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La guerra nelle urne

Ormai ci siamo. Lunedì sapremo l’esito delle elezioni politiche e finalmente potremo ragionare sui fatti, piuttosto che sulle congetture.

Come i nostri lettori sanno, sosteniamo apertamente l’opzione di Unione Popolare come indicazione di voto ma soprattutto come possibilità nella ricostruzione di una rappresentanza politica di un blocco sociale in grado di contendere al nemico di classe – perché di questo si tratta – la priorità degli interessi sui quali trasformare questo paese.

A rendere più tagliente la spada che separa e contrappone gli interessi di classe in gioco, sulla fase storica in cui viviamo si è abbattuta una variabile pesante: la guerra.

Ma la guerra non è solo l’orrore delle morti, dei bombardamenti, dei rifugiati, è anche uno spartiacque nella politica. Chi è a favore della guerra è il nemico da battere e il primo nemico è quello che hai dentro casa.

Quindi tutte le forze politiche che hanno voluto e inviato le armi in Ucraina, votato l’aumento delle spese militari, professato fedeltà e subalternità alla Nato, avvelenato il dibattito pubblico con il bellicismo e  impoverito il paese con le loro scelte, vanno battuti senza fare sconti a nessuno.

Dunque rovesciamo completamente i maldestri e strumentali tentativi dei guerrafondai nostrani ed euopei di accusare e colpire chi si oppone alla guerra come “intelligente con il nemico esterno”.

Al contrario, indebolire e contrastare chi nel nostro paese lo ha spinto al coinvolgimento nella guerra tra Ucraina e Russia e alla disastrosa economia di guerra che ne è derivata, è la priorità di chi progetta la pace e la giustizia sociale come perimetro nel quale ricostruire un paese che il dogma liberista/euroatlantista ha fatto regredire.

Che la guerra – e il suo portato di aumento delle disuguaglianze sociali – sia lo spartiacque non è visibile solo in Italia.

Due fatti come la visita e il sostegno a Unione Popolare di Mélenchon e Iglesias, nonché la spaccatura nella Linke tedesca proprio sulla guerra, ci confermano non solo la centralità della questione ma anche la sua dimensione europea.

La fine della globalizzazione capitalista, la nuova divisione del mondo in blocchi, il ritorno della guerra come fattore delle relazioni internazionali,  è diventata una tempesta perfetta soprattutto per l’Europa. Lo era stata nel XX Secolo, lo è tornata ad essere anche in questo.

Ciò spiega perché il risultato delle elezioni di domenica non può fotografare un esito sulla base dei voti. La destra può vincere ma poi dovrebbe governare questa tempesta, e non ne ha le capacità né la possibilità.

Un paese già sotto stress e a rischio recessione, non potrà reggere un aumento dello spread né l’assedio dei fondi finanziari né, tanto meno, l’ostilità dell’apparato di Bruxelles.

La destra al governo dovrà ben presto cedere la mano ad un nuovo governo “tecnico” e magari alla supervisione di Mario Draghi al Quirinale.

A meno che qualcosa o qualcuno getti il tavolo fuori dal perimetro imposto da decenni di vincolo esterno euro-atlantico e, soprattutto, porti il paese fuori dalla guerra.

Le condizioni stanno maturando rapidamente affinché i frammentati segmenti di un blocco sociale antagonista comincino a riconoscersi di nuovo su interessi di classe comuni. E’ urgente che emerga una soggettività politica nuovamente capace di dare a questi una sua piena rappresentanza politica e l’organizzazione necessaria.

E’ tempo di cominciare a pensare ed agire in questa prospettiva, anche con il voto di domenica.

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2 Commenti


  • Pasquale

    Altro che no vax e provax. Qua si tratta di prendere posizione e votare per o contro il futuro dell’Italia.


  • Andres

    Concordo pienamente sul giudizio che un governo che promuova la guerra,oltretutto se non è attaccato e/o minacciato ,per risolvere qualsivoglia problema,lo si deve considerare criminale

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