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Valerio Verbano. Noi non dimentichiamo

Il Tribunale di Roma ­ il Giudice per le Indagini Preliminari Francesco Patrone – il 30 novembre del 2021 ha archiviato le indagini per l’omicidio di Valerio Verbano.

A facilitare con tale decisione è stata, inopinatamente, Emanuela S., erede legale nominata da Carla Verbano, prima di morire. E se “la parte civile” non si oppone, il gioco dell’archiviazione diventa davvero semplicissimo.

Ma tutta la vicenda giudiziaria intorno all’omicidio di Valerio suona “strana” anche a chi ne ha viste di tutti i colori, dagli anni ‘70 in poi.

Risulta infatti incredibile che la magistratura non sia riuscita a capire chi – tra le poche decine di neofascisti dei Nar allora operanti a Roma, alcuni dei quali anche “pentiti” e prodighi di rivelazioni – sia stato materialmente ad entrare in casa Verbano e uccidere Valerio al suo rientro, dopo aver immobilizzato i genitori.

Le ricostruzioni storiche di quella vicenda, infatti, sono state addirittura più ricche di risultati che non le indagini di polizia. Evidentemente fatte malvolentieri, senza alcuna accuratezza. Per non dire di peggio…

Si sa infatti per certo che furono dei membri parzialmente “dissidenti” dei Nar – pochissimi, sulle dita di una mano – e che almeno uno degli assassini portava gli occhiali. Li aveva infatti persi nell’appartamento, durante la colluttazione con Valerio, ma nessuno ha mai “pensato” di farli analizzare, se non quando ormai era impossibile cavarne fuori qualche indizio.

Si sa che quell’omicidio provocò una “discussione” abbastanza nervosa tra i fascisti romani, impegnati a sperimentare una “terza posizione” sognando di potersi aprire un varco in qualche settore meno esperto del movimento.

La doppia rivendicazione – una fatta per depistare, a nome di una inesistente “organizzazione comunista” – rivelava appunto quella discordia tra terroristi neofascisti (una parte che non voleva “accollarsi” un omicidio per molti versi raccapricciante e un’altra che invece lo ha usato per “distinguersi”).

Una querelle che avveniva in un piccolo mondo fatto di neofascisti gravitanti tra la Nomentana e Vigna Clara, che si conoscevano tutti fra loro. Impossibile che non si sapesse almeno da quale “ambito” fosse uscita fuori quell’azione. Di lì a risalire ai responsabili materiali era poi un gioco da ragazzi, per polizia e magistratura… Ma evidentemente non hanno voluto fare quel piccolo passo.

Nonostante, come scrive lo stesso pm, quella fosse “una vera e propria azione punitiva posta in essere da soggetti sicuramente appartenenti a frange del terrorismo di destra, in particolare di formazioni e/o soggetti gravitanti nei quartieri di Talenti”. Un solo quartiere…

Ci era di fatto arrivato il migliore dei libri scritto sull’omicidio – Valerio Verbano. Ucciso da chi, come, perché, edito da Odradek – ma che non poteva ovviamente disporre degli strumenti “incentivanti” propri dello Stato (mandati di arresto, interrogatori, ecc).

Da parte fascista, oltretutto, si è continuato a creare depistaggi e a tenere comportamenti di “favoreggiamento” degli assassini praticamente fino ad oggi.

Oltre alla falsa rivendicazione, infatti, già nei giorni successivi all’omicidio Maria Rossi Tanzini, madre di Walter Tanzini, militante del Comitato Rivoluzionario Quartiere Trieste di Terza Posizione, inviava una lettera anonima depistante nella quale un sedicente amico e compagno di Verbano affermava che quest’ultimo era stato ucciso da un suo stesso compagno e non dai fascisti dei NAR (29 febbraio 1980).

