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Genova. La sindaca migliore d’Italia? Un anno con Silvia Salis

Recentemente Silvia Salis ha festeggiato con una conferenza stampa trionfale un anno di mandato come Sindaca di Genova. È una occasione per poter trarre, anche da parte nostra, un bilancio del suo operato. Ovviamente il nostro compito sarà quello di indagare oltre le apparenze.

Fin dall’inizio, infatti, la Sindaca ha sollevato entusiasmi quasi generalizzati; in poche settimane è assurta a figura di rilevanza nazionale con tanto di inviti immediati a presenziare a commemorazioni sulla Resistenza, dibattiti nazionali etc…

Il tutto senza un motivo apparente se non la capacità di vendersi come nuova stella della sinistra che esiste e che verrà. Cerchiamo quindi di capire questo fenomeno in quanto abitanti di Genova, partendo da una posizione che ci consente da un lato di analizzare direttamente cosa si muove in città, dall’altro di poter giudicare con autonomia.

Come compagne e compagni di PAP a Genova infatti, abbiamo condiviso la scelta di non candidarci alle elezioni comunali e di non appoggiare nessun candidato. E ovviamente di non sostenere in nessun modo il “campo largo” che si era ritrovato nella candidatura Salis e, ancora oggi, la sostiene in modo apparentemente assoluto.

Il salario minimo in città?

A pochi giorni dal suo insediamento la giunta comunale, in particolare con l’assessore Robotti di AVS che si occupa di lavoro e welfare, ha annunciato che a Genova sarebbe stato introdotto il salario minimo negli appalti comunali. Si tratta dell’approvazione di linee guida conformi a quelle annunciate con una campagna nazionale del “campo largo” alcuni mesi fa.

Una campagna che chiedeva un salario minimo di 9 euro lordi, non indicizzati all’inflazione. Questa campagna nazionale si svolgeva contemporaneamente alla nostra, che chiedeva livelli salariali più alti da applicare ai minimi tabellari e soprattutto una indicizzazione legata all’aumento dell’inflazione comprensiva dei costi energetici.

Nonostante queste differenze non da poco, abbiamo valutato che la norma annunciata dalla Giunta avesse comunque un merito: quello di porre la questione dirimente della presenza, in città, di ampie sacche di lavoratori poveri. Consapevoli delle difficoltà in cui operano gli enti locali, ci pareva che questo potesse essere un punto di partenza comprensibile, anche se insufficiente.

Il problema è che il provvedimento annunciato risulta essere soltanto una dichiarazione di intenti sotto forma di linee guida che non vincola nel merito i bandi di gara. La conferma è arrivata dopo alcuni mesi quando abbiamo notato che il primo bando approvato per l’appalto delle manutenzioni comunali non portava traccia di alcuna norma in tal senso.

Nei mesi successivi altri bandi portavano alla luce ciò che ci appariva come ovvio: la giunta introduceva nei bandi una richiesta alle imprese appaltatrici di un salario minimo consigliato. Nella ripartizione dei punteggi, chi aderiva a questa richiesta avrebbe contato nel punteggio 4 punti di bonus su un totale di 80.

Un modo elegante per dire: “noi ve lo chiediamo ma, nella realtà, il fatto che tale salario venga applicato non è poi così importante”. Il bando si può vincere lo stesso, tra l’altro il salario minimo non riguarderebbe comunque eventuali subappalti (la norma, in questi casi) e quindi sostanzialmente non vi cambia nulla.

Il risultato netto di tutta questa operazione di marketing politico “progressista”, non dissimile da quanto già sperimentato in altri territori da giunte del “campo largo” tramite le leggi regionali, è che i lavoratori continueranno a prendere stipendi indecenti molto al di sotto del minimo annunciato.

La Sindaca contro il genocidio?

Nello scorso autunno Genova è stata al centro delle mobilitazioni di massa contro il genocidio palestinese. Ciò in virtù delle mobilitazioni precedenti e della presenza cittadina di quelle strutture (CALP e USB Porti) che avevano posto con nettezza, a livello nazionale e internazionale, la questione dei traffici di armi.

Improvvisamente, dopo due anni di massacri, la questione della Global Sumud Flotilla rappresentava la scintilla che incendiava la prateria e l’Italia si mobilitava in massa a favore del Popolo Palestinese.

