padrinaggi della carta stampata.
Il manifesto, presidio di indipendenza fin dalla sua nascita, vuole continuare a esserlo anche negli anni a venire. Per questo, dopo aver salvato la testata con la formazione di una nuova cooperativa e stabilizzato il livello delle vendite nonostante la crisi del settore e le nostre turbolenze interne, chiediamo oggi a voi, lettrici e lettori, di sostenere questa impresa perché possa continuare a svolgere la sua funzione di punto di vista di una sinistra libertaria, plurale, antiliberista e anticapitalista dentro una crisi economica, politica e morale che sta travolgendo i fondamenti della democrazia.
Due sono i pilastri necessari per garantire un solido futuro a questa concreta utopia politico-editoriale: gli abbonamenti e la sottoscrizione. Abbonarsi al manifesto significa, come è sempre stato per la nostra testata, scommettere sul suo futuro immediato, significa essere ogni giorno al lavoro insieme a noi, insieme al collettivo che quotidianamente costruisce queste pagine. Oggi indica una cosa in più. Non avremo, comunque vada il voto, un governo amico: non rinunceremo a far entrare nei programmi la realtà sociale che ne è così spesso desolatamente fuori.
Vi state già abbonando in tanti, una bellissima conferma del legame che unisce il nostro gruppo di lavoro alla grande famiglia dei lettori-sostenitori. A oggi abbiamo 3000 abbonamenti cartacei, 1731 on-line. Dobbiamo incrementare questo tesoro di fiducia, dobbiamo, noi e voi, mettercela tutta per attivarne di nuovi e non perderne nessuno. Ma, in più, abbiamo un traguardo strategico che si profila ormai vicinissimo: dobbiamo ricomprarci la testata. E dobbiamo farlo presto.
Aver costituito la cooperativa è stato un primo, fondamentale passo. Ma la nostra testata è ancora nelle mani della Liquidazione amministrativa: noi siamo “affittuari”, paghiamo venticinquemila euro di affitto ogni mese, e di questa casa comune della sinistra vorremmo tornare a essere proprietari. Farlo ora, che siamo in piedi e senza debiti, ci è consentito da una condizione completamente diversa rispetto al passato. Saremo noi, non le banche alle quali eravamo costretti a chiedere prestiti scontati con il pagamento di ingenti interessi passivi, i veri padroni di noi stessi. E potremmo effettivamente, per la prima volta, costruire insieme a voi quell’editore collettivo che da tanti anni andiamo inseguendo. Ci prepariamo a raccogliere più di un milione di euro finalizzati al riacquisto del manifesto: ci stiamo attrezzando per predisporre un conto dedicato a questo scopo presso Banca Etica. Comprare la testata significa scongiurare il rischio che sia qualun altro a farlo, diverso dal collettivo del giornale e dalla vasta comunità di collaboratori che insieme a noi scrivono e combattono per far vivere il manifesto. Non dobbiamo permetterlo e faremo di tutto perché questa battaglia abbia un esito felice. Vi daremo nei prossimi giorni le coordinate per sottoscrivere. E, intanto, diffidate delle imitazioni.

La risposta dei circoli:

Proprietà collettiva. L’originale e le imitazioni

Una replica a Norma Rangeri

Cara Norma,

in un editoriale del 20 febbraio (La testata dura del manifesto) inviti “le care lettrici e i cari lettori” a prepararsi a sottoscrivere per un progetto di “proprietà collettiva” della testata, e metti in guardia dalle “imitazioni”. A noi sembra invece che proprio il tuo progetto sia un’imitazione o, peggio, ricorra all’etichetta di “proprietà collettiva” per camuffare una sostanziale privatizzazione della testata: il suo passaggio in forma esclusiva, e escludente, al gruppo che ora gestisce il giornale.

Il tuo “noi”, il soggetto collettivo che aspira a diventare padrone della testata (non “tornare” a esserlo, perché non l’ha mai posseduta prima) è la cooperativa “il nuovo manifesto”, ovvero una cerchia di 10 + x persone. Dieci erano i soci al momento della costituzione il 18 febbraio. Il loro numero potrà crescere fino a qualche decina. Certo dovrà essere sostanzialmente inferiore ai 67 soci con cui si è sciolta a dicembre la vecchia cooperativa editrice in fallimento, schiacciata dal peso di un personale sovradimensionato rispetto alle vendite. Insomma un collettivo di produttori, giornalisti e poligrafici, di qualche decina di persone.

La prima cooperativa editrice nel 1994 aveva accettato di condividere la proprietà della testata, nell’ambito della “manifesto Spa”, con più di seimila azionisti, nostri lettori-sostenitori. Rispetto alla situazione precedente, il tuo progetto restringe radicalmente l’area coinvolta nella proprietà: priva i seimila azionisti della Spa (anch’essa prossima alla liquidazione) anche della loro partecipazione di minoranza, priva di ogni influenza giornalisti e collaboratori dissidenti (o comunque “eccedenti”).

