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Lezioni dall’America: “al centro si perde”

La politica statunitense ha immensi difetti, ma offre almeno una certezza: mostra la strada per la sfera politica in tutto l’Occidente capitalistico. E’ quasi uno stampo che dà forma – più o meno lentamente, con qualche variante qui e là – a quanto accade nel resto dei regimi euro-atlantici.

Quindi va seguita e analizzata, perché fornisce anche involontariamente indicazioni di massima sul nostro prossimo futuro. Una premessa è però indispensabile: bisogna lasciare la tentazione della tifoseria – antica piaga del cosiddetto “dibattito politico” italiano – fuori dalla porta.

Sappiamo che negli Usa la svolta reazionaria ormai ha una storia pluridecennale. Trump ha vinto una prima volta nel 2016, in mondo “Maga” ha lentamente condensato varianti inguardabili che vanno dal neonazismo al Ku Klux Klan, seminando in America e nel mondo idee deliranti che sono dichiarazioni di guerra (tipo la “remigrazione”, lì fisicamente istituzionalizzata nell’ICE, una forza paramilitare dipendente solo dal presidente).

Questa svolta ha praticamente eliminato la sponda repubblicana del cosiddetto establishment – quell’insieme di istituzioni, abitudini, istituti di ricerca, parlamentari, funzionari, militari, idee, ricette economiche e di governo del mondo, ecc – che aveva garantito per la sua parte un’alternanza senza scosse al vertice politico del paese.

Dagli anni ‘80 in poi, esaurita la fase hard della restaurazione conservatrice – Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli Usa – il neoliberismo era diventato pensiero unico, determinando sia gli indirizzi economici che la gestione amministrativa degli Stati, demolendo e cancellando ogni traccia di “stato sociale”.

Sul versante politico-partitico ciò si è velocemente tradotto in “taglio delle ali estreme” – sia di destra che “di sinistra” – e nella presunta legge non scritta della politica elettorale occidentale: si vince al centro.

Il principale corollario “democratico” è ben noto: si partecipa alle elezioni per “battere la destra”, e questo significa per prima cosa rinunciare a qualsiasi pretesa di “cambiamento”. L’ultimo esempio fuori tempo è di questi giorni, con la deputata Elisabetta Piccolotti in Fratoianni (Avs), pronta a spiegare che “la priorità è battere la destra, del disarmo ci occuperemo dopo” (cioè: mai).

Poi, improvvisamente, dall’America sono partite le ondate di un big bang totalmente inaspettato. Un musulmano che si definisce apertamente “socialista” e pro-palestinese diventa sindaco di New York, mobilitando attivisti sociali con un programma fatto di asili nido, trasporti pubblici gratuiti o quasi, supermercati a prezzi popolari, ecc.

A seguire arriva la “collega” Katie Wilson a Seattle (la capitale della Silicon Valley), e poi una valanga di candidati alle elezioni di midterm (primo martedì di novembre) che stracciano alle primarie le vecchie cariatidi che occupavano da più mandati le poltrone “dem” al Congresso.

Ci sono Chris Rabb, nel 3° Distretto della Pennsylvaniache vuole la sanità per tutti e l’abolizione dell’ICE. Melat Kiros, nel 1° Distretto del Colorado, che ha sconfitto la deputata in carica da 29 anni, Diana DeGette, aggiungendovi la fine degli aiuti militari a Israele.

Cori Bush, nel 1° Distretto del Missouri. Claire Valdez, nel 7° Distretto dello Stato di New York, sostenuta da Zohran Mamdani. Darializa Avila Chevalier, nel 13° Distretto di New York. Donavan McKinney, nel 13° Distretto del Michigan (capitale Detroit, “città dell’auto” e della residua classe operaia statunitese). Oliver Larkin, nel 25° Distretto della Florida.

