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“Centocellaros” a Bologna

Dopo le partecipate presentazioni avvenute in questi giorni a Cuba, a Parigi e a Caserta, si è tenuta ieri sera a Bologna la presentazione del libro “Centocellaros” con l’autore Luciano Vasapollo.

La discussione molto partecipata, soprattutto da un pubblico giovane, è stata un momento di formazione importantissimo per chi, come noi, lotta ancora per la costruzione della soggettività politica rivoluzionaria.

Come ben ricordato dal compagno Vasapollo, infatti, il libro racconta UNA storia che si interseca con la Storia del movimento di classe degli anni ’70, che è stato il conflitto di classe più acceso in Europa dal dopoguerra, e il cui obiettivo non è né mitizzare un passato né rifiutarlo (come altri compagni hanno fatto nel tempo).

Il primo obiettivo del libro è invece ripercorrere quei tempi, rivendicare l’utilizzo della lotta armata non come fine ma come strumento cha allora alcuni compagni avevano valutato come necessario, riconnettere quel periodo agli anni 50 e 60 del ‘900 e dare una continuità con le lotte che oggi portiamo avanti con gli studenti, i lavoratori della logistica, gli abitanti delle periferie, ecc.

Per fare ciò, il libro di focalizza sui Centocellaros, come erano stati denominati al tempo i compagni rivoluzionari di un quartiere periferico di Roma, Centocelle appunto, che si erano riuniti prima nella cellula territoriale di Potere Operaio, poi, dopo la dissoluzione di questa organizzazione, nel Comitato Comunista di Centocelle, il CO.CO.CE., e poi in diverse organizzazioni della lotta armata.

Ma la storia dei Centocellaros è la storia di tante altre organizzazioni e compagni che in quei tempi decisero di intraprendere la lotta armata non perché “violenti” o “cattivi”, ma perché si credeva che dopo il Vietnam, Cuba e gli altri numerosi esempi di rivoluzioni socialiste fosse il momento di prendere il potere, con ogni mezzo necessario.

La scelta della lotta armata era una scelta legata al periodo storico: i figli dei lavoratori emigrati dal Sud degli anni ’50-’60, costretti a vivere in condizioni precarie, avevano rabbia e odio di classe accumulato e non riconoscevano al PCI un ruolo rivoluzionario all’altezza.

Una scelta di lotta armata che fu pagata da tantissimi con il carcere e la repressione: 12mila compagni e compagne furono processati con spesso processi sommari e politici. Una vendetta che lo Stato porta avanti ancora oggi anche contro chi ormai ha da decenni intrapreso un’altra strada.

Ripercorrere quel periodo storico non serve solo a dare continuità alle nostre battaglie di oggi, ma anche a rifiutare la tesi che la lotta di classe non sia più necessaria in quanto presunta sconfitta. Quelle lotte rappresentano, invece, un passaggio all’interno di un processo più ampio di conflitto di classe e di necessità di organizzazione.

I tempi oggi sono diversi, ma la necessità di portare avanti una lotta che sia radicale nel fine e non nel mezzo è più forte che mai, come ci dimostrano i 500 morti sul lavoro in soli sei mesi, la devastazione ambientale, la guerra, e in generale le barbarie a cui questo sistema ci sottopone e contro le quali stiamo lottando con occupazioni di scuole, picchetti, scioperi, mobilitazioni nazionali.

La storia degli autori del libro si è infatti nel tempo ricongiunta con quella della nostra organizzazione, l’OPR (Organizzazione Proletaria Romana), che oggi è diventata Rete dei Comunisti, e il cui percorso è stato riassunto nei volumi di Una Storia Anomala. Queste storie sono la nostra Storia. Sono storie di lotta di classe, di rabbia proletaria, di necessità rivoluzionaria e di organizzazione.

Sono le storie a cui noi dobbiamo dare continuità e nuova linfa. Momenti come quelli di ieri sono formativi per aggiornare la nostra “cassetta degli attrezzi” teorica, politica e culturale che ci serve per essere preparati a “sovvertire il mondo”.

Del resto, gli esempi che in questi giorni arrivano dalla Colombia e dalla Francia sono evidenti: lottare ed organizzare l’odio di classe non è solo necessario, è anche possibile. A noi il compito di riprendere e continuare la strada segnata da tanti altri compagni e compagne. A noi il compito di scrivere un’altra storia di rivoluzione necessaria e possibile.

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