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Tra la crisi dello Stato sociale e l’ascesa del Terzo settore

Intervista a un lavoratore.

Il Terzo settore venne alla luce nei primi anni settanta del secolo scorso, quando iniziarono i primi segnali di crisi del Welfare state. In quel periodo entrarono in scena gruppi di volontari cattolici e laici, soprattutto nell’ambito socio-sanitario, con l’intento di provare a soddisfare i crescenti bisogni sociali che il sistema statale non riusciva più a garantire, per una serie di implicazioni che abbiamo delineato in altri percorsi di ricerca.

Le forme spontanee di volontariato, ben presto, furono trasformate in strutture organizzate, dando vita a enti privati (associazioni, imprese sociali, fondazioni, cooperative sociali, eccetera).

Tali enti hanno finito per posizionarsi tra il Primo settore, ossia l’insieme delle attività economiche svolte dallo Stato e dagli altri enti pubblici, senza scopo di lucro, e Il Secondo settore, vale a dire le imprese private che nella produzione di beni e sevizi da vendere sul mercato, perseguono l’obiettivo fondamentale di conseguire il profitto.

Negli ultimi venti anni, il Terzo settore, con un giro di affari che in base a stime recenti si attesta intorno al 5% del Pil nazionale, è divenuto l’asse portante del cosiddetto Welfare mix, potendo contare su un esercito di volontari e dando lavoro a circa 850.000 addetti.

Tuttavia, le condizioni di vita delle persone occupate in questo contesto, nei diversi ambiti in cui le attività di queste ultime si concretizzano, esprimono ampie fasce di immiserimento crescente.

Per addentrarci nella fitta rete di quell’ossimoro che costituisce il “privato sociale”, mi sono posto degli interrogativi che ho cercato di sviluppare con Mario Piras, operatore pluri-qualificato, con molti anni di esperienza nelle cooperative sociali.

La stragrande maggioranza delle cooperative sociali, per il solo fatto di scrivere nei propri statuti che perseguono finalità mutualistiche e solidaristiche, tendono a propagare un’immagine della loro mission che fa a pugni con i racconti di vita quotidiana dei loro dipendenti. Qual è la tua percezione nei confronti di queste forme distorsive delle relazioni sociali? Quali sono le dinamiche interne tra soci e dipendenti?

Mi sembra importante dire, poiché è proprio nella mia esperienza di lavoratore, come vi sia una narrazione promossa da quadri e semplici dipendenti soci, secondo la quale ai soci venga riservata una priorità nella conservazione del posto di lavoro in caso di riduzione di budget.

Sono gli stessi lavoratori e lavoratrici della cooperativa che raccontano di come essere soci presenti dei vantaggi che, secondo la mia opinione, non sono limitati alle finalità mutualistiche e solidaristiche.

Ecco, faccio un esempio concreto: succede, non di rado, di essere penalizzati per l’improvvisa riduzione di ore di servizio, riduzione che può dipendere da una improvvisa diminuzione dei fondi pubblici che erano stati inizialmente previsti.

Se succede, una pratica molto comune è quella in cui si dice ai lavoratori del servizio penalizzato di condividere equamente la riduzione del monte orario complessivo.

Può accadere, però, e lo so per esperienza personale, che uno o più soci chiedano di mantenere il proprio monte orario e se non hanno risposta positiva, magari perché non ci sono nemmeno ore disponibili per l’integrazione in altri servizi, chiedano di mantenere le stesse ore nel servizio penalizzato a danno di uno o più dipendenti non soci, che così vedono ridotte le proprie ore anche per le quote di questi soci.

Io non credo che questa dinamica abbia a che fare con le finalità mutualistiche e solidaristiche di una cooperativa. Penso che sia una distinzione non legittima che i dirigenti di cooperativa operano perché hanno un interesse a tutelare i soci maggiormente, poiché sono ovviamente solo i soci ad avere potere di voto nell’elezione del Consiglio di amministrazione di una cooperativa.

Nel 1883, quando fu fondata a Ravenna la prima società di mutuo soccorso, l’Associazione Generale degli Operai e dei Braccianti, i loro membri e sostenitori, tra cui Andrea Costa, posero un argine alle gare al ribasso per aggiudicarsi gli appalti, per le opere di sistemazione del territorio. A distanza di circa un secolo e mezzo, il principio di non ingaggiare competizioni distruttive tra i lavoratori si è dileguato.

Come giudichi la tendenza delle cooperative ad accapigliarsi tra di loro per ottenere la gestione di un servizio dalla Pubblica Amministrazione? E soprattutto, date queste circostanze, credi che sia possibile disinnescare “la guerra tra poveri” che pervade le condizioni di esistenza dei dipendenti e dipendenti-soci?

Io non parlerei di cooperative che si “accapigliano”. Ricorderei che formalmente siamo in regime di libero mercato, perché è necessario farlo, proprio per disvelare e chiarire meglio le contraddizioni. E infatti in un libero mercato del sociale un evento storico come Mafia Capitale ha consentito di mettere in evidenza come il fare “cartello” fosse pratica assai comune fra imprese cooperative a Roma. Altro che libera concorrenza!

