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La scuola del conflitto: la battaglia per l’egemonia/5

Se quanto fin qui discusso è corretto, il punto da cui ripartire è allora la natura storica della fase che attraversiamo: la scuola neoliberale appartiene all’assetto nato con l’Europa di Maastricht e oggi viene investita da una crisi che sta cercando vie di ricomposizione.

La scuola contemporanea si trova in un interregno dove il nuovo non si è ancora stabilizzato e nasce dentro il vecchio che non riesce più a svolgere la sua funzione: la scuola neoliberale non viene sostituita dalla scuola della resilienza, la seconda si innesta sulla prima conservandone gli elementi e cercando di riorganizzarli per rispondere alla crisi che il neoliberismo ha generato; siamo di fronte cioè a una mutazione autoritaria e ideologica della scuola neoliberale.

Se la crisi della scuola neoliberale è identificabile come crisi egemonica della classe dirigente, occorre allora contrapporre non semplicemente una «pedagogia alternativa», ma un diverso paradigma inteso come strategia politica: la scuola del conflitto.

Se la resilienza tende a trasformare la crisi da problema collettivo in capacità individuale di adattamento, la scuola del conflitto deve compiere il movimento opposto: restituire alla crisi la sua natura storica e sociale, rendere leggibili i rapporti che la producono e costruire nei soggetti la consapevolezza della possibilità di intervenire su di essi.

Ma il percorso da seguire non è quello dettato dall’Agenda ONU 2030 perché essa è uno strumento di “governo del dissenso”, volto a incanalare le preoccupazioni dei cittadini entro i confini dell’ordine costituito, spingendoli ad affrontare i problemi sociali attraverso percorsi istituzionali e compatibili con il sistema, senza metterne realmente in discussione le fondamenta.

Al contrario la scuola può svolgere una funzione che nessun semplice progetto di educazione civica può svolgere: il conflitto deve diventare una dimensione complessiva della funzione educativa e ciò significa restituire centralità ai saperi come strumenti di interpretazione della realtà, sottraendoli alla loro riduzione a capitale umano e a competenze immediatamente spendibili.

Significa insegnare a leggere la storia come storia di conflitti, trasformazioni e rapporti di forza; significa costruire una cittadinanza fondata non sull’adattamento alle condizioni date, ma sulla possibilità di intervenire nella loro trasformazione; non significa dire che la scuola non deve preparare al lavoro, ma chiedersi quale lavoro, dentro quale società e con quali rapporti di potere.

Significa in definitiva non pensare e vivere la scuola come strumento di affermazione di una traiettoria individuale, ma come un luogo collettivo dove si accumula un sapere che sarà poi messo al servizio della collettività.

È qui che la lotta sindacale, quella politica e quella culturale devono tornare a incontrarsi. Occorre costruire nelle scuole laboratori egemonici, luoghi nei quali si sperimentino concretamente rapporti diversi tra le sue componenti, forme più avanzate di partecipazione e pratiche didattiche fondate sulla capacità critica.

Questi laboratori non possono essere separati dal mondo della cultura: occorre riportare intellettuali, ricercatori, editoria e produzione culturale dentro la scuola, perché la battaglia per l’egemonia passa anche dalla produzione degli strumenti attraverso cui la realtà viene interpretata e insegnata.

Se il passaggio dalla scuola dei saperi alla scuola delle competenze non è avvenuto soltanto attraverso le leggi, ma soprattutto attraverso la trasformazione concreta dei curricoli, dei manuali, dei materiali didattici e delle pratiche quotidiane, allora anche una scuola diversa deve produrre cultura, strumenti, libri, materiali e pratiche capaci di rendere concretamente possibile un’altra idea di scuola, organizzandola forse intorno a una rivista di riferimento e entrando con decisione nel terreno dell’editoria scolastica.

