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Dopo il No Monti Day, la sfida della “soggettività”


La manifestazione del 27 ottobre non è stata sicuramente una “svolta” del movimento di classe nel nostro paese, ma ha dimostrato che è possibile sottrarsi alla cappa politica che le varie sinistre “plurali” e sindacali hanno steso sul conflitto sociale dopo l’avvento del commissario europeo Mario Monti. E’ stata anche l’unica manifestazione contro il governo che ha spiegato, anche ai circoli militanti della sinistra più o meno antagonista, perché il 15 Ottobre dell’anno passato le cose sono andate in quel modo; sono andate così perché chi voleva gestire quella iniziativa lo aveva fatto con strumentalità ed avventurismo, pensando che il “consorzio” politico-istituzionale dei social forum costituitosi dopo Genova 2001, potesse avere ancora una qualche egemonia sui movimenti sociali nel nostro paese.

Anche la mobilitazione europea del 14 Novembre, che si voleva presentare come un altro momento significativo di conflitto, in realtà si sta svelando, in Italia, come una ennesima manovra pre-elettorale, dove la CGIL, a sostegno della piattaforma della CES ed in competizione con CISL e UIL, si ripropone come strumento del rapporto di massa del PD ed in pole position per tirare la volata alla alleanza PD-UDC, uscita apparentemente vincente dalle elezioni siciliane.
Ma stavolta bisogna avere la testa “rivolta in avanti” per capire i nodi e le cose da fare in questo passaggio complessivo della società italiana. Tra queste non vi è certamente la moltiplicazione delle iniziative “di movimento” che può consentire di fare dei passi in avanti. Bisogna prendere atto che sul piano della classe la risposta che viene non è affatto generale come avviene in altri paesi europei, ma si manifesta nella moltiplicazione delle vertenze, dei conflitti specifici, seppure importanti, nei diversi settori produttivi,del terziario privato e pubblico o sul piano territoriale. In realtà l’unico elemento di generalizzazione sul quale è possibile lavorare ora in modo credibile è quello della soggettività, ovvero della ricomposizione sistematica e attenta delle espressioni politiche-sociali-culturali che oggi sono ancora in campo.

Questo processo, al quale ha alluso la manifestazione del 27 ottobre, ha bisogno di due condizioni fondanti per determinare una nuova prospettiva:

La prima è la totale indipendenza pratica e politica dal quadro istituzionale del centro sinistra. Le tattiche elettorali che oggi vediamo proporre sui diversi siti, articoli, interviste dove si ipotizzano alleanze nazionali e/o locali, di classe o trasversali, sono destinate a naufragare miseramente perché è a tutti evidente che “l’habitat” in cui viviamo è ormai completamente modificato rispetto al decennio scorso, e l’obiettivo reale esplicitato e implicito allo stesso tempo, non è quello di una prospettiva generale ma quello della propria sopravvivenza materiale.

L’altra condizione è quello del rapporto con il blocco sociale reale esistente nel nostro paese. Non basta la sinistra resistente scesa in piazza la settimana passata, cosa importante e assolutamente da valorizzare, ma è necessario che questa sinistra prenda atto che o è in grado di ricostruire un rapporto di massa organizzato oppure è destinata alla consunzione, anche se nella massima buonafede. Ritorna qui centrale la questione dell’organizzazione, concetto rimosso e demonizzato a sinistra in tutti questi anni, ma che si ripropone nella sua centralità se si vuole uscire dallo stallo attuale.
Se questi sono i presupposti, dobbiamo però comprendere bene che non agiamo dentro un laboratorio asettico dove facciamo esperimenti con la lotta di classe, ma in una realtà complessiva in rapido mutamento. Se il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica ha richiesto alcuni anni a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, l’attuale superamento della cosiddetta Seconda Repubblica sta avvenendo in tempi rapidissimi, dovuti alla crisi internazionale, che nel nostro paese si manifesta anche sul piano politico-istituzionale con l’astensione di massa ed il grillismo come forma di opposizione politica, come hanno chiaramente mostrato le recenti elezioni nella regione Sicilia.
Tutto questo ci pone dunque anche un problema di come adeguare le forme politiche e di organizzazione del movimento politico e di classe ad una situazione che ha come retroterra una società modificata nella sua funzione e ricollocazione produttiva europea e nel rapporto, permanente, di subordinazione totale al capitale. Una forza d’urto che è decisa a spremere ai fini del profitto non solo il lavoro dipendente ma anche quei ceti sociali e culturali che fino a ieri hanno pensato di avere le proprie prospettive garantite dall’assetto capitalista. Bisogna fare i conti con una condizione nuova, che ripropone comunque le sue storiche contraddizioni di fondo, rispetto alla quale le difficoltà non sono solo dei gruppi dirigenti della sinistra antagonista nostrana, ma di una cultura politica diffusa nello stesso popolo della sinistra che ha bisogno di indagare nuovamente sulla realtà e su se stessa.
Queste, a nostro avviso, sono le esigenze che si pongono nella accelerazione della attuale crisi generale, rispetto alla quale vanno creati i momenti in cui una sinistra di classe possa confrontarsi nel merito ed organizzarsi nel concreto. La manifestazione del 27 ottobre ed il comitato No Debito sono due ambiti nei quali questo processo di rigenerazione dell’azione e del pensiero riteniamo sia possibile tentarla.

* Rete dei Comunisti

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2 Commenti


  • alfonso de amicis

    Ci sto. Lo dico da anni che il problema organizzativo è dirimente. Organizzazione come intellettuale colletivo, come forma e pratica di democrazia, partecipazione. Lasciamo perdere tutte le fandonie che vengono raccontate anche a sinistra su democrazia diretta, primarie, trasparenza ecc. ecc. Una volta le avremmo definite armamentario di propaganda borghese.


  • fra

    sarà, ma la manifestazione è finita con un comizio a piazza san giovanni

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