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L’inchiesta su Graziano mostra di che pasta è fatto il Pd

Niente da fare. Per il Pd campano è notte fonda, nonostante il disperato sforzo di Renzi di “tirar su” la candidatura di Valeria Valente. La bufera diventa più violenta, abbattendosi sul segretario regionale del partito, nonché consigliere regionale, Stefano Graziano. È da ieri indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Nel pomeriggio di martedì 26 aprile ci sono state le perquisizioni dei carabinieri e della guardia di Finanza nelle due abitazioni del consigliere dem, a Roma e a Teverola (Caserta), oltre che negli uffici del Consiglio Regionale, proprio nel Centro Direzionale di Napoli.

In precedenza, Graziano era stato deputato per una legistatura consulente dei governi Letta e Renzi, carica alla quale aveva poi rinunciato per la candidatura nelle ultime elezioni regionali. Le indagini che lo coinvolgono si collegano al filone di inchiesta che ha portato all’arresto di altre nove persone, per favoreggiamento del clan dei casalesi nell’assegnazione di alcuni appalti.
E’ proprio in occasione della tornata elettorale del maggio 2015 che, secondo gli inquirenti, Graziano avrebbe chiesto e ottenuto l’appoggio elettorale del “sistema” in cambio della sua elezione a consigliere. Secondo le ipotesi degli inquirenti, l’esponente PD sarebbe stato assurto a vero e proprio punto di riferimento politico e amministrativo del clan Zagaria, come emerge nelle intercettazioni tra l’ex-sindaco del comune di Santa Maria Capua Vetere, Biagio Di Muro, e l’imprenditore Alessandro Zagaria.

Quest’ultimo avrebbe ricoperto il ruolo di tramite tra l’omonimo clan e l’amministrazione casertana, con Di Muro e i suoi funzionari, finiti agli arresti per l’inchiesta riguardante l’assegnazione dell’appalto del Palazzo Teti Maffuccini, già confiscato al padre dell’ex-primo cittadino, situato nella città calena.

Graziano si sarebbe attivato (anche se tale circostanza non è illecita, secondo la DDA di Napoli) per favorire il finanziamento dei lavori di consolidamento dello storico immobile.

Il gruppo di imprese indagato, che si sarebbe assicurato il sostegno dei casalesi su un appalto dall’ammontare complessivo di 9 milioni di euro, è costituito dall’Archicons dell’ingegnere Guglielmo La Regina, che si occupava dei lavori, e dalla Lande Srl di Marco Cascella, vincitrice della gara.

Con le dimissioni di Graziano dal PD – ma curiosamente non dalla carica di consigliere regionale – si apre di fatto l’occasione di una ricostruzione della Gomorra interna al democratici campani, nonché del perverso intreccio di interessi che affligge localmente Santa Maria Capua Vetere.

Nicola Di Muro fu citato dal pentito Carmine Schiavone come referente sammaritano nel traffico dei rifiuti coi casalesi, e suo figlio Biagio, come dimostra il triste epilogo della sua amministrazione, non ha mai preso totalmente le distanze da ciò che nella politica locale ha rappresentato suo padre.

Ma al tempo stesso non si può non notare come questo dichiarato “neoliberismo del fare”, che sposta uomini, capitali, merci, sembra fatto su misura delle mafie che, come dimostrano le cronache giudiziarie ed economiche campane, si innervano e si ramificano in una Regione martoriata da un disastro su tutti i fronti: ecologico, sociale, morale, economico e politico.

Ad oggi si vede come lo strapotere della camorra in Campania, soprattutto in Terra di Lavoro, cresca di pari passo col processo, in atto, di smobilitazione industriale: nel recente passato la Siemens, proprio a Santa Maria Capua Vetere, la Texas Instruments di Aversa, oggi a Marcianise la Jabil e la Firema, dove si sta consumando il licenziamento di 160 lavoratori, nonostante le condizioni di lavoro disumane che hanno accettato pur di evitare la disoccupazione.

E’ allarmante come non ci sia almeno sdegno per la nascita di un nuovo paradigma economico fondato sullo smaltimento dei rifiuti, sull’edilizia, sull’urbanistica e sui colletti bianchi; un ordine garantito da manager che occupano ruoli chiave anche nei colossi industriali, e che talvolta hanno anche il coraggio (o forse la spudoratezza) di candidarsi a sindaci delle metropoli con liste che ospitavano personaggi in odore di mafia.

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