Ma nemmeno questo è sufficiente, perché non si sta qui proponendo di costruire a tavolino una teoria pedagogica, ma di fare della scuola un terreno di scontro politico cambiando di segno il rapporto che la scuola attuale intrattiene con il mondo esterno considerato oggi esclusivamente come rapporto con il mondo produttivo; la pratica pedagogica del conflitto deve abbeverarsi con ciò che sta al suo esterno perché il conflitto non deve essere inserito artificialmente nella scuola, esso esiste già nella società e produce già conoscenza.

Esistono esperienze collettive che attraverso le loro pratiche elaborano saperi sul lavoro, sul territorio, sull’ambiente, sui rapporti di genere, sul corpo, sulla cultura, sulle forme della cooperazione e del mutualismo.

Pensiamo alle reti che sperimentano forme di agricoltura e di sovranità alimentare, alle esperienze dei movimenti femministi nella costruzione di una lettura collettiva della violenza e dei rapporti patriarcali, alle palestre popolari che intrecciano pratica sportiva, mutualismo e socialità, alle esperienze e analisi della galassia dell’antipsichiatria che molto hanno da insegnare in relazione alle pratiche didattiche, alle esperienze teatrali e culturali che costruiscono forme autonome di produzione e partecipazione, alle realtà impegnate contro la guerra che possono contribuire a mettere in discussione la sua rappresentazione come evento naturale e la figura del soldato come figura neutra e necessaria o ancora alle comunità migranti e a chi si batte contro i CPR e i respingimenti o ancora ai movimenti che si oppongono alla crisi climatica.

L’elenco potrebbe continuare e allargarsi in sostanza a tutte quelle realtà organizzate che hanno mantenuto aperto l’orizzonte dell’alternativa e che soprattutto lo hanno praticato attraverso le loro lotte.

Dentro quelle pratiche si producono domande, concetti, linguaggi e saperi che la scuola può assumere come oggetto di conoscenza e noi dovremmo costruire le condizioni affinché quel sapere possa entrare nella scuola.

Non si tratta di trasformare ogni esperienza di movimento in un contenuto didattico, ma di mettere gli studenti nella condizione di incontrare i soggetti che li producono, ricostruirne le ragioni, verificarne le pratiche, confrontarle con altre interpretazioni e trasformarle in oggetto di studio. E non si tratta nemmeno di appaltare la formazione a soggetti esterni, sostituendo al mercato della formazione neoliberale un diverso mercato delle competenze.

Si tratta esattamente del contrario: costruire insieme a queste realtà ipotesi di percorsi formativi e didattici, individuando temi, strumenti, saperi e soggetti capaci di portarli nella scuola la quale deve partecipare alla produzione di una cultura nuova.

Il territorio diventa così un’estensione del laboratorio scolastico e la realtà sociale un campo nel quale esercitare concretamente le capacità critiche. La scuola può allora diventare non soltanto il luogo nel quale si subiscono le trasformazioni della società, ma uno dei luoghi nei quali si comincia a immaginarne e costruirne un’altra perché la scuola non è soltanto oggetto della lotta egemonica, è uno degli strumenti attraverso cui quella lotta può essere condotta.

E’ un possibile luogo di ricomposizione di soggetti, esperienze e conflitti oggi dispersi, un luogo in cui trasformare questa pluralità in una forza culturale e dunque anche politica.

Quello che si sta proponendo è un metodo e un possibile percorso che, a partire dalla scuola come infrastruttura, contribuisca a costruire un blocco sociale che punti a diventare egemone; e nel posizionarci sul terreno dell’egemonia dobbiamo essere consapevoli della debolezza dell’avversario che ha perso la base materiale su cui costruire il suo consenso, occorre cioè essere sintonizzati col sentire comune e dismettere una postura resistente.

Oggi non dobbiamo più dare priorità all’azione di smascheramento, come fu vent’anni fa nelle battaglie contro la scuola neoliberale; oggi il fallimento della scuola neoliberale è già nella coscienza della maggioranza, e lo stesso può dirsi della militarizzazione delle scuole perché l’avversione alla guerra è maggioritaria o ancora non abbiamo bisogno di spiegare che l’intelligenza artificiale possa diventare uno strumento di controllo perché il timore è già penetrato nel senso comune, talvolta fino a forme irrazionali e nemmeno dobbiamo solo educare alle differenze o specializzarci in lezioni sulla Palestina o concentrarci nell’elaborazione teorica di una nuova pedagogia ridotta spesso a raccolta di «buone pratiche».

