Ora tocca ai voli aerei. Ci siamo astenuti per un paio di giorni dall’occuparci dei “nuovi allarmi” che attraversano l’Europa occidentale – e solo questa – perché ci sembrava tutto così ridicolo da non richiedere sottolineature particolari.
Intanto per il mezzo usato: qualche mail spedita in Vpn (la rete virtuale che anche un bambino può usare sullo smartphone per schermare q.b. il paese da cui si trasmette). Giustamente molti ricordano le telefonate anonime – quando ancora si potevano fare, dai telefoni pubblici a gettone – per far chiudere una scuola il giorno delle interrogazioni o del compito in classe.
In secondo luogo per la sigla del “gruppo terroristico”: i “Combattenti dello Stato Maschile” che avrebbero dichiarato guerra al “regime femminista” non verrebbero in testa neanche al vannacciano meno dotato di neuroni funzionanti. Il fatto che qualche “fonte ufficiale” ne accrediti l’esistenza addirittura da una decina di anni, qualificandolo come “gruppo filo-russo” da sempre silente, sembra più una rivendicazione di paternità che non un’accusa con speranze di esser presa sul serio.
Non paghi del risultato, nella serata di ieri chi dirige questo teatrino di sigle inattendibili ha prodotto una “smentita” del presunto esercito dei maschiacci in favore della rivendicazione da parte di tale “Mikhail Andropov”, omonimo del penultimo segretario del Pcus nonché ex capo del Kgb. Da segnalare che, a parte la “firma” – purtroppo senza p.e.c – tutto il resto rimane uguale. E se non capite adesso, siete proprio di coccio…
Non è finita qui, naturalmente. Tra le cose più ridicole c’è sicuramente l’aver fatto decollare jet militari – non solo in Italia – per scortare fino all’atterraggio i voli civili su cui era stata segnalata una possibile bomba a bordo.
Non si capisce con quale scopo pratico. Se a un pilota civile vien detto via radio “forse hai una bomba a bordo, atterra al primo scalo disponibile”, quello scende di corsa; serve solo una torre di controllo che gli dia l’ok su una pista adeguata alle caratteristiche del suo mezzo. Non a caso il pilota del Dublino-Roma si è inizialmente rifiutato di atterrare in una base militare francese (quella di Evreux), rischiando persino l’arresto per non aver prontamente obbedito.
A che serve infatti un jet militare in quel caso (a parte “convincere” i piloti civili a seguirli e a rendere “serioso” l’allarme)? Se la bomba non c’è, ha fatto un giro a vuoto. Se c’è ed esplode, cosa può fare (oltre a rischiare di essere investito da qualche rottame)? Raccoglie in volo qualche pezzo, oggetto, corpo? Col retino delle farfalle, probabilmente…
Fin qui le cose certe. Tutto parte da una mail seriale scritta in un italiano sgrammaticato, inviata da uno o più sconosciuti dopo aver creato una piccola mail-list fatta passare per “un livello di coordinamento mai visto”. Qualsiasi testata online, per quanto piccola, ne può mostrare di molto più nutrite.
Poi si apre il pozzo nero delle illazioni. Univocamente dirette dai media ufficiali (e quindi dai governi) in direzione della Russia, sotto la definizione onnicomprensiva di “guerra ibrida”. Che ormai compete alla pari con “terrorismo”, “maranza”, ecc.
Un esempio per tutti viene come sempre dal ministro della difesa Crosetto. Da una parte ostenta self control (“«Mi pare che ormai ogni giorno, dai frigoriferi alle scorte di sangue in Francia, a questi finti allarmi, c’è qualcuno che ha l’interesse ad alimentare le tensioni. Noi abbiamo l’interesse invece a fare il contrario e garantire la sicurezza del Paese»); dall’altra inzuppa il pane nella paura («È tutto legato: i frigoriferi, il sangue in Francia, i droni, gli aerei, le minacce. Viviamo in questo periodo». Gli allarmi «fanno parte di una strategia per aumentare il caos»).
Se c’è una strategia, c’è una mente che l’ha pensata e molte mani che la praticano. Ma non si può sapere di chi sia. «Si chiama “guerra sotto soglia” perché è sotto la soglia di attribuzione. Viene fatta apposta in questo modo, perché nessuno la possa attribuire a un colpevole». Il cerchio si chiude: state allarmati e lasciate fare a noi…
E’ pur sempre il ministro che diceva che se Cuba ti presta i suoi medici e (come ha poi fatto l’Italia, quindici giorni fa, astenendosi) “quando arriva il momento di votare per la revoca dell’embargo a Cuba, voti a favore, non contro! Altrimenti sei uno Stato quaquaraquà!“ E se lo dice lui, chi siamo noi per smentirlo?
Forse servirebbe dire una volta per tutte – ma è uno sforzo inutile, lo sappiamo – che la “guerra ibrida” è sempre esistita, probabilmente già al tempo degli Hyksos. Si tratta di tutte quelle forme di influenza sul campo nemico che possono disgregarne la coesione interna: piccole provocazioni, false incursioni, false informazioni, falsi allarmi, falsi messaggeri, false proposte. Ecc, ecc, ecc.
