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Farmacie ex comunali privatizzate, un servizio farmaceutico distrutto e il coronavirus che dilaga tra i farmacisti

In epoca Coronavirus la categoria dei farmacisti si trova sotto stress sotto ogni aspetto che coinvolge il lavoro e la propria esistenza. Con l’avanzare dell’epidemia sempre più contagiati e morti sono tra le file dei farmacisti come quei lavoratori esposti in prima fila per dover garantire le “attività essenziali” ma in molti casi, come stiamo vedendo in questi giorni, anche quelle “non essenziali”.

Il contesto e la realtà della farmacia ha subito una profonda trasformazione negli anni, un lavoro che si è snaturato rispetto alle proprie competenze tecniche professionali, alle sue vere radici, alla conoscenza delle materie prime presenti in natura e alla sua trasformazione per un beneficio umano. Un mestiere che si è venduto alle logiche del commercio e della competitività per garantire vendite e profitti alla filiera di questo settore.

Una filiera che parte dai grandi interessi mondiali di Big pharma e che sul territorio si dispiega con la presenza dei grandi gruppi entrati nel business delle farmacie territoriali, vecchi titolari di farmacie che difendono i propri interessi corporativi e grandi grossisti che controllano la logistica dell’approvvigionamento dei prodotti.

Una filiera in cui il collaboratore dipendente farmacista come ultimo anello di una catena, sottoposto a turni pesanti, pressioni e responsabilità ne rimane schiacciato ovunque capiti.

Sono una farmacista, e da qualche mese lavoro per una catena di farmacie territoriali ex comunali che sono state privatizzate. Da turnista precaria quale sono, giro per tutta la provincia, a volte capita che in una settimana cambio sei o sette farmacie, a volte capita che mi tengono fissa in una farmacia (massimo una settimana), a volte capita che lavoro fino a 12 giorni filati, senza domeniche o festività, a volte capita che devo coprire diversi turni notturni, non so mai dove e con chi sarò la settimana successiva.

Questo in una condizione “ordinaria” determinata dalla privatizzazione delle farmacie che in passato erano patrimonio di tutti i comuni italiani.

Nell’azienda, che gestisce le farmacie di grandi città come Milano e Bologna, la forza lavoro è organizzata su un organico cospicuo di turnisti assunti con contratti aziendali a perdere che niente hanno a che vedere con i vecchi contratti pubblici delle farmacie comunali, il salario è calato di parecchio e il monte ore è aumentato.

Ciò garantisce un risparmio per l’azienda perché la massa di giovani precari molto spesso emigrati dal sud, disponibili e ricattabili va a coprire buchi, ferie e malattie da una parte all’altra della città e della provincia. L’organico fisso nei punti vendita è ridotto all’osso ed è costretto a lavorare in condizioni indegne e a subire pressioni da parte dell’area manager rispetto a obbiettivi e budget da raggiungere.

Molto spesso l’azienda, soprattutto se sei considerato un “eversivo”, ti prende e ti sposta in un altro punto vendita dopo aver esercitato per decenni la professione nello stesso quartiere della città. La conseguenza di questo sistema privatizzato ha tolto ai comuni un patrimonio professionale oltre che economico e ha determinato una vera e propria alienazione della categoria.

Il lavoratore è prestante nel momento in cui risponde in maniera massimizzata alla grande macchina del marketing e agli obbiettivi di profitto dell’azienda e si trova nella condizione materiale di vedersi privato di quel rapporto sociale e umano verso le persone che vengono in farmacia, un rapporto che da professionista della salute è necessario per capire e soddisfare i bisogni e le necessità dei clienti.

Il lavoro diventa ancora più frustante e difficile quando viene meno quella rete territoriale di supporto che dovrebbe lavorare in maniera sinergica a partire dai poliambulatori, dai medici di base, infermieri e farmacisti ma che ora non è più in grado di dare risposte ai problemi reali che un sistema sanitario disgregato e privatizzato crea quotidianamente.

Molte persone vengono rimbalzate di qua e di là, la regola è che te la devi cavare da solo, individualmente, e l’ultima spiaggia è il pronto soccorso o l’ospedale. Anche a monte ci sono problemi. La prevenzione, l’educazione e l’informazione alla salute non seguono programmi strutturati e che mettono al centro la persona ma sono sempre più ad appannaggio della sanità privata o rivolti al profitto di alcuni mercati, per cui si perde quella capacità capillare della scienza medica di interessarsi delle persone per tutta la vita con passaggi graduali che producono progressi duraturi.

In piena emergenza coronavirus la logica non è cambiata e i problemi e le paure si amplificano enormemente. I farmacisti continuano a lavorare notte e giorno, cercando di garantire il servizio farmaceutico e, costretti a stare a contatto con centinaia di persone al giorno, sono sottoposti al rischio costante del contagio del virus e di portarlo a casa dalle proprie famiglie.

L’apertura al pubblico delle farmacie induce le persone a venire in farmacia anche per motivi non prettamente indispensabili soprattutto per quella fascia di clienti “spendenti”, abituati alla cura di se stessi figlia della propaganda legata all’industria cosmetica e farmaceutica e “coccolati” dai farmacisti come quei clienti che garantiscono le vendite di prodotti su cui le catene di farmacie fanno la maggior parte del loro margine di profitto, e sulle quali noi, come lavoratori, veniamo controllati individualmente.

L’azienda fa pressioni su vendite e obbiettivi anche in piena emergenza sanitaria e poco importa invece di discutere e approfondire con noi lavoratori esposti in prima linea gli aspetti della sicurezza sul posto di lavoro in un momento in cui l’emergenza della scarsità o dell’inadeguatezza dei dispositivi di protezione individuale è palese.

Sempre più, stando sul campo, si vive la contraddizione di sentirsi dei veri e propri venditori anche in piena pandemia mettendo a rischio le nostre vite, quelle delle persone e quelle degli anziani che continuano a venire in farmacia.

Un altro aspetto è che i farmacisti non hanno la facoltà di organizzare un vero servizio di distribuzione del farmaco garantendo alla popolazione più fragile di non uscire di casa. Dopo che gli ospedali sono collassati e non ci sono più i posti letto, ora si rimane a casa anche con sintomi più o meno lievi, la saturazione cala e la sensazione di mancanza di fiato e di respiro corto si fa sentire su tutti, anziani o meno.

I protocolli ora cercano di lavorare sulla malattia in tempo, per cui si cerca di non far arrivare le persone al ricovero per insufficienza respiratoria ma si utilizza una terapia di due farmaci insieme all’ossigeno terapia. Peccato che ormai uno dei due farmaci è mancante quindi irreperibile e anche le bombole di ossigeno non ci sono più!

Un servizio di distribuzione farmaci a domicilio sarebbe in questo momento la cosa più sensata da fare, sotto la gestione e l’egida del sistema pubblico! Sarebbe di gran lunga lungimirante in questo periodo, e garantirebbe la sicurezza e la salute anche di noi farmacisti.

Un piano che sarebbe perfettamente realizzabile da parte del sistema pubblico: la pianta organica dell’intero territorio nazionale esiste già, ed ogni farmacia potrebbe fare da riferimento ad una zona del quartiere o del comune seguendo la divisione della pianta organica e organizzando il trasporto a domicilio delle terapie mantenendo come presidio l’accesso a battenti chiusi in farmacia per le emergenze.

Ma il sistema privato delle farmacie può solo gestire e organizzare la propria attività in base alla necessità del loro profitto, a discapito di tutto il resto.

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