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Il primo provvedimento della fase 3: aumentare le spese militari

Nel momento in cui ci si trova di fronte all’emergenza sanitaria e ad una crisi economico – finanziaria che minaccia sviluppi imprevedibili di impoverimento generale il governo aumenta le spese militari in un quadro di inversione tra la debolezza della politica estera e la messa in mostra di potenza bellica. Un insieme che ci riporta a tempi lontani, quelli di un imperialismo fuori dal tempo.

Il quadro complessivo dell’economia italiana è ben disegnato dal rapporto ISTAT uscito in questi giorni:

L’attuale scenario di previsione si basa su una serie di ipotesi che riguardano il profilo infrannuale del commercio internazionale, dei consumi e degli investimenti soprattutto con riferimento alla ripresa che è attesa realizzarsi a partire dalla seconda metà dell’anno.

In questo approfondimento, utilizzando il modello macroeconometrico dell’Istat, MeMo-It, si offre una possibile quantificazione di uno scenario alternativo legato a una riduzione del commercio internazionale. Si propongono anche due ulteriori simulazioni: la prima presenta una stima degli effetti di un incremento della spesa pubblica in investimenti in ricerca e sviluppo (R&D) mentre la secondo valuta l’impatto di un possibile miglioramento della disuguaglianza sull’andamento dei consumi delle famiglie.

  • Per quanto riguarda l’evoluzione del commercio mondiale si è quantificata l’ipotesi di un rallentamento più pronunciato del commercio mondiale nel 2021 derivante dalle difficoltà connesse alla ripresa dei tradizionali processi produttivi connotati dalla presenza delle imprese italiane all’interno delle catene del valore.

L’ipotesi è stata valutata in termini di scostamento rispetto allo scenario di previsione presentato nel Prospetto 1. Un rallentamento del commercio mondiale, pari a 5 punti percentuali rispetto allo scenario base determinerebbe una flessione sia delle esportazioni (-5,3 punti percentuali) sia, in misura minore, delle importazioni (-1,9 punti percentuali), provocando un rallentamento della crescita del Pil pari a 1,1 punti percentuali.

  • Il calo degli investimenti previsto per l’anno in corso è atteso produrre una riduzione della quota degli investimenti sul Pil rispetto al 2019 aumentando le difficoltà del processo di accumulazione del capitale, che appaiono evidenti considerando il confronto con i principali paesi europei.

Nel 2019 in Italia la quota degli investimenti totali sul Pil era pari al 18,1%, decisamente inferiore alla media dei paesi dell’area euro (21,9%) e a quella dei principali paesi europei. Tale valore, seppure in recupero negli ultimi anni (era 16,9% nel 2015), rimane decisamente inferiore ai livelli del 2008 (21,3%).

Negli stessi anni la quota degli investimenti mostrava decisi segnali di recupero ai valori pre-crisi per l’area euro (era 22,8% nel 2008), la Francia (23,6% lo stesso valore del 2019) e la Germania (20,3% nel 2008 e 21,7% nel 2019). La Spagna, caratterizzata dal crollo degli investimenti in costruzione durante la crisi finanziaria del 2009 costituisce l’unica eccezione (27,8% nel 2008 e 20,0% nel 2019).

La contenuta ripresa della spesa in investimenti italiani degli ultimi anni è stata caratterizzata anche da una ricomposizione a favore di quelli in macchinari e attrezzature, una evoluzione difforme rispetto ai principali paesi europei.

Questo comportamento ha acuito la distanza italiana rispetto agli investimenti in proprietà intellettuale (PRI) che includono quelli in ricerca e sviluppo e software e che risultano maggiormente legati agli aumenti di produttività.

L’Italia ha registrato una dinamica degli investimenti in PRI nettamente più lenta rispetto agli altri paesi nel periodo successivo al 2007. Ponendo uguale a 100 il valore degli investimenti in PRI a prezzi concatenati del 2008, nel 2019 il livello dell’Italia risultava pari a 125 mentre per l’area euro (161,2%) e per i principali paesi europei il livello raggiunto era decisamente superiore (141,2% in Germania, 141,1 in Francia e 136,6% in Spagna,

Un quadro complessivo che fa concludere, sempre secondo la versione dell’ISTAT: “Il quadro previsivo presenta complessivamente diversi rischi al ribasso connessi in parte a un ulteriore proseguimento del deterioramento delle condizioni del commercio internazionale. Questi eventi sono considerati come shock esogeni all’interno del modello macroeconomico e difficilmente manovrabili all’interno delle politiche nazionali”.

Ebbene, all’interno di questo drammatico quadro complessivo, in tempi di isolamento fisico e di distanziamento sociale, dopo aver raccontato favole sui finanziamenti europei cosa decide il governo italiano: aumentare le spese militari.

Ecco di seguito (da Repubblica.it)

L’Italia rinforza le sue missioni nella lotta al terrorismo islamico. Aumenta in maniera significativa lo schieramento nel cuore dell’Africa, mettendolo tutto nelle mani dei francesi. Potenzia il contingente anti-Isis in Iraq, mandando anche una batteria di missili per contrastare “l’assertività iraniana”. Un cambiamento rilevante per la nostra politica estera, che ci vede diventare protagonisti nei due fronti più caldi del pianeta, mimetizzato tra le righe e i tecnicismi in lingua inglese delle 649 pagine del Decreto Missioni appena approvato dal governo.