In secondo luogo la “guerra ibrida” la fanno tutti gli schieramenti, anche “il nostro” (la Nato, o per lo meno l’Unione Europea). Sempre, ogni giorno, in genere con i servizi segreti, i finanziamenti, ma soprattutto con le tv e i media. E viene fatta sia verso l’esterno (il “nemico” vero e proprio, oltre a tutti i “paesi terzi” per giustificare le proprie azioni), sia e forse soprattutto verso “l’interno”, per aumentare la coesione del proprio campo.
Il quale, forse è il caso di ricordarlo, è in forte agitazione praticamente in ogni paese europeo (dagli Stati Uniti è arrivato un segnale anche elettorale decisamente sonante), anche perché la prospettiva della guerra al termine di un lungo periodo di “sacrifici per il riarmo” proprio non riesce a conquistare nessuno (tranne qualche piddino a busta paga del complesso militare-industriale).
Tanto che anche queste mobilitazioni sono state quasi immediatamente ascritte all’effetto della “guerra ibrida russa”, come se risultasse incomprensibile perché alla gente non piaccia essere ridotta in miseria per garantire un riarmo che sfocerà dichiaratamente in una guerra in cui sarà falciata a milioni e persa in partenza (è una questione di testate nucleari, non di droni e carri armati).
Questo significa escludere che tutte queste serie di allarmi possano essere opera russa?
Non disponendo di informazioni attendibili (carte, tracciati, righe di codice ascrivibili con certezza, ecc) non si può mai escludere nulla.
La normale logica politico-militare (l’hanno spiegato meglio di noi von Clausewitz e Lenin) porta però a concludere in modo diverso. Non si comprende infatti per quale ragione Mosca dovrebbe “allarmare” tutti i giorni l’Europa e così irrobustire sia la determinazione a riarmare, sia il ben scarso consenso popolare attuale alla spinta guerrafondaia.
Anche l’ipotesi di riserva – “Mosca vuole testare le nostre difese” – appare alquanto poverella. Se si esamina infatti la lista degli “allarmi” degli ultimi due anni non si vede in cosa possa consistere questo test.
Le “ondate di droni russi”, in effetti, si sono rivelate quasi sempre di origine ucraina, visto il “permesso” concesso dai paesi Nato (e segnatamente quelli baltici, i più prodighi di allarmi) ad attraversare il proprio territorio per colpire quello russo. E’ un dato statistico che uno ogni tot vada in avaria, o venga deviato dalle contromisure elettroniche di Mosca, e quindi cada in territorio Nato.
Alcuni di questi “avvistamenti” sono diventati delle barzellette, come il drone (qui di fianco) tenuto insieme con lo scotch e “parcheggiato” su una gabbia per conigli, in Polonia, senza neanche danneggiarne il tetto in ondulato.
Ma neanche le grasse risate seguite a questi “incidenti” hanno impedito di continuare a segnalare “droni russi” anche nelle cucine di qualche casa…
Poi, improvvisamente, stop droni. Il serial aveva saturato, il pubblico non si fermava più a guardare…
E quindi è stata la volta dei frigoriferi dei supermercati, mandati a cuocere la merce a 50 gradi. In questo caso si è andati a toccare una delle infrastrutture più diffuse della vita sociale quotidiana, da cui dipendono abitudini e certezze del “cittadino occidentale” (ma ormai di tutto il pianeta).
Anche qui, però, non si capisce quale vantaggio avrebbero avuto “i russi” nel “testare” così apertamente la propria capacità di padroneggiare i congelatori dei piccoli supermarket (quelli con i livelli di sicurezza più scarsi). Se un esercito sa dove può far male al nemico, non glielo dice prima. Non lo aiuta a “proteggersi” meglio. Idem per quanto riguarda le sacche di sangue di un paio di ospedali francesi, peraltro protette in modo molto più efficace.
Alla fin fine, se proprio si deve pensare ad un “test”, il pensiero va ai nostri (europei) capi di stato maggiore che, dalla Gran Bretagna all’Italia, hanno inopinatamente preso a consigliare di fare scorte di cibo e acqua “almeno per tre giorni“. Ecco, in questa logica “l’attacco ai frigoriferi” ci sta tutto, magari anche come “consiglio per gli acquisti nel kit di sopravvivenza“: comprate cose che si mantengono anche senza frigo, insomma…
Della mail che ferma il traffico aereo civile abbiamo già detto, inutile tornarci sopra. Gli “attacchi informatici” (già “testati” mediaticamente) lasciano la popolazione un po’ freddina (a meno di non bloccargli il cellulare per giorni). I furti di criptovalute o le truffe milionarie in alcune banche, idem. Poi c’è il caso concretissimo del Paraguay, dove però è stata innescata la reazione opposta (la popolazione ora vuole la testa del presidente-banchiere di ultradestra).
Per i patiti delle scommesse, insomma, si può cominciare a puntare sui “prossimi obiettivi”. In fondo, se si deve “tener su la paura” di essere attaccati dagli “orchi”, va bene quasi tutto. Un primo assaggio l’ha fornito l’Irlanda – peraltro uno dei paesi europei meno criticabili – dove le sedi di due media a Dublino, il gruppo radiotelevisivo pubblico Rte e il quotidiano Irish Independent, sono state evacuate a causa di un allarme bomba.
Ma qui non poniamo limiti alla fantasia popolare. Quella dei militari e degli imprenditori della paura, notoriamente, è un po’ più scarsa e sgrammaticata. Quasi come certe mail…
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