Spiccano su tutti Abdul El-Sayed – anche lui in un distretto del Michigan, medico di chiare origini arabe e apertamente a favore dei palestinesi – e Peggy Flanagan, nella foto d’apertura, della White Earth Nation (Ojibwe) nel Wisconsin, che potrebbe diventare la prima donna “pellirossa” ad entrare nel Congresso.

E’ andata male di pochissimo (4.000 voti di scarto) a Francesca Hong, origini sudcoreane, malvista anche da alcuni “socialisti” per diverse prese di posizione ritenute “eccessive”.

Si tratta – ricordiamo sempre – di “socialisti con caratteristiche americane”, che sulla politica estera magari dicono sconcezze inascoltabili. Ma segnano comunque un “cambio di direzione” del senso comune e del discorso pubblico statunitense, recuperando una certa percentuale di quel “riformismo socialdemocratico” che agli occhi dell’elettorato sembra “comunismo trinariciuto”. E che così viene combattuto da Trump e dai “Maga”.

Se non si cede alla stupidaggine da tifosi ci si può accorgere che tutti costoro hanno vinto potendo contare su pochi soldi, al contrario dei loro avversari nelle primarie e ancor più alle prossime elezioni (l’Aipac, il fondo israeliano, ha finanziato 361 dei 535 deputati o senatori attuali), ma grazie ad una folla di attivisti che hanno battuto casa per casa, porta a porta, social per social.

Significa che non serve mettersi a questionare sulla percentuale di “spirito rivoluzionario” o riformista presente nelle loro dichiarazioni e/o idee. Tutti costoro non sono e non hanno la “soluzione” per i problemi delle classi povere americane, ma sono il sintomo della gravità della situazione.

Il sintomo, cioè, dell’impossibilità di migliorare la loro condizione seguendo le ricette sia dell’establishment neoliberista (la residua fazione che controlla ancora il “partito democratico”), sia quelle del neofascismo Maga.

Non per caso molti di questi candidati e prossimi parlamentari è di origini unamerican, ossia non bianchi, non anglosassoni e non protestanti. Evidentemente la “faglia del colore” o della cultura da cui si discende rende più semplice spostare i veli ideologici che nascondono le discriminazioni di classe, etniche, “religiose”.

La lezione da trarre, insomma, non consiste nel “copiare” quel che dicono o fanno, ma nel capire che “al centro si perde”. Perché l’adesione al neoliberismo – in versione hard (tipo Pd, insomma) o “moderata” (tipo Avs) – è la ragione che ha portato le “sinistre” a perdere la capacità di rappresentare i ceti popolari.

Una verifica immediata di questa nuova “legge della politica occidentale” viene dalla Francia, dove ci si prepara al dopo-Macron (un banchiere) con un’alternativa radicale alle presidenziali: i fascisti di Le Pen contro la sinistra radicale di Jean-Luc Mélénchon.

In mezzo – “al centro” ci sono solo frattaglie sparse di formazioni che al neoliberismo hanno sacrificato la loro ragion d’essere. Tipo i “gollisti”, i “socialisti” alla Glucksmann, e altri detriti senza più credibilità sociale, incapaci sia di “federarsi” che di esprimere un qualsiasi progetto differente dal semplice “non disturbare le imprese” e “sostenere l’Ucraina”.

Ma se “al centro si perde” – è questo a rendere ridicoli i maneggioni alla Renzi e Calenda, qui da noi – allora è necessario produrre una visione credibile del cambiamento necessario. Perché il malessere popolare che si aggrava nella crisi e nell’avvicinarsi delle guerre non può essere catalizzato con discorsi vaghi, nel solco della “continuità”, con facce da traditori seriali.

Con la crisi del neoliberismo si inverte insomma anche la tendenza principale della politica. Non si tratta più di “ridurre le differenze” ma di esaltarle nella loro radicalità di classe. La destra fascista lavora come sempre per i committenti (“i padroni” di qualsiasi livello, quanto a ricchezza). Sarà bene offrire qualcosa di realmente e completamente opposto.

Lo chiedono persino in America…

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