Le cooperative si mettevano d’accordo per la spartizione di lotti dei bandi pubblici emanati per la gestione di alcuni servizi territoriali, eliminando ogni beneficio che avrebbe potuto derivare da una competizione vera fra imprese.

Per quanto riguarda la “guerra tra poveri” dei lavoratori delle cooperative non la definirei come tale. I lavoratori delle cooperative, essendo, per lo più, lavoratori che svolgono le loro funzioni nell’erogazione di servizi socio-sanitari, raramente sono assoggettati a orario d’ufficio e questo consente loro di avere una seconda e, a volte, terza attività che incrementa non poco il loro reddito.

La questione andrebbe posta in altro modo, secondo me, dovremmo farci più spesso questa domanda: è sano lavorare 60/70 ore a settimana su servizi alla persona? Quali sono gli effetti su psiche e fisico dei lavoratori?

Io spesso vedo lavoratori logorati, più che poveri, che riescono a pagare il mutuo e andare in vacanza in giro per il mondo, ma che sono in burn out permanente. Ecco, per me, la nuova alienazione è insita in questa condizione, sulla quale i lavoratori e le lavoratrici non riescono mai a riflettere abbastanza.

È vero che ci possono essere dinamiche feroci fra lavoratori, specie fra soci e non soci, ed è vero che lo stipendio del CCNL è vergognosamente basso. Ma inquadrare questi fenomeni solo come “guerra tra poveri” non consente una riflessione più profonda.

Oggi i lavoratori e le lavoratrici delle cooperative sono a rischio di povertà, quando si ammalano o invecchiano e non riescono a svolgere un secondo lavoro, oppure quando non riescono a sviluppare un sapere professionale tale da consentirgli la prospettiva di una seconda attività, che non di rado rimane nel sociale.

Al di là dei concetti astratti come libero mercato, concorrenza, “cartelli mafiosi” e della metafora “guerra tra poveri”, mi sembra di captare, tra le righe, che, da un lato, esista un problema di ripartizione del monte orario complessivo e, dall’altro, intuire che con quaranta ore settimanali dei vostri contratti di cooperazione sociale “non si campa”.

Per di più le cose si complicano, quando si è costretti a tenere relazioni lavorative in due o più contesti produttivi, per il semplice fatto che dobbiamo computare i ”tempi morti“ e gli incrementi di tempo per l’accresciuta mobilità.

Pertanto, concordo sulla tesi che il concetto di povertà debba essere correlato con l’estensione della settimana lavorativa a 60/70 ore e prenderei spunto dalla domanda che tu poni qui sopra, provando a dispiegarla anche agli altri settori produttivi: è sano, è giusto (aggiungerei io) lavorare 60/70 ore a settimana? Pensi che gli individui coinvolti in questa spirale lo facciano per scelta o per necessità?

Gli stipendi previsti nel CCNL dei lavoratori delle cooperative sociali, lo ripeto, sono vergognosamente bassi. Questo è un punto incontrovertibile. E poi ci sarebbe da fare un discorso sul fatto che spesso i lavoratori sono sotto-inquadrati.

Si ha il doppio lavoro essenzialmente per necessità, ma in ambito educativo, che è quello che conosco meglio, se si sviluppa l’adeguato sapere professionale, l’impegno profuso in attività che eccedono le 38 ore settimanali del contratto può diventare in molti casi una scelta dettata dal desiderio di maggiore guadagno.

Ci sono una serie di bisogni sociali a cui lo Stato non dà risposta, di conseguenza le famiglie pagano i servizi, il più delle volte in nero e i lavoratori riescono cosi a guadagnare di più, a volte molto di più.

Bisogna aggiungere che i lavoratori del sociale potrebbero facilmente guadagnare di più e in maniera ufficiale e garantita, se si applicassero inquadramenti adeguati al lavoro effettivamente svolto e contrattazioni di secondo livello.

In molti casi i fondi per farlo già ci sono, ma troppo spesso i Cda delle cooperative propongono alle assemblee dei soci l’utilizzo degli utili in attività etichettate come socialmente utili, che poi in realtà si rivelano agire come società profit: ristoranti, asili privati, società multiservizi per l’inserimento di persone svantaggiate, etc.

Ma il sindacato e la politica sono assenti per quanto riguarda questi aspetti. Il sindacato interviene troppo spesso solo nelle procedure di cambio di gestione dell’appalto. Una routine, a volte complessa, che garantisce i livelli occupazionali, ma la cui ratio non è la rinegoziazione delle condizioni di lavoro.

In merito alla domanda se è sano e giusto lavorare 60/70 a settimana nel sociale, io affermerei semplicemente che non è giusto farlo in nessun ambito lavorativo. Ne viene penalizzata la qualità del lavoro e della vita di chi lavora.

Però non dimentichiamo, per dare il giusto peso alla questione, che anche tantissimi medici hanno doppio/triplo lavoro e tanti professori della scuola pubblica hanno il doppio lavoro. Insomma, il problema della doppia attività lavorativa non riguarda solo il sociale.

* da Coku

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