E soprattutto non dobbiamo più dare centralità a una singola battaglia: queste battaglie restano assolutamente necessarie come è necessario continuare a fornire strumenti di resistenza e come è ovviamente centrale lavorare in modo puntuale e radicale sul terreno sindacale.

Ma il problema non è scegliere quale di queste battaglie sia prioritaria, è comprendere il terreno sul quale si combattono; non possiamo continuare a muoverci pensando di arginare le singole tendenze innamorandoci delle nostre vertenze che talvolta diventano anche autorappresentazioni delle diverse organizzazioni, ma è il momento di costruire un lavoro di prassi comune, in cui soggetti differenti possano riconoscersi reciprocamente e produrre qualcosa che nessuno di essi potrebbe produrre singolarmente.

Le singole vertenze devono essere portate sul terreno che l’avversario ha individuato in questa fase: oggi non si stanno soltanto introducendo dispositivi, si sta tentando di costruire una nuova narrazione capace di dare un significato alla crisi e proprio per questo ogni nostra vertenza deve essere inserita dentro una proposta più generale e ogni opposizione deve essere capace di indicare non soltanto ciò che rifiuta, ma ciò che vuole costruire.

Non basta più resistere alla scuola neoliberale e nemmeno ai singoli dispositivi della scuola resiliente in formazione, come se questi fossero da soli in grado di bloccare il dispiegamento dell’egemonia delle classi dirigenti: oggi occorre cominciare a costruire la scuola che può prenderne il posto senza limitarci a difendere la scuola che abbiamo conosciuto, occorre cominciare a immaginare quale scuola serva a una società che ancora non esiste.

La posta in gioco non è nemmeno semplicemente quale scuola avremo, ma quale tipo di società la scuola contribuirà a rendere possibile.

La questione è diventata propriamente egemonica e senza fare questo passaggio, che è un passaggio squisitamente politico, rischiamo di produrre battaglie su un terreno arretrato perché anche una lotta perfettamente consapevole della propria collocazione e utile dentro la critica complessiva alla scuola può rischiare, sul piano strategico, di riprodurre una forma di intervento che appartiene alla fase precedente.

Se sta crollando un mondo e le istituzioni che lo sorreggevano, se stanno avanzando soluzioni antidemocratiche per sostituirlo e gli spazi di democrazia tendono a chiudersi, non possiamo più opporci combattendo singole battaglie: occorre da subito assumere la postura dell’attacco e con tutte le nostre forze tenere aperti gli spazi di agibilità di pensiero e di prassi che sappiano indicare una diversa via d’uscita dalla crisi che non siano la guerra o lo sfaldamento delle istituzioni democratiche.

E questa postura va assunta velocemente perché la realtà è in fortissima accelerazione e perché gli spazi possono essere occupati finché esistono e quando si chiudono la categoria del nemico interno diventa un bersaglio facilmente individuabile e colpibile.

Dobbiamo difendere strenuamente la libertà di insegnamento che ci è stata data dai nostri Costituenti come cardine della democrazia del nostro paese, essa deve essere oggi la leva da utilizzare per proporre un’altra idea di scuola e di società, e lo dobbiamo fare in modo organizzato e il più possibile visibile per dare coraggio a chi in questa fase ne ha meno di noi. È il momento di raccogliere la grande eredità del ‘900 e sfidare la classe dirigente sul terreno della costruzione di una nuova società che non abbia al centro il capitale e i suoi meccanismi di accumulazione.

Non possiamo lasciare all’estrema destra la sua falsa e strumentale rappresentazione dell’antisistema; dobbiamo essere noi ad occupare questo spazio e presentarci come tali.

