L’annullamento del convegno “La scuola non si arruola”, previsto per il 4 novembre, continua a incendiare il dibattito pubblico. E non solo per la decisione del Mim di cancellare l’evento e aprire un procedimento disciplinare contro il Cestes, ma per la risposta del ministro Valditara che, nel tentativo di difendersi, sembra avere solo peggiorato la situazione.
Di fronte al silenzio imposto a un ente accreditato per la formazione dei docenti, Luciano Vasapollo del Cestes non ci sta: “Qui siamo davanti a una censura bella e buona. Il ministero ci vuole muti, obbedienti e possibilmente compiacenti. Ma noi non facciamo parte della sua idea di scuola-soldato”.
Le accuse del ministero, secondo cui il corso sarebbe stato “estraneo alla formazione professionale dei docenti”, scatenano la reazione del responsabile scientifico del Cestes. “È grottesco – attacca Vasapollo –. Parlare di pace, di guerra, di militarizzazione delle scuole sarebbe ‘estraneo’? Ma quando mai? Da quando educare alla pace è diventato sospetto? Da quando analizzare la deriva militarista è propaganda? La propaganda è la loro, non la nostra”.
Ad arroventare il clima, arriva la risposta ufficiale del ministro Valditara alle critiche dei sindacati. Secondo lui, il Mim non avrebbe “vietato nulla”, ma semplicemente negato l’esonero dal servizio ai docenti che avrebbero voluto partecipare.
Il motivo? Il convegno sarebbe stato “propagandistico”, dunque non finanziabile “a spese del contribuente”. Una spiegazione che, più che chiarire, apre un varco enorme nelle argomentazioni del ministero. Perché se la partecipazione a un’iniziativa formativa – peraltro richiesta da un sindacato e da un ente accreditato – viene classificata come “propaganda politica”, allora chi decide cosa è pedagogia e cosa è politica? Valditara?
La sua replica alla Cgil, peraltro, è sembrata a molti più simile a un comizio che a una nota istituzionale. Ha accusato il sindacato di avere un “concetto inquietante di democrazia”, evocando un passato in cui “pretendevano di fare propaganda nelle scuole”. Una sortita che ha lasciato più di un sopracciglio alzato. Vasapollo la liquida così: “Fa sorridere, amaramente, vedere un ministro che da mesi riempie le scuole di retorica patriottica, di divise, di protocolli con le Forze Armate, che parla di pace come fosse una bestemmia… e poi dà lezioni di neutralità. È una farsa”.
La Cgil, dal canto suo, ribadisce che il valore costituzionale della pace non è un’opzione culturale, ma un fondamento della formazione civica. E sottolinea che mentre si boccia un corso critico verso la militarizzazione, aumentano in tutta Italia attività e progetti scolastici in diretto rapporto con l’industria bellica. “È questo che irrita il ministero – commenta Vasapollo –: la verità. Il fatto che docenti e studenti stiano alzando la testa, il fatto che mille persone si fossero già iscritte al nostro convegno, il fatto che le manifestazioni contro il riarmo crescano. Questo governo non sopporta che la scuola ripudi la guerra, come la Costituzione impone”.
La contraddizione politica è evidente. Da un lato, Valditara denuncia la “propaganda” altrui; dall’altro, trasforma ogni dissenso in minaccia, ogni critica in eresia, ogni corso scomodo in potenziale reato pedagogico. La linea del Mim è chiara: alimentare il sospetto verso ciò che è diverso, isolare chi introduce un pensiero critico, scoraggiare chi si oppone alla militarizzazione strisciante.
E qui Vasapollo affonda il colpo: “Colpire il Cestes significa dire a tutte le scuole: state zitte. Se parlate di pace, verrete sanzionati. Se denunciate la deriva bellicista, vi toglieremo l’accreditamento. È un messaggio da ministero autoritario, non da Paese democratico. Ma se pensano che ci arrenderemo, hanno sbagliato bersaglio”.
Il paradosso finale è quasi grottesco: mentre il ministero invoca la neutralità, la sua azione dimostra che la scuola è già terreno politico. Ma lo è a senso unico: quello imposto dal governo.
La conclusione, per Vasapollo, è una promessa e una sfida: “La scuola non si arruola, ministro. E nemmeno si inginocchia. Siamo qui, più forti e più determinati. E non saremo noi a tacere”.
Un avvertimento chiaro: se oggi nel mirino c’è un corso scomodo, domani potrebbe esserci qualsiasi docente, qualsiasi ricerca, qualsiasi idea che non corrisponda alla linea del potere. E questa sì, sarebbe la vera propaganda.
*Il Faro di Roma
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