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Letta inciampa ancora sul “cuneo fiscale”

Il livello infimo e l’abitudine alla falsificazione sono due tratti caratteristici dell’attuale classe politica “di governo”. Senza alcuna distinzione possibile tra rutti salviniani, strepiti meloniani e “occhi di micetto” lettiani.

Sono fatti per essere servi di qualcuno e devono guadagnarsi la pagnotta arrampicadosi sugli specchi.

Prendiamo il tweet con cui l’insipido Enrico Letta prova a rispondere a Jean-Luc Mélenchon che, arrivato a Roma per sostenere l’Unione Popolare – quella formazione che le società di sondaggio sembrano decise a non rilevare nemmeno (per esser sicuri del risultato finale) – ha scritto infine nel suo “diario di viaggio”.

Stavamo seguendo un autobus in una zona operaia. Un autobus con pubblicità politica, visto che ora è consentita a Roma. Un busto grande e grosso del leader dei “democratici” italiani. E solo con uno slogan: “Meno tasse“.

È con questo che la ‘sinistra’ centrista intende mobilitare le classi lavoratrici.”

Una semplice constatazione, senza neanche scomodare le regole della “buona politica” borghese di oltre 40 anni fa (“in campagna elettorale non si deve parlare di tasse, altrimenti parte la gara a chi la spara più grossa, trasformando la politica in una televendita”).

Ma l’occhiuto gattino Enrico Letta ha notato persino questa piccola nota a margine (si capisce che deve prendere ispirazione da qualcun altro per dire qualcosa di interessante…) e ha immediatamente dato ordine agli schiavetti del suo staff di vergare un tweet a difesa della sua ridicola proposta.

Signor Mélenchon, l’abbassamento delle tasse sul lavoro – sul lavoro stabile – è un aiuto importante, in termini di consistenti aumenti salariali, per i lavoratori. Soprattutto con questo livello di inflazione. Non è facile capire il motivo della tua polemica“. Mélenchon è ripartito, ma ci abbiamo parlato abbastanza da creere di poter rispondere noi, sul punto.

Come Enrichetto dovrebbe sapere (ha persino insegnato “politica” a Scienze Po, a Parigi) le “tasse sul lavoro” – prelevate direttamente in busta paga di un dipendente, senza alcuna possibilità di evasione – prendono il nome convenzionale di “cuneo fiscale”.

Si tratta di alcune voci (accantonamento per la pensione – che ogni lavoratore si paga da solo, senza che nessuno gliela regali – per la cassa integrazione, la malattia, ecc) che nell’insieme si portano via mediamente un 30% della retribuzione lorda.

Quelle voci “previdenziali” vanno a finanziare, come detto, l’Inps, la sanità e altri istituti che debbono intervenire per supportare il lavoratore a fine carriera o durante i periodi di malattia, oppure di crisi.

Ridurre il peso di queste voci in busta paga ha due effetti tra loro contraddittori: a) mette a disposizione effettivamente un po’ di soldi liquidi in più a fine mese (ma verosimilmente meno di quanto non si ciucci l’inflazione), ma b) riduce i finanziamenti (pubblici) a quegli istituti di welfare che debbono intervenire nelle difficoltà.

Spiegato semplicemente a Letta & co.: è la solita storiella del “meglio un uovo oggi o una gallina domani?”.

In entrambi i casi, noterete, stiamo parlando di soldi che sono già formalmente proprietà dei singoli lavoratori (una parte del cuneo fiscale è a carico delle imprese, che da decenni ottengono riduzioni della quota a loro carico, con ovvie ricadute negative sulle finanze pubbliche). Dunque la proposta di Letta non fornisce alcun aiuto supplementare per affrontare il mostruoso aumento dei prezzi e della bollette che stiamo sperimentando.

Non c’è alcun aumento salariale, solo una diversa distribuzione tra “netto” e “contributi previdenziali”.

E’ una banale truffa, tutto qui. Mélenchon lo sa bene – quanto noi, sicuramente – perché anche in Francia girano proposte altrettanto oscene.

Se si vogliono aiutare i lavoratori dipendenti, i pensionati, i giovani precari, ecc, bisogna far aumentare i salari! Magari approvando – nell’unico paese d’Europa in cui non esiste – un salario minimo per legge che permetta di vivere in modo dignitoso.

Diciamo 10 euro l’ora, per il momento. Se l’inflazione continua ai livelli attuali presto ne proporremo 11, poi 12, e così via. Perché il “sistema” trionfante da oltre 30 anni – salari bloccati e prezzi in salita, per favorire la “competitività” di imprese taccagne che non fanno investimenti – sta crollandoci sulla testa.

E dunque debbono essere le imprese – che hanno fin qui accumulato profitti enormi “re-investiti” nella speculazione di borsa o in titoli di stato, invece che nella produzione – a mettere più soldi nelle buste paga. Non i lavoratori rinunicando a una parte del poco welfare che è rimasto!

Per questo, monsieur Letta, lei agisce come un giocatore di tre carte che ha un programma di destra. E un militante politico appena esperto se ne accorge subito. E lo fa notare ai lavoratori, che già l’avevano capito (rifiutandosi di votare il suo comitato d’affari chiamato “partito democratico”)…

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2 Commenti


  • Maurizio

    PartitoDiarrea


  • Arsenio Stabile

    Un vero effetto sulla domanda interna da aumento dei salari (reali) sia ha solo se gli imprenditori rinunciano a una parte dei profitti (che tanto hanno fatto negli ultimi anni compresi quelli della pandemia) senza squilibri sui conti pubblici. Inoltre non è tanto diverso che il nostro cuneo fiscale da quello francese o tedesco o di altri Paesi EU escluso ovviamente UK.

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