IRAQ

Dal punto di vista politico, questo forse è la decisione più rilevante. Contrariamente ad altri partner della coalizione anti Daesh, noi manteniamo tutti i 1.100 militari presenti: pure gli elicotteri schierati per proteggere i lavori alla diga di Erbil restano. Il nostro peso quindi cresce, confermandoci come il secondo Paese occidentale dopo gli Usa per numero di uomini e mezzi. Si parla di “nuove esigenze operative dettate dallo sviluppo della campagna militare e del deteriorarsi del quadro regionale che risente della crescente assertività iraniana” che ci portano ad aumentare “le capacità di difesa degli asset nazionali”.

Che significa? Che i nostri reparti avranno una vocazione più combattiva. La presenza è rivolta principalmente ad addestrare le reclute irachene e curde, sempre includendo il mentoring ossia la presenza in azione dei nostri soldati al fianco delle truppe locali. Più in generale però le unità italiane saranno capaci di reagire da sole ad eventuali attacchi.

I NUOVI MISSILI

Per questo mandiamo in Kuwait, dove si trovano i caccia e i droni dell’Aeronautica che spiano i movimenti dell’Isis, una batteria terra-aria di missili Samp-t. Sono un’arma che in qualche modo ha una valenza strategica: il più avanzato sistema anti-aereo di fabbricazione europea, in grado anche di intercettare missili balistici come quelli lanciati dall’Iran nella rappresaglia per l’uccisione del generale Suleimani. L’ombrello missilistico italiano avrà quindi il compito di proteggere non solo il nostro stormo ma tutto il Kuwait da eventuali attacchi iraniani: un’evoluzione molto rilevante della nostra presenza nel Golfo, dove i venti di guerra non sono per niente sopiti.

IL SAHEL

Via libera alla Task Force Takuba: elicotteri e forze speciali italiane si aggregheranno ai francesi nella campagna contro le milizie islamiche in Mali. Si tratterà di 200 specialisti con otto aeromobili: probabilmente quattro elicotteri da trasporto e quattro micidiali A-129 Mangusta da combattimento. Ufficialmente, si dovranno occupare del soccorso ai feriti. Ma vengono indicati nel documento come “enabler” – ciò che permette – il contrasto anti-terrorismo.

Anche in questo caso è previsto il mentoring, ossia la presenza dei nostri istruttori nelle azioni sul campo delle forze africane. Cambia pure il contingente nel confinante Niger, che cresce fino alla consistenza di 295 militari, con 160 veicoli e 5 elicotteri. Finora agiva in maniera autonoma, appoggiandosi agli americani di Africom.

Adesso invece nel Decreto si indica il “concorso” con i francesi, integrando le operazioni in Niger e Mali nel sostegno all’alleato. Tra l’altro, si prevede il supporto dal cielo con droni e aerei per controllare i movimenti dei gruppi islamici e le rotte centro-africane dei migranti.

IL GOLFO DI GUINEA

Nuova spedizione navale per pattugliare l’aerea più colpita dai pirati, che attaccano mercantili e petroliere, con il sospetto che contribuiscano a finanziare gli attentatori islamici. Per un mese ci sarà una fregata, poi affiancata dall’Andrea Doria, una delle navi più grandi della nostra Marina Militare. Un altro fronte che viene aperto, sempre in stretto coordinamento con Parigi.

LIBIA

L’ospedale di Misurata, schierato nell’aeroporto più volte bombardato dai droni di Haftar, resta ancora al suo posto. Viene incaricata la Marina di fornirgli protezione con le sei navi di Mare Nostrum, proseguendo l’attività di ricognizione con aerei e droni sui flussi dei migranti e sui trafficanti di uomini. Nel decreto viene presentata una nuova missione per la formazione della guardia costiera di Tripoli, autorizzata dallo scorso primo maggio.

Si prevede l’invio di una vedetta della Finanza e di otto fuoristrada blindati per gli istruttori, che saranno scortati dai paracadutisti del Tuscania. Tra le iniziative pianificate, la gestione di un cantiere per riparare le imbarcazioni libiche e la costruzione di una “miniscuola” per gli equipaggi.

Questa missione è stata più volte contestata da alcuni parlamentari del Pd e di Leu, nonché dalle Ong, che accusano le motovedette tripoline di avere fatto fuoco sui migranti. Allo stesso tempo, il governo Conte la ritiene indispensabile per il controllo delle rotte dell’immigrazione. Resta da capire però come sarà possibile conciliare questo impegno con la situazione di guerra civile in Libia.

LA STRATEGIA

La lunga introduzione al Decreto presenta una caposaldo: “Il destino dell’Europa è il destino del Mediterraneo”. Un’equazione che mira a coinvolgere i partner nella sicurezza del Nord Africa, fondamentale per l’Italia. Per questo ci muoviamo potenziando due poli di alleanza. Quello con la Francia, con il coinvolgimento in Sahel.

E quello con gli Stati Uniti, facendoci carico di un maggior impegno in Iraq anche in funzione anti-iraniana. Il disegno, non esplicitato, è quello di ottenere in cambio il sostegno di questi due Paesi nell’affrontare il cuore del nostro interesse nazionale: la Libia. Dove i successi raggiunti da Erdogan mettono sempre più in discussione il ruolo dell’Italia.   

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