Immediatamente, a Genova, la Sindaca e la Giunta si sono ritrovati a sostenere le mobilitazioni cittadine con tanto di partecipazioni a cortei e mobilitazioni, spinti anche dalla presenza dei sindacati confederali e di alcune associazioni umanitarie molto importanti e attive in città, appartenenti alla loro area politica, come Music For Peace.

Genova, improvvisamente, si trasformava in una sorta di laboratorio politico, le cui istituzioni guidavano politicamente un fronte composito dove eravamo presenti noi, le associazioni palestinesi, i sindacati di base come USB e i confederali come la Cgil ma, soprattutto, una gran parte della popolazione.

Il momento più alto, dal punto di vista politico è stata una manifestazione serale con più di 50 mila persone, terminata con una serie di interventi di piazza in cui la Sindaca annunciava di “stare con il CALP”.

Qualche giorno dopo, una manifestazione in partenza dal centro cittadino e organizzata da USB vedeva la Sindaca uscire da un palazzo pubblico accompagnata da altri sindaci (Sala di Milano, Nardella di Firenze e altri). In quella occasione, la Sindaca annunciava ai giornali che era nata a Genova la “rete dei sindaci contro il genocidio”.

Il tutto con amministratori che prima stavano con Israele e che hanno continuato di fatto a stare dalla parte del regime sionista, come dimostrano bene le vicende di Milano che, di fatto, è ancora gemellata con Tel Aviv.

L’attivismo fintamente internazionalista e solidale della giunta genovese è comunque durato abbastanza poco. Terminata la necessità propagandistica di mettersi in comunità di intenti con la base sociale della città e dell’Italia di quel momento, terminata l’onda lunga dell’indignazione popolare, la Sindaca ha colto in tempo reale l’occasione della montatura giudiziaria contro le organizzazioni palestinesi che ha portato all’arresto, tra gli altri, di Mohammed Hannoun di API, residente nella nostra città.

Immediatamente, la prima cittadina ha negato ogni rapporto con API, dicendosi preoccupata per la presenza, a suo dire, di organizzazioni terroristiche e islamiche in città. Addirittura, in un impeto giustizialista, ma sostanzialmente legato al recupero dei rapporti con i settori filosionisti, la Sindaca ventilava l’ipotesi di costituire la città come parte civile lesa nel processo contro Api e Hannoun.

Sostanzialmente, per la Sindaca la presunta tregua in Palestina era un risultato concreto e accettabile; dunque si poteva tornare a fare finta di niente come al solito, sostenendo di fatto quella che è una montatura politica orchestrata dai servizi israeliani in funzione di contrasto alle azioni pro palestinesi in Italia.

Per coronare il ritorno delle istituzioni cittadine al sostegno della “pax occidentale” in Medio Oriente, la giunta Salis non ha mancato di esprimersi “contro ogni forma di repressione e dalla parte della libertà e della democrazia” in Iran, giusto un mese prima che Teheran fosse oggetto di una delle più violente aggressioni imperialiste della storia recente, ancora una volta firmata Stati Uniti e Israele, scendendo in piazza con i militanti iraniani che chiedevano a gran voce il ritorno al potere del figlio dell’ex dittatore monarchico Rehza Pahlavi.

L’osservatorio sul traffico di armi. Come e quando?

Su specifica richiesta del CALP e di altre associazioni pacifiste, una parte della Giunta (quella più vicina ad AVS e ai 5 Stelle) sembrava propensa a rispondere positivamente alla necessità di un ente di controllo sui traffici portuali.

Annunciato più volte con dichiarazioni pubbliche e nessuna delibera, l’osservatorio a oggi appare una chimera. All’inizio doveva essere uno strumento concordato con altre giunte del “campo largo”, a oggi è annunciata una struttura che non prevederà, come richiesto esplicitamente, la partecipazione dei soggetti sociali che la hanno richiesta.

Una parte della giunta sembra quindi, da un lato, sensibile alla richiesta di un ente indipendente su questo tema dirimente, dall’altro non agisce concretamente e propone una formula sostanzialmente inutile se in mano agli stessi poteri industriali e politici che hanno tutto da guadagnare su questi traffici.