Il compito delle organizzazioni politiche, sindacali e studentesche è quello di aprire consapevolmente la battaglia per l’egemonia ricostruendo un blocco sociale e culturale capace di produrre una nuova visione della scuola come emancipazione collettiva e come terreno strategico della battaglia per l’egemonia.

La scuola del conflitto può essere il nome provvisorio di questa ricerca, non come un modello pedagogico, ma come un progetto politico da costruire che deve avere un suo nome ed essere rintracciabile e riconoscibile, un terreno sul quale sperimentare con forza e massima visibilità un’altra funzione sociale dell’istruzione.

Una scuola capace di stare dentro le contraddizioni del proprio tempo senza neutralizzarle, di mettere in relazione i conflitti che attraversano la società e di fare della conoscenza uno degli strumenti attraverso cui quei conflitti possono diventare organizzazione e possibilità.

Dobbiamo già assumere, nel modo in cui pensiamo, agiamo e ci rapportiamo alla società, la postura propria di una forza egemonica. Nonostante oggi non siamo ancora in grado di rappresentare questa posizione, essa esiste già in forma latente nelle dinamiche profonde della società, nelle sue contraddizioni e nelle aspirazioni che la attraversano.

Il nostro compito non è dunque attendere che le condizioni siano mature per poterci collocare in quella posizione, ma anticipare, sul piano della prassi, ciò che ancora non si è realizzato sul piano sociale.

E questo vale tanto nella scuola quanto nella società nel suo insieme: è possibile rispondere alla crisi e allontanare la guerra dal nostro orizzonte solo modificando in profondità quei rapporti sociali che oggi la rendono possibile e che stanno già preparando soluzioni eversive se queste si rendessero necessarie.

Ma una prospettiva egemonica pone inevitabilmente anche una questione organizzativa: chi può assumere oggi questo programma politico, anche solo a partire dal campo della scuola?

Forse, almeno in parte, i soggetti che già oggi agiscono nella scuola e intorno alla scuola, spesso dispersi, frammentati, impegnati nell’attacco quotidiano e quindi costretti a una dimensione prevalentemente reattiva; ma proprio la crisi della scuola neoliberale può permettere di trasformare questa pluralità di resistenze compiendo un salto consapevole di qualità.

In particolare occorre pensare ai gruppi di studenti organizzati che possono essere il motore e l’innesco di questo processo, riattivando la pratica dei seminari autogestiti e attirando i docenti più sensibili e consapevoli che, come ha dimostrato la partecipazione alle manifestazioni per la Palestina, nelle scuole esistono e paiono disponibili ad affrontare il conflitto più sul terreno generale che non su quello strettamente sindacale.

Si tratta di costruire piccoli laboratori, anche inizialmente in poche scuole, nell’ottica di cominciare a far vivere concretamente la scuola del conflitto, poterne così comprendere meglio i confini e alimentare ciò che, anche di teorico, andrà dialetticamente sviluppato.

Ma non ci sono solo gli studenti,perché attorno alla scuola pubblica gravitano molte altre realtà che stanno tentando da diversi punti di vista di difenderla, ma possono farlo solo se riescono a trasformare la propria collocazione specifica in una funzione politica più generale perché non esiste egemonia senza soggetti capaci di produrla, organizzarla e sostenerla nel tempo.

Il problema dell’organizzazione esiste, ma non può essere paralizzante; è possibile assumere la postura della sperimentazione e fare della scuola un terreno dal quale si tenta di contribuire a una trasformazione più ampia. Anche la scuola sarà uno dei terreni nei quali verrà combattuta la partita per la direzione che prenderà la società: a noi, che nella scuola viviamo e lavoriamo, il compito di contribuire a comprendere la nuova fase e di individuare gli strumenti per attraversarla, facendo della scuola un laboratorio di futuro.

Neoliberismo, militarizzazione e nazionalismo resilienti nella società della guerra: una nuova funzione sociale della scuola/4 – Contropiano

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