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Peter Thiel lancia “Objection”: l’IA dei miliardari per silenziare i giornalisti

Finanziata da Peter Thiel e guidata dall’uomo che fece fallire la rete di blog Gawker, la nuova startup lanciata circa un mese fa coi soldi del fondatore di Palantir garantisce un servizio straordinario, per chi ha liquidità da spendere: tra i 2 e i 15 mila dollari per trasformare, in sole 72 ore, le inchieste scomode in accuse di inaffidabilità dei giornalisti.

Come al solito, questo processo istruito dall’IA (sul sito della startup campeggia proprio la scritta “Il tribunale IA della verità“: più distopico non si può…) viene presentato come una verifica “tecnica”, facilitata dalla straordinaria potenza di calcolo degli algoritmi. Ma basta approfondire i criteri su cui si basa questa nuova intelligenza artificiale per comprendere che si tratta di un attacco frontare al giornalismo investigativo.

Prima di passare al suo funzionamento, vediamo chi c’è dietro a questa nuova startup chiamata “Objection“. Thiel è un nome certamente famoso, che non necessita di presentazione. Tra i finanziatori c’è anche l’imprenditore di origine indiana Balaji Srinivasan, attivo nell’ambito della bioinformatica, dei bitcoin, e secondo alcune voci preso in considerazione da Trump nel 2017 per guidare l’agenzia Food and Drug Administration (FDA), che si occupa della regolamentazione dei beni alimentari e farmaceutici.

Objection ha come fondatore effettivo l’avvocato australiano Aron D’Souza. La sua figura evoca sgradevoli ricordi nel mondo dei media: è stato lo stratega dietro il gruppo di avvocati che nel 2016 portò al fallimento della rete di blog stelle-e-strisce Gawker Media, grazie a una causa da 140 milioni di dollari intentata dall’ex wrestler Hulk Hogan e finanziata proprio da Thiel.

Fu un caso di vero e proprio killeraggio giudiziario dell’informazione, che nulla ha a che vedere con la libera informazione. E D’Souza, in un certo senso, ha rivedincato questo tipo di operazione, rilanciando come nota positiva il fatto che sia finalmente riuscito a trasformarla in un software. Al lancio della startup ha dichiarato a Business Wire: “il contenzioso Gawker ha richiesto dieci anni e milioni di dollari. Objection industrializza questo processo“.

Il funzionamento di Objection è disarmante nella sua spregiudicatezza. Chi non gradisce la diffusione pubblica delle informazioni contenute in un articolo, semplicemente paga per attivare un “processo privato”. Il cliente carica il pezzo “incriminato” e inserisce le proprie obiezioni. A quel punto si attiva una squadra di “investigatori freelance” (che per molti analisti sarebbero ex agenti di CIA, FBI e NSA, strutture che già usano gli strumenti di Palantir).

Tutto il materiale raccolto viene dato in pasto a un insieme di modelli di intelligenza artificiale di OpenAI, Anthropic, xAI, Google e Mistral, istruiti ad agire come “lettori medi”. In sole tre ore i programmi eseguono una sorta di fact checking e sputano il verdetto, calcolato nel cosiddetto Honor Index: un punteggio numerico che assegna un valore alla credibilità del contenuto e all’integrità del giornalista.

Il cuore ideologico di Objection sta nelle istruzioni di base impartite agli algoritmi. La piattaforma adotta infatti una gerarchia rigida delle fonti giornalistiche: in cima ci sono i documenti primari (atti ufficiali, email depositate), mentre tra gli ultimi posti sono posizionate le fonti anonime.

È evidente che si tratta di un meccanismo pensato per screditare il giornalismo investigativo. I contributi che, in genere, vanno più in profondità e scoperchiano il “Vaso di Pandora” dei sistemi più torbidi di potere, corruzione, e altre oscenità della classe dirigente occidentale si avvalgono da sempre dei cosiddetti whistleblower, fonti interne alle “stanze dei bottoni” che parlano solo perché è garantito loro l’anonimato, per non rischiare il posto di lavoro o persino la vita.

Se il giornalista non vuole vedersi inserito in una lista di discredito pubblico, che si basa sulla scelta politica di determinati parametri e non ha nulla a che vedere con la deontologia professionale e tantomeno con accertamenti giudiziari, si trova davanti a un bivio: accettare che il suo nome venga “messo all’indice”, letteralmente, o violare il segreto dell’identità dei suoi informatori, e metterli persino in pericolo.

Per D’Souza, questo significa che “la verità non è più controllata dagli editori, ma viene posta sotto arbitrato“. Tramite una retorica che sembra voler promuovere la “democratizzazione” delle notizie diffuse, in realtà procede a creare un’arma di discredito in mano ai grandi privati, che possono letteralmente bersagliare ogni inchiesta giornalistica e minare alle fondamenta la libertà di informazione.

Vari esperti del settore hanno denunciato il pericolo. Chris Mattei, avvocato specializzato in cause di diffamazione, violazioni dei diritti civili e altre forme di abuso aziendale, annoverato da Forbes tra i 200 migliori legali degli States nel 2025, ha definito Objection “un racket di protezione high-tech per i ricchi e i potenti“.

Il tribunale IA di Objection avrà valore legale pari a zero, ma il suo potere di inquinare il dibattito pubblico è altissimo. Serve a confondere le acque, alimentare la sfiducia verso la stampa libera e incitare a una sorta di delazione digitale a pagamento. Perfettamente in linea con quel tecnofascismo espresso nel manifesto The Technological Republic. E, in generale, sintomo della deriva repressiva e autoritaria di tutti i sistemi politici occidentali, di fronte alla loro irrisolvibile crisi strutturale ed egemonica.

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