Impazzano le polemiche sulla contestazione di ieri pomeriggio nella piazza di Napoli dove le forze del “campo largo” si erano date appuntamento con i loro leader nazionali Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni. Eppure, nonostante la presenza dei big, a piazza del Gesù c’erano al massimo 300 persone, e a ben vedere in larghissima parte erano funzionari e addetti stampa.
In realtà gli slogan e la contestazione sono partiti quando a prendere la parola sono stati Roberto Fico attualmente presidente della Regione Campania e il sindaco di Napoli Manfredi, e quindi i responsabili istituzionali delle scelte amministrative locali e interlocutori delle domande sociali del territorio.
A contestarlo sono stati i disoccupati del movimento 7 novembre che stanno manifestando da tempo intorno alla vertenza dei tirocinanti, i comitati per l’acqua pubblica ed anche i militanti di Potere al Popolo che hanno una internità riconosciuta e riconoscibile in tutte le vertenze sociali metropolitane.
La rabbia dei disoccupati nasce dallo scandalo del progetto “Disoccupati e inoccupati di lunga durata Napoli”. Una vicenda che fotografa perfettamente l’approssimazione con cui le istituzioni locali gestiscono la vita delle persone. Circa 500 disoccupati avevano finalmente iniziato i tirocini in uffici comunali, municipalità e aziende partecipate. Altri 700 aspettavano solo il nulla osta. Un’ossigeno vitale per millecento famiglie. Ma dopo appena quattro settimane il primo luglio, come una scure, è arrivata la sospensione ufficiale da parte del Ministero.
A Napoli i militanti di Potere al Popolo sono di casa nei conflitti sociali metropolitani, per cui solo chi non conosce la piazza napoletana può ritenere strumentale la loro presenza in questa iniziativa di contestazione.
Già nei giorni scorsi in un comunicato di merito, Potere al Popolo aveva sottolineato come “La tanto sbandierata delibera comunale sul salario minimo si è rivelata una truffa mediatica, utile solo a guadagnare titoli di giornale ma inesistente nella realtà”, in sostanza il salario minimo dichiarato non viene poi applicato nelle aziende comunali, mentre sulla questione generale e riferendosi al campo largo, Pap segnalava come “la stessa loro proposta di salario minimo di 9 euro lordi orari è del tutto inadeguata: insufficiente a garantire una retribuzione dignitosa, priva di un meccanismo di aggancio all’inflazione per proteggere il potere d’acquisto e, per di più, dotata di un meccanismo di salvaguardia degli imprenditori che prevede che parte degli aumenti venga pagata dallo Stato”. Il problema infatti non è quello di fare buone dichiarazioni ma di attuare concretamente quando poi si è al governo.
Come noto Potere al Popolo ha dichiarato in una assemblea nazionale lo scorso giugno la sua “alterità” rispetto al campo largo del centro-sinistra.
E possiamo dire che le contraddizioni tra governo locale del centro-sinistra (Regione e Comune) e i conflitti sociali locali a Napoli sono altamente emblematici della contraddizione generale tra l’ipotesi del campo largo e quella di una alternativa di classe e di sinistra a partire dai temi reali come salari, reddito, servizi sociali, prevalenza degli interessi privati rispetto a quelli pubblici.
Ovviamente mass media e politica hanno preferito sottolineare questo aspetto rispetto agli altri. In qualche modo “fa più sangue” ma ancora una volta non coglie la materia della divaricazione tra le ipotesi in campo.
Nel video alcuni momenti di confronto verbale in piazza.
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Il comunicato odierno di Potere al Popolo
Stamattina ci siamo svegliati con un post di Giorgia Meloni contro di noi, e con tutta la galassia editoriale e social di centrosinistra che, dopo la contestazione di ieri al comizio del Campo Largo a Napoli, ci dà dei “fascisti” e degli “squadristi”. Ecco cosa è successo.
Partiamo da un dato. A prescindere dalla nostra presenza in piazza, alla kermesse di ieri, alla presenza di tutti i leader nazionali del centrosinistra, avranno partecipato sì e no 300 persone. Un flop clamoroso.
D’altronde pensare che a Napoli, una città letteralmente devastata dalla Giunta Manfredi, in una regione governata da decenni con metodi clientelari dal Campo Largo, un comizio di piazza incontrasse un sentimento popolare favorevole, significa non avere alcun contatto con la realtà.
