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Processo agli antifascisti genovesi: parlano gli imputati

Martedì 14 dicembre si è svolta l’udienza del processo ad una cinquantina di antifascisti genovesi “colpevoli” di avere di fatto impedito, il 23 maggio 2019, il comizio elettorale di CasaPound nella centrale piazza Marsala.

Fuori dal tribunale si è svolto un presidio di solidarietà convocato da Genova Antifascista, durante il corso della mattinata in cui si è svolta l’udienza.

Il procedimento giudiziario, entrato nel vivo ai primi di dicembre, ha subito una variazione nel suo calendario ed il giudizio di primo grado slitterà probabilmente nella prima metà di febbraio, diversamente da quanto era stato pensato.

Il gup Angela Nutini aveva, a maggio, rinviato a giudizio 45 manifestanti il 5 ottobre davanti al primo collegio della prima sezione penale, in un udienza in cui era stato calendarizzato un fitto numero di udienze – una decina – in meno di un mese.

Il maxi-processo doveva infatti concludersi il 23 dicembre, ma per vari motivi burocratici andrà oltre il calendario precedentemente stabilito.

Nell’udienza di martedì, dopo la deposizione di un responsabile della DIGOS – ultimo teste dell’accusa a comparire – ci sono state una decina di “dichiarazioni spontanee” degli imputati, saltando la fase dibattimentale, con la rinuncia da parte della difesa e dell’accusa ad interrogare gli imputati sulla loro condotta.

Grazie alle varie dichiarazioni è stato chiarito il contesto dando un quadro organico dei motivi della mobilitazione, della “folle” gestione della piazza e delle ragioni dei singoli comportamenti individuali, di fatto rivendicando quella giornata di lotta che ha conosciuto numerosi “eccessi” da parte delle forze dell’ordine.

In primis, se dal lato della piazza a monte, che dava sul punto dove si sarebbe dovuto svolgere il comizio fascista, erano stati preposti alari e camionette, gli altri possibili “punti di fuga” erano sigillati dalle forze dell’ordine, tranne via Santi Giacomo e Filippo: lo sbocco meno naturale in un contesto di chiusura quasi ermetica essendo “a monte” e non alle spalle dei manifestanti.

Via di deflusso che ad un certo momento è stata anch’essa chiusa, dopo alcune cariche di alleggerimento, facendo arretrare i manifestanti “in profondità” grazie al lancio di lacrimogeni ad altezza uomo.

Chiusura confermata anche in sede di testimonianze dell’accusa.

Giovanni Giuliano, primo dirigente, ha spiegato in una udienza precedente che la chiusura di piazza Corvetto “l’ha decisa il questore Ciarambino, lasciando come unica via di fuga via santi Giacomo e Filippo per evitare che i manifestanti facinorosi si spargessero in giro per la città”.

Una dichiarazione che lascia piuttosto perplessi, come il fatto che la convocazione della mobilitazione di Genova Antifascista l’avrebbe appresa dai social….

Secondariamente, il tentativo della DIGOS di arrivare ad una impossibile “mediazione” non proprio pacifica, tenendo conto che ha tentato di strappare via lo striscione di Genova Antifascista in prossimità delle reti metalliche di piazza Marsala, non ha fatto che aumentare la tensione.

Terzo, il fitto lancio di lacrimogeni – tre lanci in meno di mezz’ora – che ha gasato i manifestanti, e a cui in vario modo gli attivisti hanno risposto “calciandoli” o rigettandoli nell’unica direzione possibile – o coprendosi il volto per cercare di non inalarli – quella della piazza del comizio, filtrata dal folto schieramento di agenti.

Il primo pericolosissimo lancio “a parabola alta” ha colpito e mandato in frantumi la vetrina di una nota pasticceria, sita tutt’altra parte, mentre più volte si è fatto ricorso al lancio “ad altezza uomo”, come hanno testimoniato differenti imputati colpito o sfiorati.

Non da ultimo, le cariche ed i pestaggi commessi oltre lo svolgimento del comizio che hanno portato un giornalista della Redazione locale di La Repubblica ad essere massacrato di botte perché “scambiato” per un manifestante.

Pestaggio che ha portato ad una prima lieve condanna per i quattro agenti coinvolti, e per cui si svolgerà un secondo grado di giudizio.

È stato da più imputati ricordato che la pratica di disturbo, tradizionalmente portata avanti in città dalle mobilitazioni antifasciste, è stata sempre caratterizzata dai fumogeni arancioni di segnalazione marina (“le boette”) e dalla presenza di strumenti adatti ad impedire ai neofascisti di minacciare l’incolumità fisica dei manifestanti, come i tubi in “Geberit” (plastica) usati per le aste delle bandiere.

Infatti anche a Genova, come in altre città, si sono verificate aggressioni di gruppo da parte dei neofascisti – in almeno tre occasioni negli ultimi anni – mentre non si contano gli episodi di intimidazione anche a singoli militanti, frutto probabilmente anche di un lavoro di schedatura dei camerati su cui le autorità competenti non sembrano troppo inclini ad indagare, che hanno portato tra l’altro legittimamente molti compagni a cercare di non essere riconoscibili quel giorno.

Gli imputati hanno testimoniato di queste intimidazioni, e di vere proprie aggressioni ai loro danni, cosa che rende maggiormente intellegibile la rabbia per il comizio di CasaPound, tenutosi nonostante i precedenti appelli trasversali al Sindaco affinché non venisse loro concessa la piazza, trasgredendo tra l’altro ad una delibera che aveva adottato per differenti episodi neofascista.

Non da ultimo è stato ricostruito il contesto di mobilitazioni avvenute nella stessa settimana, da quello di lunedì contro il traffico di armi in porto alla manifestazione per l’insegnate colpita da provvedimenti disciplinari per avere “osato” criticare in classe l’allora Ministro degli Interni Matteo Salvini fino alla sciopero con presidio ai varchi portuali il giorno stesso del comizio.

Alcuni imputati, infatti arrivavano dai presidi ai varchi iniziati alle 6 di mattina.

Le dichiarazioni spontanee testimoniano la capacità di “tenuta politica” delle mobilitazioni che in questi anni si sono succedute per la chiusura dei covi neofascisti, il monitoraggio degli stretti legami tra l’attuale giunta ed i camerati ed in generale sui movimenti della galassia dell’estrema destra, e soprattutto del contrasto alle politiche scioviniste, razziste ed omofobe che cercano di portare avanti.

Le udienze proseguiranno quindi nelle prossime settimane sostanzialmente con la deposizioni dei testi della difesa presenti quel pomeriggio in piazza (attivisti, giornalisti ed intellettuali) e di due consulenti: Elia Rosati, storico del neo-fascismo a cui ha dedicato numerose pubblicazioni – la cui ultima fatica editoriale verrà presentata il giorno della sua deposizione -, e Carlo Bashschmidt, già consulente tecnico responsabile del Genova Legal Forum, per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video e fotografico relativo alle giornate del 2001.

È importante quindi sostenere l’appello scritto in forma di “lettera aperta” scritto da Genova Antifascista alcuni mesi fa, e attivarsi con delle iniziative di solidarietà concreta per chi rischia di pagare un prezzo molto elevato.

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