La situazione dei servizi. Scaricare le responsabilità e buttarla in polemica politica mentre le aziende rischiano il fallimento

La questione dei servizi pubblici a Genova è un problema non contingente, ma strutturale. Le partecipate pubbliche in città sono, a diverso titolo, in enorme difficoltà a causa di problemi di bilancio. La situazione dei lavoratori è pessima tra carenza di personale e servizi esternalizzati a cooperative. I tagli sono evidenti e riguardano tutti, lavoratori e cittadini.

In particolare è critica la situazione del trasporto pubblico (AMT) e del trattamento dei rifiuti (AMIU). In passato, la precedente giunta “di sinistra” in città (con sindaco Marco Doria) aveva proposto la privatizzazione integrale dei servizi pubblici.

Quella decisione, in particolare in relazione ad AMT, aveva sollevato una protesta che scosse l’intera città (le cosiddette 5 giornate di AMT). Cittadini e lavoratori uniti contro la privatizzazione dei servizi: una protesta che aveva interrotto bruscamente la luna di miele tra la città e un Sindaco che aveva tradito le aspettative e le promesse elettorali avviando un processo politico devastante per il centrosinistra e causato, di fatto, l’avvento delle due successive giunte di centro-destra con il sindaco Marco Bucci.

Quest’ultimo, sul tema, aveva colto il clima prevalente, opponendosi alla privatizzazione. Il combinato tra il crollo del Ponte Morandi e la pandemia di Covid-19, avevano di fatto congelato questo problema a seguito degli ingentissimi fondi nazionali che furono destinati alla città e amministrati dalla Giunta Bucci in condizione di eccezionalismo finanziario.

Ciò permise al Comune di mantenere pubblica AMT e di avviare anche una sperimentazione su una gratuità parziale (e in parte discriminatoria verso una porzione di utenti) del servizio.

La nuova giunta guidata da Salis aveva promesso, in campagna elettorale, di proseguire con la proprietà pubblica di AMT ma, dopo alcuni mesi, la situazione si è fatta complicata a causa dei buchi di bilancio e dell’avvio di una procedura che potrebbe giungere al fallimento dell’azienda.

Attualmente i libri contabili sono in tribunale e la Giunta è impegnata a tamponare la situazione tramite il taglio di linee e servizi e l’aumento dei costi per l’utenza. Il tutto giocato in una polemica politica con l’operato della precedente giunta.

Il teatrino politico in realtà serve solo a sviare l’attenzione sui reali problemi dei servizi. A oggi non esiste nessun piano industriale che affronti i nodi del problema che risiedono in sprechi, malagestione, ma soprattutto nel fatto che i servizi dovrebbero ricevere gran parte dei fondi dal governo centrale o, quanto meno, pesare maggiormente sugli operatori economici privati che traggono profitto dal servizio pubblico di trasporto.

Il risultato per i cittadini – in particolare quelli a basso reddito, studenti o anziani – è il taglio delle linee (soprattutto nelle periferie popolari) e l’aumento dei costi (senza nessuna differenziazione in base al reddito). Una rappresentazione significativa della drammaticità della situazione sono gli autobus non utilizzabili, perché non possono essere sottoposti a manutenzione, che marciscono in un parcheggio improvvisato all’aperto.

Di fatto, la privatizzazione dei servizi che tutti, a parole, vogliono evitare diventa sostanzialmente l’unica via di uscita per una politica che lascia incancrenire la situazione reale. Già escono comunicati, anche da parte della “sinistra” del “campo largo”, che esaltano come modello positivo il sistema del bike sharing in mano a piattaforme private come Uber.

In merito ad AMIU, la giunta Salis si muove con maggior circospezione. Tuttavia, l’apertura manifestata verso l’ipotesi di “chiusura del ciclo rifiuti” tramite la costruzione – a opera di una multiutility – probabilmente IREN – di un inceneritore regionale, è del tutto inaccettabile per un comune che nel 2024 (ultimi dati disponibili di fonte ISPRA) arrivava appena al 49,76% di rifiuti avviati a riciclo.

