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L’imbroglio del capitalismo “verde”


Il 7 e 8 novembre scorso si sono tenuti a Rimini, presso la Fiera Ecomondo-Key Energy, gli Stati Generali della Green Economy. Un meeting fortemente voluto dal Ministro dell’Ambiente Corrado Clini e dalla Fondazione dello Sviluppo Sostenibile di Edo Ronchi, promosso da un Comitato composto da 39 organizzazioni di imprese.

La composizione di questo Comitato Organizzatore e le sigle che vi hanno partecipato, sono già di per se eloquenti: dalla Federazione Imprese Servizi Ambientali, Federazione Imprese Servizi di Recupero e Riciclo dei Rifiuti, Associazione Depositi Costieri e Biocarburanti, tutti e tre di Confindustria, all’ Associazione Trasporti che rappresenta la quasi totalità delle società private che gestiscono il trasporto pubblico in Italia, fino ad arrivare alla Legacoop Servizi, passando per la Federazione delle Imprese Idriche ed Energetiche che controlla l’80% delle quote di mercato della fornitura di acqua in Italia, Associazione Produttori Energie Rinnovabili che annovera tra i suoi associati ad esempio l’ENEL, l’Edison, la WPD industria leader dell’energia eolica in Germania, la Vestas che è tra i più grandi produttori mondiali di pale eoliche con casa madre in Danimarca e negli Stati Uniti.

Non potevano mancare CGIL, CISL, UIL, UGL e le maggiori associazioni ambientaliste come WWF, Legambiente, Green Peace, Fare Verde (associazione ambientalista della destra, nata negli anni ’80 dal Fronte della Gioventù), e naturalmente il PDL con Antonio D’Alì e Maurizio Lupi e il PD con Ermete Realacci, Francesco Ferrante e Stefano Fassina. Insomma, un’allegra compagnia.
Le commissioni di lavoro hanno elaborato 70 proposte, che costituiscono la “piattaforma programmatica per lo sviluppo di una green economy in Italia” varata in questo incontro. Settanta punti che in sostanza tendono a regalare alle aziende considerevoli sgravi fiscali, favori alle banche, investimenti pubblici in favore delle aziende private, deregolamentazione di vincoli e procedure amministrative, la ricerca pubblica sempre più in mano alle imprese private, sistemi di vantaggi nella competizione sui mercati nazionali e internazionali, sviluppo dell’agricoltura e per la produzione di materie prime a fini industriali e per la produzione di agrocarburanti e non a fini alimentari, meccanismi tariffari che faranno levitare i costi agli utenti sulle erogazioni energetiche, contributi pubblici e favori all’industria automobilistica con nuove leggi sulla rottamazione e sull’obbligo di rinnovo del parco macchine nazionale pubblico e privato, depotenziamento del potere contrattuale, sindacale e dei diritti dei lavoratori sviluppando forme lavorative come il telelavoro.

Se qualcosa hanno veramente prodotto questi Stati Generali, questo è senz’altro mettere definitivamente in luce il vero volto della green economy: dare nuovi strumenti al capitale nel tentativo di riattivare profittevoli meccanismi di accumulazione.

Allora diventa evidente che nella “economia verde” i rapporti di produzione, il fine della produzione, i rapporti sociali, sono gli stessi di prima. Non può essere altrimenti.

La green economy è questa, e non può essercene un’altra all’interno della compatibilità sistemica e della cogestione della crisi. Un modo graduale e scaglionato di distruzione mercificata della natura, il lato “verde” del capitalismo, la strategia del camaleonte, un modo per giocare a “testa o croce” ma sempre con la stessa moneta. L’ambientalismo del capitale che esce anche dai confini nazionali e che diventa la nuova forma di colonialismo predatore, imponendo ai paesi in via di sviluppo un sistema dove i paesi del nord si arricchiscono in mezzo a un’orgia depredatrice delle fonti naturali, obbligando quelli del sud a essere i loro guardaboschi poveri. Una strategia degli imperialismi, dunque, e una nuova forma di colonialismo, per impedire processi fuori dal capitalismo, tenere i paesi in via di sviluppo sottomessi e aumentare il loro debito estero.