Una delle ultime speranze di individuare i responsabili si accese nel 2011, quando gli inquirenti intercettano una conversazione telefonica tra Roberto Nistri – esponente dei Nar condannato all’ergastolo, cui alcuni “pentiti” attribuiscono la proprietà della pistola calibro 7.65 con silenziatore artigianale, abbandonata dai killer sul luogo del delitto (quando però lui era già in carcere per altri reati) – e Maura Gualco.

Personaggio davvero “singolare” anche lei, in lunga familiarità con diversi esponenti dei Nar, uno stage da giornalista al manifesto (giornale che ovviamente ignorava le sue frequentazioni) e un lungo periodo a l’Unità (e fa pensare che il giornale ufficiale dei “dietrologi di sinistra” sia stato infiltrato con tanta facilità…).

Scrive infatti il pm: Pur avendo parlato telefonicamente con Roberto Nistri, con assoluta sicurezza e disinvoltura della vicenda e di uno dei possibili autori del fatto del quale ha indicato particolari somatici, sentita più volte da questo ufficio ha negato la circostanza, di fatto proteggendo dalle investigazioni almeno uno degli autori, si capisce bene che sarebbe stato fondamentale poter identificare almeno uno degli autori del fatto in quanto la personalità dello stesso.

Fra le sue frequentazioni e i suoi rapporti con l’ambiente avrebbe poi consentito di identificare anche i suoi correi; la sua condotta è stata quindi altamente negativa per lo sviluppo delle indagini e nei suoi confronti si procederà per il reato di favoreggiamento aggravato”.

Questo è il frammento di telefonata riportato nella sentenza e pubblicato da Brescia Antifascista:

GM (Gualco Maura) “eh dice io mi ricordo, fa lei (Carla Verbano n.d.r.), non si capisce perché lo dice ora e non trenta anni fa comunque che uno dei due che stavano un biondino c’aveva le unghie gonfie e ricurve” l’hai letto quell’articolo?

NR (Nistri Roberto) “no, non assolutamente, non leggo Repubblica, ho letto questo qua perché me l’ha detto mia madre… m’è piato un bel colpo

GM: Poi te dico a voce chi ce l’ha le unghie gonfie e ricurve

NR: vabbè io non lo so

GM: e dico è proprio per me, è proprio perché è sottobosco criminale, cioè tutto coincide, tutto coincide.

Solo nel dicembre del 2012, quando le indagini ormai arrancavano dopo il rumore politico mediatico iniziale, il PM Erminio Amelio convocherà Maura Gualco a rendere conto delle sue affermazioni, ricevendo come risposta, da quel giorno e per due anni di seguito, solo tanti “non ricordo”.

Ma dal momento in cui viene commesso il reato di favoreggiamento aggravato Amelio lascia passare ben 7 anni, lasciando così, incredibilmente, che maturino i tempi di prescrizione del reato.

Infatti solo nella richiesta di archiviazione delle indagini del 28 agosto 2019 contro ignoti riguardo l’omicidio di Valerio scrive:

A tale riguardo si cita la signora Maura Raffaella Gualco che pur avendo parlato telefonicamente con Roberto Nistri, con assoluta sicurezza e disinvoltura della vicenda e di uno dei possibili autori del fatto del quale ha indicato particolari somatici, sentita più volte da questo ufficio ha negato la circostanza, di fatto proteggendo dalle investigazioni almeno uno degli autori si capisce bene che sarebbe stato fondamentale poter identificare almeno uno degli autori del fatto in quanto la personalità dello stesso. Fra le sue frequentazioni e i suoi rapporti con l’ambiente avrebbe poi consentito di identificare anche i suoi correi la condotta di Maura Gualco è stata quindi altamente negativa per lo sviluppo delle indagini e nei suoi confronti si procederà per il reato di favoreggiamento aggravato”

In realtà il capo d’imputazione sarà poi di favoreggiamento personale come riportato nella sentenza.

Ma chi aveva parlato per prima di un uomo con le unghie ricurve di cui negli anni si è parlato spesso?

Carla Verbano, che aveva osservato a lungo quelle mani, quel 22 febbraio 1980.

