Ieri mattina l’Unione Sindacale di Base ha tenuto un presidio di protesta sotto la sede napoletana della Dussmann Service per chiedere il reintegro immediato di Mafalda e Maria Rosaria, due lavoratrici licenziate dopo anni di vessazioni, offese omofobe e, secondo quanto denunciato dalle interessate e dal sindacato, perfino dopo aver subito una vera e propria aggressione sul luogo di lavoro.
Una vicenda che, se confermata nei termini denunciati, rappresenterebbe uno scandalo non solo sindacale ma civile. Nel 2026, in un paese che ama definirsi moderno e inclusivo, è semplicemente inaccettabile che due lavoratrici omosessuali debbano sopportare per anni insulti e discriminazioni legate al proprio orientamento sessuale senza che l’azienda intervenga in maniera efficace per tutelarle.
Secondo USB, le due dipendenti avrebbero più volte segnalato episodi di ostilità e comportamenti discriminatori, senza ottenere le necessarie garanzie di protezione. Una situazione degenerata fino a un’aggressione che avrebbe ulteriormente aggravato un clima lavorativo già diventato insostenibile. Eppure, al termine di questa vicenda, a perdere il posto di lavoro sarebbero state proprio le due lavoratrici.
Da qui la mobilitazione sotto la Dussmann Service, multinazionale che opera nel settore dei servizi integrati e che intrattiene rapporti con importanti realtà pubbliche e partecipate, tra cui Busitalia e altre aziende a capitale pubblico.
Proprio per questo la questione assume una rilevanza ancora maggiore. Non si parla infatti di una piccola impresa isolata, ma di un gruppo che beneficia di appalti e commesse legati anche al settore pubblico e che dovrebbe quindi garantire standard particolarmente elevati in materia di tutela dei diritti, contrasto alle discriminazioni e sicurezza dei lavoratori.
Il presidio ha posto al centro una domanda semplice: come è possibile che denunce reiterate di comportamenti omofobi non abbiano prodotto interventi adeguati e che oggi siano due lavoratrici a dover lottare per riavere il proprio posto di lavoro?
Ma accanto al comportamento aziendale emerge un altro elemento che non può passare sotto silenzio: l’assordante assenza dell’informazione. Colpisce infatti il disinteresse di gran parte dei media, compresi numerosi organi di stampa e ambienti culturali che abitualmente dedicano ampio spazio alle tematiche dei diritti civili e della lotta contro ogni forma di discriminazione.
Quando l’omofobia viene denunciata in astratto, non mancano prese di posizione, campagne, dichiarazioni di principio. Quando invece assume il volto concreto di due lavoratrici che denunciano anni di molestie e discriminazioni in un luogo di lavoro, il silenzio diventa improvvisamente la regola. Un paradosso che rischia di trasformare i diritti in una questione da affrontare solo quando non incrocia i rapporti di forza reali tra capitale e lavoro.
La vicenda di Mafalda e Maria Rosaria richiama invece una verità elementare: i diritti civili e i diritti sociali non possono essere separati. La libertà di vivere apertamente il proprio orientamento sessuale vale poco se sul luogo di lavoro si continua a essere esposti a umiliazioni, discriminazioni e possibili ritorsioni. E vale ancora meno se chi denuncia viene lasciato solo.
Per questo USB chiede il reintegro delle due lavoratrici e l’apertura di una verifica approfondita sulle responsabilità che hanno portato a questa situazione. La mobilitazione di oggi rappresenta un segnale chiaro: la battaglia contro l’omofobia non può fermarsi agli slogan o alle giornate celebrative. Deve entrare nei luoghi di lavoro, nelle aziende, negli appalti pubblici, nei rapporti quotidiani tra dirigenti e dipendenti.
Per Mafalda e Maria Rosaria la richiesta è una sola: giustizia, dignità e ritorno al lavoro. Per tutti gli altri lavoratori e lavoratrici, invece, la posta in gioco è ancora più ampia: affermare che nessuno debba scegliere tra il proprio posto di lavoro e il diritto a essere sé stesso.
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