Per questo, siccome si dice privata una proprietà anche perché priva qualcuno di un precedente diritto d’uso comune, il vostro progetto costituisce un passo di privatizzazione: mette attorno al manifesto una recinzione per impedire l’accesso a chi non rientrerà più nel novero dei 10 + x. Né potrà cambiare qualcosa la presenza cosmetica di un rappresentante dei circoli nel consiglio di amministrazione, che qualcuno di voi propone.

Il progetto di proprietà collettiva approvato il 4 novembre scorso all’assemblea nazionale organizzata a Roma dai circoli del manifesto era tutt’altra cosa. Partiva dalla constatazione che il valore della testata “il manifesto” sta nel sostegno che le hanno dato i lettori sottoscrivendo sull’arco di quarant’anni qualcosa come 18 milioni di euro e nel lavoro quarantennale dei giornalisti e dei collaboratori che vi hanno preceduto. Partiva anche dall’urgenza di creare un garante collettivo, per impedire quel che poi è avvenuto: una lotta tra frazioni contrapposte del vecchio collettivo, intenzionate a prendere solo per sé “quel che resta”.

Prevedeva perciò di affidare la proprietà della testata a una cooperativa di migliaia di persone: lettori soprattutto, ma anche collaboratori e redattori. Quel progetto è condensato nella dichiarazione d’intenti “il nostro manifesto”, ora sottoscritta da 100 persone, che alleghiamo, perché sembra tu ne abbia dimenticata l’esistenza.

All’assemblea del 4 novembre tu e il tuo “gruppo di gestione” avete votato contro o vi siete astenuti. Il gruppo di lavoro per la proprietà comune, condivisa tra lettori, collaboratori e giornalisti, gruppo costituito da quell’assemblea, in seguito al vostro ostruzionismo si è riunito solo una volta.

Alla proprietà comune – meglio chiamarla così per distinguerla da quella di un piccolo collettivo privatistico – vi siete opposti perché vedevate in pericolo la vostra “autonomia”. Il modello da noi proposto, in realtà, lascerebbe alla cooperativa giornalistica concessionaria della testata piena autonomia nella fattura del giornale. Le chiederebbe però di riferire sui conti economici e sui piani editoriali. Già questo a voi è sembrato un affronto. Avete scritto che non volevate “guardiani”. Ma allora, se volete fare tutto da soli col vostro “collettivo” proprietario, perché tornate a supplicare “le care lettrici e i cari lettori”?

Guido Ambrosino (Berlino), Giuliana Beltrame (Padova), Sergio Caserta, Mauro Chiodarelli (Bologna), Marco Ligas (Cagliari), 22 febbraio 2013

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4 Commenti


  • enrico

    Sono un vecchio lettore del manifesto. Da un po’, non piu’. Da quando esattamente e’ partita la liquidazione e la sua faida interna, con l’uscita dei vecchi soci. Oggi, la linea del giornale, non mi piace per niente. Ha perso quell’autonomia, quella capacita’ critica, a volte condivisibile , altre volte no,che aveva. Senza riguardi per nessuno, e che ti faceva comunque sentire parte di una collettivita’, ti faceva sentire a casa. Sapevi cioe’ con certezza che quel giornale, era il tuo giornale, e non c’erano santi o altri, che potevano farti pensare diversamente. Oggi, non so’ piu’ cos’e’. Una nuova cooperativa, con una linea politica equivoca, poco trasparente, che non rassicura e garantisce per niente, quella che era l’anima del Manifesto : L’Indipendenza. Sono favorevole ad un progetto di proprieta’ collettiva del giornale e allo scoglimento dell’attuale. Solo cosi , ritornero’ a riconoscere di nuovo il mio giornale, e a ricomprarlo.


  • MaxVinella

    Continuerò a comprare e leggere Il Manifesto ancora per po’, per cercare capire meglio quale sia l’indirizzo editoriale e il suo nuovo posizionamento politico.

    Le sensazioni però al momento sono sconfortanti !!

    Negli ultimi numeri ho letto articoli chiaramente orientati in senso piddino con ascendente montiano .

    Un giornale insomma in veste di “editio minor” dell’Unità, dove ultimamente Emanuele Macaluso sosteneva inevitabilità di un accordo post elezioni con i montian-casinisti.

    Intanto per prepararmi sto cominciando a leggere l’edizione online del “Fatto Quotidiano” !!


  • alfredo

    Non dobbiamo dimenticare che il Manifesto appoggiò anche il governo del democristiano Prodi. Di questo passo al massimo si potrà salvare diventando l’organo ufficiale del Pdmenoelle. Preferisco leggere Contropiano on line e Nuova Unità cartaceo.


  • Incontrollado

    Ricordo Norma Rangeri nel commentare il patetico san remo di Celentano difenderlo a spada tratta con argomenti da gossip in uno spettacolo davvero pietoso. di questo giornale per come è fallito non si sente la mancanza.. è inutile.,.. andate a farvi assumere dagli uffici stampa di bersani..

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