Sia Carla che Sardo, infatti, sequestrati nella loro abitazione dai tre killer, hanno per quanto possibile cercato di ricostruirne l’aspetto. Il giorno stesso dell’omicidio, Carla dichiara:

[…] I tre parlavano sottovoce e direi con accento romanesco. Erano tutti in giovane età e posso descriverveli molto sommariamente come segue:

1) alto 1,80 circa aveva il volto coperto da un passamontagna color celestino che lasciava liberi solo gli occhi. Indossava un giaccone di panno blu e blu jeans. Aveva il guanto solo nella mano libera mentre impugnava un revolver cromato a mano nuda, e ho notato che aveva le unghie piuttosto grossolane con curvatura accentuata e senz’altro tagliate corte;

Il 3 febbraio 2021 presso il Tribunale di Roma in composizione monocratica la dott.ssa Valeria Ciampelli dichiara che:

Per il reato p. e p. degli artt. 378 c.p. e art. 1 L n. 15/1980 perché sentita dal Pubblico Ministero nell’ambito delle indagini relative all’omicidio di Valerio Verbano aggravato dalla finalità di terrorismo (reato commesso in Roma il 22/02/1980) aiutava ignoto soggetto a eludere le investigazioni delle autorità in particolare più volte richiesta di riferire le generalità della persona, o di fornire indicazioni sulla stessa, al fine di pervenire alla sua identificazione, ometteva e/o rifiutava di riferire alcuna notizia o circostanza utile al riguardo così impedendone l’identificazione e, conseguentemente, consentendo al predetto, direttamente coinvolte nelle fasi dell’omicidio, a eludere la investigazione dell’autorità giudiziaria procedente.

In particolare chiesta di riferire in ordine al contenuto della seguente conversazione telefonica intercorsa fra la stessa e Roberto Nistri in data 11/3/2011 ALLE ORE 15.10.53 (RIT 758/11) inerente la vicenda

Riferiva

in data 10/12/2012

Ricordo che ho parlato con NISTRI della vicenda anche nei termini che mi sono stati letti. Mi si chiedono indicazioni sulla persona che aveva “le unghie gonfie e ricurve” e riferisco che sicuramente ho pensato a una persona e che tale nome ho fatto NISTRI a voce. Ma ora non ricordo assolutamente il nome di tale persona, posso chiedere a NISTRI se ha lui un ricordo migliore e in tal caso apprendendolo verrò a riferirlo.

In data 8/1/2013

Io non ricordo assolutamente il nome di tale persona.

In data 6/3/2014

Confermo il contenuto della telefonata con NISTRI di cui sopra. Non ricordo il nome della persona con le “unghie gonfie e ricurve” il cui nome ho fatto a NISTRI come ho in precedenza dichiarato.

Ribadisco di non ricordare il nome della persona.

Con l’aggravante di aver commesso il fatto per finalità di terrorismo.

In Roma il 6/3/2014”

*****

Per tornare tra gli umani, ecco invece il racconti di un amico di Valerio.

(Liberamente tratto dal blog “la disillusione”)

A cura di Zoe

Ho visto per la prima volta Valerio al liceo, all’Archimede; lui era più piccolo di me di un anno, io del ’60, lui del ’61. In quel periodo se facevi politica era normale conoscersi tutti.

Eravamo divisi in gruppi: io facevo parte dell’Area di Lotta Continua, che era praticamente l’eredità di Lotta Continua, Valerio invece militava in Autonomia Operaia, anche se in realtà è sempre stato abbastanza indipendente, tant’è che poi creò un gruppo che si chiamava Nucleo comunista per l’Autonomia del Proletariato.

Militavo nella sezione di Lotta Continua del Tufello, a via Scarpanto, e ospitammo lui insieme a altri sette/otto compagni.

Come nasce la vostra militanza?

La nostra militanza nasce dallo spirito del tempo, d’altronde eravamo i fratelli minori del Sessantotto.