Chi si illude che sia possibile una diversa coniugazione della green economy, o è un ingenuo o è in cattiva fede, creando comunque al camaleonte lo sfondo sul quale mimetizzarsi.

Vasti settori della sinistra italiana ed europea, anche quella che si autodefinisce radicale, dell’associazionismo e di alcuni movimenti sociali, sono sempre più incapaci di un’elaborazione critica con gli strumenti dell’analisi marxiana. Allora spesso parlano di controllo dei beni comuni, di nuovi modelli energetici, di generica necessità della sostenibilità ambientale e sociale, di “disaccoppiamento”, cioè una crescita economica capitalista priva dei danni ambientali e dalla perdita netta di risorse, fino a coniugare termini come dematerializzazione, biocoerenza ed ecosufficienza prescindendo dagli imperialismi, dagli effetti del colonialismo storico e attuale, dall’individuazione del ruolo delle multinazionali, dallo scontro all’interno degli attuali rapporti di produzione, dal ruolo della scienza e della tecnologia nello sviluppo dei mezzi di produzione del capitale.

Una sinistra sempre più appiattita su modelli di cogestione, se pur alternativi, della crisi e dell’attuale sistema economico e sociale, incapace di porsi nell’ottica della costruzione di un alternativa di sistema.
Non è necessario attendere il “sol dell’avvenire”, ma neanche prestarsi alla compatibilità e alla cogestione della crisi.
Bisogna avanzare proposte e programmi, anche tattici ma di netta rottura con le politiche del Governo Monti e di coloro che si candidano a sostituirlo in continuità con queste.
La nazionalizzazione delle banche e delle imprese strategiche, ad esempio, oggi è un obiettivo credibile. Far tornare il controllo sul credito in mani pubbliche, significa poter compiere reali investimenti in senso sociale e ambientale avendo come priorità gli interessi collettivi.

Le risorse strategiche del paese come energia, trasporti, telecomunicazioni vanno nazionalizzate affinché tutte le leve fondamentali dell’economia reale siano sottratte agli interessi privati e speculativi e solo così si potranno adottare reali misure di sostenibilità ambientale. Solo credito e settori strategici sotto il controllo pubblico potranno favorire reali processi produttivi ed economici compatibili con i cicli naturali.

Il non pagamento del debito pubblico, l’uscita dalla schiavitù dei vincoli europei e dell’eurozona, possono liberare risorse economiche da poter investire in senso sociale e ambientale. Non si tratta di tornare alla lira, proposta velleitaria, populista, nazionalista e reazionaria, ma di immaginare una nuova area monetaria e commerciale, svincolata dalla morsa dei cambi fissi, tra i paesi della periferia produttiva europea con i paesi del Mediterraneo sud basata su ragioni di scambi equi e reciprocamente vantaggiosi. Questo potrebbe significare scambio di tecnologie e conoscenze scientifiche, materie prime, fonti energetiche in un meccanismo di reale cooperazione internazionale, priva al proprio interno dell’elemento competitivo, scevra da ogni forma di colonialismo e dallo strozzinaggio del debito e quindi dove è anche possibile “permettersi” l’attenzione verso i limiti della natura.

Su questo è possibile costruire una coalizione politica e sociale che sia in grado di innescare una visione alternativa di società, basata sugli interessi della maggioranza della popolazione.

Interessi antagonisti a quelli delle oligarchie in ogni modo esse si rappresentino, compresa quella dell’ “economia verde”.

* Commissione Ambiente della Rete dei Comunisti

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1 Commento


  • Roberto

    Domanda alla redazione:

    Perché tornare alla sovranità monetaria è reazionario? Allora i paesi che hanno sovranità monetaria sono reazionari? Gli USA come Cuba?
    Devo dedurre che tutti i paesi che non hanno aree monetarie comuni sono reazionari? Quindi tutti i paesi non Euro.

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