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Sui “numerini” Bruxelles impone la sua linea. Il governo cede sul deficit, e non solo

Alla fine tanto tuonò che neanche piovve. Il governo italiano, dopo mesi di rodomontate, ha chinato la testa davanti alla Commissione Europea e ha abbassato dal 2,4 al 2% il rapporto tra deficit e pil e dunque la sua possibilità di spesa per cercare di dare un po’ di ossigeno a un paese economicamente stagnante e ad una popolazione impoverita da anni di austerity e tagli imposti dalla Ue. Non solo. Il  kommissar Moscovici ha anche lasciato intendere che (come hanno fatto per la Grecia) potrebbe non essere finita qui. L’Italia dovrebbe compiere ulteriori sforzi per il Bilancio 2019. “È un passo nella giusta direzione, ma ancora non ci siamo, ci sono ancora dei passi da fare, forse da entrambe le parti”, ha dichiarato Moscovici alla fine della trattativa tra Conte e i commissari di Bruxelles. Nelle stesse ore l’Unione Europea approvava lo sforamento del deficit da parte della Francia per far fronte alle richieste dell’imponente movimento di protesta popolare.

Ieri sera la cena a Palazzo Chigi con cui Conte ha resocontato l’esito del negoziato con la Commissione europea, non ha entusiasmato i due vicepremier. I leader di Lega e M5s non sembrano entusiasti di come siamo andate le cose. Di fronte ai giornalisti che li aspettavano in strada sono stati silenti, come non è certo loro consuetudine. Di Maio si è allontanato senza rispondere alle domande dei cronisti.  Salvini si è limitato a dire che “parla il presidente del Consiglio”, prima di allontanarsi frettolosamente. Si è palesato quindi quello scenario del governo “a tre” in cui ai professori è destinato il compito di metterci la faccia rispettabile a Bruxelles e poi fare da capro espiatorio in Italia.

Ma la riduzione dal 2,4 al 2,04 del deficit, non si tratta di numerini, si tratta di circa 6,5 miliardi di euro in meno da poter spendere nel prossimo anno. Ed infatti la manovra di bilancio (Legge di Stabilità) in discussione al Senato dovrà adesso tenere conto di questo stop alla spesa e, nella migliore delle ipotesi, prevederà “rinvii”, “slittamenti” e qualche retromarcia rispetto a quanto promesso da Lega e M5S (soprattutto) ai milioni di persone che li hanno votati. Vediamo qualche esempio:

Per quanto riguarda la stabilizzazione dei precari nel pubblico impiego si rinvia ancora. Slitta infatti al 31 dicembre del 2019 il termine per procedere alle assunzioni di personale a tempo indeterminato, relative ai contratti di lavoro cessati negli anni 2009, 2010, 2011 e 2012.

Nella manovra c’è inoltre lo slittamento dal 1° gennaio del nuovo anno al prossimo 14 luglio del divieto di sponsorizzazioni di eventi, attività, manifestazioni, programmi, prodotti o servizi relativi al gioco d’azzardo come ad esempio quello delle scommesse sportive.

Nella  Legge di Bilancio è previsto anche nel 2019, in attesa che diventi operativo il promesso reddito di cittadinanza, il versamento del Rei, il reddito di inclusione contro la povertà, pur in assenza della comunicazione dell’avvenuta sottoscrizione del progetto personalizzato. Il decreto istitutivo del reddito di inclusione, infatti, prevede questa possibilità soltanto per l’anno in corso.

Il premier Conte da Bruxelles ha subito rassicurato, nelle dichiarazioni alla stampa, che ci sono i margini per ridurre lo stanziamento senza intaccare gli interventi sulle pensioni e sul reddito di cittadinanza perché altre risorse  verranno dalle privatizzazioni e in particolate dalle dismissioni immobiliari di beni  pubblici e demaniali.

Ma se questa strozzatura è stata imposta sul rapporto tra debito e pil, il problema è che dentro questi parametri sia il numeratore che il denominatore non vanno nella direzione auspicata. Se il debito pubblico non scende, il Pil continua a non salire. E’ di pochi giorni fa la relazione periodica dell’Istat che parla di recessione.

Mancano pochi giorni alla fine dell’anno e lo spettro del “triple dip”, di un nuovo ritorno della recessione dopo le crisi del 2007 e del 2014, la terza caduta nel giro di poco più di dieci anni, rischia di farsi sempre più concreta. L’Istat  il 1 dicembre ha diffuso il suo rapporto sui conti economici trimestrali rivedendo le previsioni per luglio-agosto-settembre e così da una crescita che le stime preliminari indicavano come nulla si è passati ad un Pil negativo (-0,1%).

Inoltre sul piano del lavoro continuano a diminuire soprattutto i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato (-0,7% sul trimestre precedente e -1,5%, pari a un calo di 222.000 unità, rispetto al terzo trimestre 2017), mentre nel terzo trimestre del 2018 gli occupati con contratti a termine erano 3.112.000, il valore più alto dal 1992.

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