Napoli è una città dove, proprio in questi giorni, 1.200 disoccupati che avrebbero dovuto iniziare un tirocinio dopo dieci anni di lotte sono stati lasciati a casa per l’incapacità dell’amministrazione comunale e del governo nazionale. Non è un caso che ad aprire la contestazione al palco siano stati proprio loro.
Napoli è una città dove due anni fa è stata approvata la delibera sul salario minimo negli appalti e non è mai stata applicata. Una città dove il diritto alla casa viene sacrificato agli interessi di chi si arricchisce con i B&B, mentre l’amministrazione non fa nulla per regolamentare il turismo.
Una città dove un intero quartiere è stato consegnato ai colossi dell’America’s Cup, rinunciando alla bonifica e al ripristino della linea di costa di Bagnoli. Dove chi ha inquinato non solo non paga, ma riceve appalti milionari. Una città dove si moltiplicano le ‘zone rosse’ contro poveri e migranti, mentre si continua a sparare e morire per strada nell’indifferenza delle istituzioni. Una città dove le morti stradali sono aumentate del 23% in un solo anno, mentre a livello nazionale diminuiscono.
Questa è la vetrina del buon governo che il Campo Largo vorrebbe proporre al paese. Basterebbe questo dato per comprendere la contestazione di ieri, per fare autocritica. E invece Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, Manfredi e Fico non rispondono nel merito.
Preferiscono dare del fascista a chi li contesta, con buona pace di chi dice che ci hanno chiamati a intervenire sul palco come avevamo chiesto (una bufala bella e buona, come dimostrano i video in cui al massimo Conte afferma “ne parliamo di là“, cioè dietro i riflettori).
Dimenticano le parole di Pertini, che il fascismo lo aveva conosciuto e combattuto davvero: “Libero fischio in libera piazza“. E cioè: la battaglia delle idee, le contestazioni, sono il sale della democrazia. E non a caso incassano la solidarietà di Meloni, con la quale sembrano condividere una concezione piuttosto singolare della democrazia, quella per cui il dissenso va criminalizzato.
D’altronde loro, al contrario di quanto ha affermato Conte dal palco, i decreti sicurezza e i decreti Minniti contro i migranti e i poveri li hanno firmati eccome.
Così l’antifascismo viene svuotato di senso, utilizzandolo come strumento elettorale per raccogliere consensi, per poi governare, in perfetta continuità con le destre, che siano quella di Draghi o quella di Meloni, ossia contro i lavoratori.
Conte e Schlein hanno già chiarito che la patrimoniale non è una priorità. Nel campo largo trovano ampio spazio le posizioni pro riarmo e pro Nato e anche l’oscenità della ‘Sinistra per Israele’. E gente come Renzi, il padre di leggi come il Jobs Act.
Pensare che sia la contestazione di Potere al popolo a “far vincere la destra” e non il fatto che il centrosinistra, per ampi strati popolari, non costituisca una reale alternativa a Meloni, vuol dire guardare il dito e non la luna.
Infine: a chi dice che bisogna contestare la destra e non il centrosinistra rispondiamo con due osservazioni.
La prima: se dovessimo elencare tutti i procedimenti giudiziari che abbiamo subito per le contestazioni a Fratelli d’Italia, Salvini e compagnia, non finiremmo più. Nelle piazze contro la destra, però, i partiti del Campo Largo non li abbiamo praticamente mai visti.
La seconda: le contestazioni si fanno a chi governa. E a Napoli e in Campania governa il Campo Largo. Peraltro in piena sintonia con il governo Meloni, come dimostra il caso di Bagnoli o l’entusiasta accoglimento delle ‘zone rosse’.
La domanda dunque è: come potete presentarvi come alternativa se sulle questioni decisive finite sempre per stare dalla stessa parte?
In questo paese serve lavorare a una vera alternativa, con un progetto concreto e proiettato in avanti, che non faccia leva sulla paura, come fanno specularmente la destra e il centrosinistra, mai sui bisogni e le aspirazioni della maggioranza.
Prima lo faremo, abbandonando il “menopeggismo”, prima cambieremo tutto.
Potere al Popolo
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