In generale comunque, non è cambiata di un millimetro una situazione storica di disparità sui servizi. Ad essere tagliate sono le prestazioni per i quartieri popolari mentre i trasporti, le manutenzioni e le operazioni di nettezza urbana continuano a essere erogate con frequenza nei quartieri centrali dove il turismo è l’elemento preponderante dell’economia cittadina e dove risiede la parte più ricca della popolazione.

Al di là delle responsabilità della destra o della finta sinistra di Silvia Salis, è questo il vero dato politico ineludibile e nascosto pubblicamente: la crisi del servizio pubblico e la privatizzazione nascosta la pagano le classi popolari, mentre i nuovi padroni della città, che lucrano con il settore turistico e delle navi crociera, devono continuare a macinare profitti.

Ciò non stupisce. I padroni della città non sono né di destra né – tanto meno – “di sinistra”. Sanno quello che vogliono e finanziano le campagne elettorali di chiunque con un solo obiettivo: ricattare chi governa a discapito dei cittadini delle periferie e di chi lavora con salari che spesso non consentono di arrivare a fine mese.

Il rimpallo sulle grandi opere

Genova è una città al centro delle politiche sulle grandi opere infrastrutturali, sui sevizi e sulla logistica portuale. La giunta precedente aveva avviato sostanzialmente tre grandi progetti:

  • la nuova diga foranea;
  • lo skymetro per collegare il centro cittadino con una delle due grandi valli interne;
  • la funivia di Lagaccio e Oregina, infrastruttura che dal porto di attracco delle grandi navi da crociera avrebbe raggiunto le alture dove sono presenti i forti storici.

Nella campagna elettorale, il centrosinistra si era distinto per la volontà di opporsi a skymetro e funivia, mentre non si era sostanzialmente espresso sulla nuova diga foranea. È importante sottolineare che tutti e tre i progetti sono in fase avanzata. La nuova diga è già in costruzione con enormi problemi di costi, fattibilità e sostenibilità, lo skymetro e la funivia erano in fase di inizio dei lavori.

A oggi la situazione è in parte cambiata. La nuova Giunta ha escluso la costruzione dello skymetro, un’opera contestata da comitati e cittadini nel merito tecnico e non tanto nella necessità, quella di collegare in modo più fruibile una parte importante della periferia al centro.

Al posto dello skymetro è stata proposta una “fantasiosa” funivia che però è stata subito tolta dal dibattito vista la sollevazione generale. Rimane il silenzio sulla diga foranea di cui va fatto un approfondimento più serio, ma è sulla funivia di Lagaccio e Oregina che la Giunta ha mostrato tutte le sue debolezze e compromissioni. Vediamo come.

La funivia della discordia

Non è neppure velatamente nascosto che tale progetto sia, in gran parte, speculativo e ad uso e consumo di alcuni soggetti imprenditoriali come MSC, interessati a uno strumento che favorisca lo spostamento dei turisti dal molo di attracco verso le alture, dove una parte di parco sarebbe gestito direttamente da questi soggetti privati con alcuni vincoli legati a infrastrutture sportive aperte a tutti.

Il problema, sul quale si era creato un movimento di protesta piuttosto diffuso, era la sostenibilità di un’opera costosissima, sostanzialmente inutile alla città e che avrebbe impattato con gravi problemi logistici e ambientali su due quartieri periferici ad alta densità di palazzi e abitanti.

Il centro sinistra e il campo largo, all’opposizione, si erano impegnati nelle lotte sostenendole anche economicamente. Il comitato di lotta ha anche eletto dei rappresentanti istituzionali provenienti da questa mobilitazione. A pochi mesi dall’elezione, però, sono iniziati i problemi politici con le solite manfrine.

Si è cominciato a sostenere che bloccare totalmente l’opera non sarebbe possibile a causa dei contratti stipulati (ovviamente scaricando le colpe sui competitori politici della giunta precedente) e della possibilità di una richiesta danni. Si è quindi optato per una funivia ridotta nelle dimensioni (ma non nei costi).

Progetto che, se da un lato coglie le richieste di una parte dei cittadini preoccupati per l’impatto ambientale, dall’altro non altera di una virgola il fatto che sia un’opera del tutto inutile, un enorme spreco di risorse pubbliche a vantaggio dei soliti noti.