Quello è stato lo spartiacque: in Europa e negli Stati Uniti, nascono i movimenti che contestano la società autoritaria, che contestano i padri, poi via via si politicizzano col Vietnam, il Cile …

Se pensi che negli anni Settanta in Europa c’erano tre dittature militari, adesso una cosa del genere è impensabile. C’era un contesto internazionale allarmante.

Qui da noi, poi nel ’69 inizia la strategia della tensione con la strage di piazza Fontana. È un periodo indescrivibile con gli occhi di oggi. Si respirava politica dalla mattina alla sera.

Come potevi restare indifferente.

Valerio era molto impegnato nella controinformazione?

Non è un segreto, era riuscito a ricostruire un organigramma molto dettagliato delle varie organizzazioni di estrema destra.

Lui faceva anche le fotografie; molti si limitavano a mettere nome e cognome, indirizzo, scuola e finiva li.

In quegli anni l’antifascismo militante era una pratica quotidiana?

Perché erano successe delle cose inaccettabili.

Nel ’77 i fascisti entrano alla Sapienza sparano e colpiscono alla testa uno studente di legge Guido Bellachioma. I fascisti continuano a sparare e uccidono Walter Rossi. A Bari, Benedetto Petrone. Nel ‘78 uccidono Roberto Scialabba, Fausto e Iaio, Ivo Zini, Claudio Miccoli. Nel ’79 viene ucciso a Torpignattara Ciro Principessa. Nell‘80, Valerio.

Una violenza che nasce inizialmente nei cortei e nelle piazze, poi prende la forma degli agguati.

Bisognava difendersi e l’omicidio di Valerio non è un caso.

Quando arrestarono Valerio fecero una perquisizione in casa e, oltre al famoso dossier, trovarono una beretta 7 e 65.

Oggi sembrerà brutto dirlo, ma era abbastanza comune averne una, era una vita complicata in cui ogni sera quando tornavi a casa ti facevi il segno della croce.

Valerio è stato arrestato il 20 aprile del ’79. Perché?

Stavano armeggiando in un casolare quando vennero sorpresi da una macchina della polizia.

Solo Valerio, unico maggiorenne, fu portato a Regina Coeli… e condannato a 7 mesi. Se li fece tutti a Regina Coeli, in cella con Paolo e Daddo.

Uscì il 22 novembre 1979, esattamente tre mesi prima di morire.

Quando tornò da noi a via Scarpanto, al Tufello, era molto provato, scosso. Lui di solito era uno che scherzava sempre, rideva se c’era da ridere.

Quando hai visto per l’ultima volta Valerio?

Proprio quel maledetto venerdi. Stavo all’Archimede insieme a altri quattro cinque compagni e c’era anche Valerio. Quella mattina avevano tirato da un balcone dell’Archimede dei volantini delle Brigate Rosse e quindi restammo lì sotto scuola a parlarne. Poi sali’ sul suo vespino bianco. Ed è finita come sappiamo.

Le indagini?

Dopo la morte, iniziarono le indagini ed uscì fuori un testimone, l’unico, un condomino. Lui pochi giorni prima vide Valerio parlare con tre ragazzi e disse che si trattava degli stessi ragazzi del 22 febbraio. Poi per paura o per le minacce subite ritrattò tutto e si trasferì. Dopo 42 anni hanno archiviato il “caso”. Una vicenda giudiziaria scandalosa.

L’omicidio è stato rivendicato sia da destra che da sinistra?

Quelli sono stati depistaggi. Era un po’ un classico. Quando uscì la prima rivendicazione, che era questa fantomatica Organizzazione Armata Comunista, non ci credette nessuno perché era una buffonata. Poi ci fu la rivendicazione dei Nar, molto dettagliata. Sono stati loro.

Ogni anno il 22 febbraio ricordate Valerio.

Certo e continueremo a farlo. Ogni volta s’ingrossa di più il numero di giovani che partecipano come se Valerio fosse uno di loro. È incoraggiante. Anche per noi “vecchi”. Non abbiamo perduto, ci siamo solo persi. Forse sparsi. Ma avevamo e abbiamo ancora ragione su tutta la linea.

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