La diga foranea

Più complessa, soprattutto per gli interessi in gioco, la questione della nuova diga foranea. A livello istituzionale (compresi i sindacati confederali di categoria) l’infrastruttura è considerata indispensabile per rilanciare la competitività del porto di Genova consentendo di accogliere più agevolmente navi porta-container di dimensioni maggiori (bastimenti da 400m di lunghezza e 60 di larghezza).

Ciò, come sottolineato ad esempio da USB, è comunque discutibile, data l’attuale situazione dei traffici, da anni strutturalmente in calo quantitativo e in base alle previsioni per il prossimo periodo, che non indicano inversioni di tendenza, anzi.

Nonostante ciò e, soprattutto, nonostante le criticità tecniche che fanno di quest’opera un’incognita totale quanto a durata nel tempo, i lavori sono iniziati con, da subito, una enorme lievitazione di costi e tempi realizzativi nonché la presenza di criticità ambientali messe in evidenza da più parti in ambito scientifico.

Il tutto è stato reso ulteriormente problematico quando il Governo Meloni ha deciso di dichiarare la nuova diga foranea come una delle infrastrutture da considerarsi dual use, cioè a uso civile e militare. È evidente come quest’opera abbia molto poco a che fare con le esigenze dei lavoratori e del territorio su cui impatterà e molto di più con gli interessi finanziari, industriali e bellici che la fanno da padrone in Europa da alcuni anni e che a Genova sono stati particolarmente contestati.

Nonostante richieste pubbliche, la giunta e la Sindaca fino a oggi hanno mantenuto un silenzio eloquente e significativo sul tema.

No CPR, sì a più polizia e ai rimpatri

Dopo essere stata “paladina della sinistra”, la Sindaca sembra aver deciso di spiazzare tutti e aprire a destra, almeno nell’ultimo periodo. L’occasione è il sempreverde tema della “sicurezza”, il fatto scatenante una serie di episodi, alcuni dei quali gravi, accaduti in città. In realtà, questo è uno dei temi classici nel percorso politico della nostra sindaca, tema però accantonato nel primo anno di lavoro, ma ora ripreso con grande enfasi.

Parliamo di una serie di dichiarazioni in cui vengono espresse lamentele nei confronti del governo centrale reo, secondo la Salis, di aver tagliato i fondi per la sicurezza e di non garantire un numero adeguato di agenti di polizia. Ma il ragionamento va oltre: con un giro di parole degno di un incantatore di serpenti, la Sindaca, pur rifiutando un CPR in città chiede una maggiore quantità di rimpatri tra gli stranieri presenti sul territorio.

Ovviamente ciò ha dato il via a una serie di dichiarazioni contrapposte sul nulla: da un lato il Ministro dell’Interno che si congratula con la prima cittadina e si autoinvita a Genova per discutere sull’apertura di un CPR territoriale, dall’altra la Sindaca che sostiene che i CPR non servono, ma servono più rimpatri (in questa discussione sfugge proprio la logica sottostante, i rimpatri senza CPR cosa sono e come dovrebbero essere fatti?)

Evidentemente avvertita dalla propria agenzia di comunicazione politica del fatto che il tema è molto sentito anche a Genova, la Sindaca “di sinistra” svolta a destra senza apparentemente alcun problema. Improvvisamente si convince anche lei, come la peggior destra sostiene da anni, che la sicurezza sia un problema etnico o di nazionalità.

Nelle ultime settimane, la Sindaca, che ama farsi riprendere in video, ha addirittura esternato che il problema dei minori richiedenti asilo politico è reale e non bisogna aver problemi nella loro espulsione dalla città. Arrivando al paradosso che pure un gruppuscolo di estrema destra genovese esce dalla fogna per congratularsi con il primo cittadino invitandola provocatoriamente a sottoscrivere il loro documento sulla remigrazione (sic!).

Noi non neghiamo che il problema esista. E che questo sia allarmante per larghi strati di popolazione, soprattutto per le classi popolari. Non neghiamo neppure che avere quartieri che sono centrali di spaccio per droghe pesanti non è una cosa da trascurare, così come non sono trascurabili lo sviluppo di gang giovanili ed altri fenomeni di violenza.

La questione è come si affronta questo problema. Che è reale ma ingigantito nella percezione pubblica, continuamente alimentata da dichiarazioni come quelle fatte da Salis. La questione della sicurezza per noi è soprattutto un problema sociale: mancano i servizi, mancano le case a canone concordato, si perde il lavoro da un giorno all’altro, se ti ammali e se sei povero non ti puoi curare.

Ma, evidentemente, per la sinistra istituzionale del “campo largo” nella nostra città questo non è il problema principale e per ottenere consenso la cosa migliore è cercare di superare a destra i razzisti e i fascisti. Per la nuova stella della sinistra italiana, il sindaco venuto dall’associazionismo, che starebbe con la pace e che fa finta di introdurre il salario minimo, questa è una vera e propria nemesi. Di cui avremmo fatto decisamente a meno.

Limiti e inconsistenza delle narrazioni di marketing politico. Noi stiamo dalla parte di chi lavora

In una recente intervista televisiva al TG regionale, la Sindaca in piazza per il Pride genovese ha esternato tutto il suo orgoglio e la sua ammirazione per una città aperta, senza pregiudizi reazionari e bigotti, lontana anni luce da culture omofobe e fasciste. Dopo questa tirata, su cui ovviamente non si può non concordare, la Sindaca si è innervosita quando i giornalisti le hanno fatto presente che una parte della sinistra contesta la sua posizione sui rimpatri.

Domanda curiosa, visto che di contestazioni pubbliche, in questo anno, ne abbiamo viste poche, se non provenienti da Potere al Popolo o da USB, e mai riportate sui giornali più letti sul territorio. Il nervosismo della Sindaca è evidente. Come è normale, visto che, basando la propria azione su una narrazione che non si traduce mai in nessun fatto concreto, avverte come il suo consenso sia fragile.

La Sindaca di Genova è di fatto una delle tante figurine di un album che si aggiorna da anni. Un album fatto da esponenti di destra o di sinistra che, al netto di utilizzare narrazioni spesso distanti o incompatibili, alla fine rappresentano due facce della stessa medaglia.

Siamo ovviamente consapevoli delle difficoltà. Sappiamo che governare un ente locale non è semplice. Sappiamo che ci sono dei regolamenti che impediscono numerose manovre essenziali per la popolazione. Sappiamo che i fondi sono insufficienti e che i bandi con cui si finanziano le politiche cittadine prevedono clausole vessatorie e richieste che alla fine le rendono inutili e dannose. Sappiamo pure che siamo in piena economia di guerra e i soldi vanno al riarmo.

Il problema è quindi di fondo. Esiste una “sinistra” che da anni vota tutte le politiche antipopolari in Italia e in Europa. Che nella sua parte maggioritaria non sa opporsi alle politiche belliche e di riarmo che ci sono imposte. Che non è riuscita mai neppure una volta ad approvare norme per redistribuire i redditi, per spostare i soldi su welfare, salute, trasporti.

Il “campo largo” è l’ennesima riproposizione di queste politiche fallimentari che, non affrontando i problemi sociali se non per aggravarli, fa il gioco per una destra becera la quale, con altri inganni, si può presentare come paladina delle fasce meno abbienti.

Può una classe politica di questo tipo rappresentare una alternativa reale per chi lavora e per chi paga la crisi?

La televendita politica del prodotto Silvia Salis sta all’interno di questo sistema. Costruire una narrazione falsata, continuare con le stesse politiche, saltare da destra a sinistra apparentemente senza nessun problema. Sollevare entusiasmi che durano qualche mese per poi finire come coloro che l’hanno preceduta. Allontanare le fasce popolari dalla politica e ricattarle con nuovi prodotti di marketing politico. Fino a lasciarli nelle mani della peggiore destra.

A questa politica non abbiamo mai giocato e non abbiamo intenzione di cominciare adesso. Serve una sinistra popolare e di classe, indipendente e autonoma. Non ricattabile da nessuno e che abbia il coraggio di politiche di rottura con i poteri e con i regolamenti imposti a tutti i livelli.

Non sarà un pranzo di gala, ma sicuramente ci risparmieremo lo squallore di raccontare bugie alla nostra classe sociale, a lavoratrici e lavoratori.

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