Ad ogni tornata elettorale sentiamo ripetere gli stessi discorsi, gli stessi annunci trionfali, le stesse giustificazioni di prammatica per risultati deludenti. Nella cosiddetta o sedicente “sinistra radicale” l’arrampicata sugli specchi è pratica così consolidata da apparire ormai una seconda natura.
Forse è il caso di provare a tirare qualche coordinata per inquadrare innanzitutto lo stato della “democrazia liberale ” nell’emisfero occidentale e quindi le “leggi non scritte” che la regolano, in modo da definire anche meglio il margine di reale “contendibilità” dello spazio elettorale.
Innanzitutto andrebbe fatta chiarezza sulla differenza gigantesca tra “spazi” sociali e “spazi” politici, che in genere vengono considerati pressoché coincidenti, con appena qualche specificità “tecnica” particolare.
Prendiamo la domanda che angustia ogni soggetto politicamente attivo a sinistra: com’è possibile che il malessere sociale, o addirittura la contrarietà aperta alle politiche dei vari governi (le stesse, ricordiamo, al di là delle diverse coalizioni), non si traduca in consensi anche elettorali per l’opposizione (qualunque essa sia)? Oppure, ed è una domanda simile, come mai il risultato referendario non si è riversato sulle recenti elezioni comunali?
Si può facilmente notare che già nel porre la domanda si presuppone un qualche automatismo tra “spazio sociale” – il malessere economico ed esistenziale di gran parte della popolazione – e “spazio elettorale”, passando per la sovrapposizione indebita di quest’ultimo con lo “spazio politico”. Ossia come se tutta la politica potesse o dovesse coincidere con la partecipazione alle elezioni.
E invece stiamo parlando di “spazi” tra loro molto diversi. Quello sociale è il mondo degli interessi delle varie classi, ceti, figure più o meno definite, che nel loro insieme costituiscono la popolazione. Interessi ovviamente diversi e contrastanti, spesso contrapposti o addirittura antagonisti, che quasi sempre risultano poco o nulla soddisfatti sia dalle politiche governative che da quelle sovranazionali (europee, per lo più).
La rappresentanza diretta di questi interessi è affidata a sindacati, associazioni di ogni tipo, ecc. Un tempo queste rappresentanze fungevano da “cinghia di trasmissione” con la politica, ovvero con partiti strutturati a livello territoriale per realizzare nei limiti del possibile quegli interessi attraverso progetti di riforma o gestione delle amministrazioni pubbliche (Stato, regioni, comuni, ecc). La maggiore o minore forza elettorale consentiva, oppure no, di farli pesare nelle scelte dello Stato.
In quel mondo – quello dello “stato sociale” keynesiano – il legame tra interesse sociale, proposta politica e verifica elettorale era palese, avvertito, leggibile. Poi, certo, c’erano tutti i problemi relativi alla buona o pessima rappresentanza degli interessi, la corruzione, il “tradimento dei chierici”, ecc, ma i tre “spazi” potevano sembrare così interconnessi da risultare praticamente uno solo. Organico.
La reazione neoliberista, in tutto l’Occidente, ha rotto definitivamente quello schema. Gli unici interessi legittimi che lo Stato deve soddisfare sono quelli delle aziende, o meglio ancora dei “mercati”.
Le rappresentanze devono compatibilizzare le attese delle figure sociali con politiche di “riforma” che non possono più modificare. I partiti sono fungibili e indistinguibili quanto a “programmi”, differendo tra loro soltanto per aspetti marginali o “culturali” (la “sicurezza” contro i “diritti civili”, la “famiglia tradizionale” contro quelle “arcobaleno”, ecc). Le elezioni sono campagne pubblicitarie dove vince chi ha più soldi da spendere o già controlla i media (do you remember Berlusconi?).
Una dimostrazione veloce. Qualche giorno fa, in Kentucky – stato Usa tradizionalmente repubblicano – il governatore uscente Thomas Massie, un “libertariano” ostile a Trump, è stato sconfitto nelle primarie che dovevano decidere chi sarebbe stato il prossimo candidato del Grand Old Party alle elezioni di metà mandato, a novembre.
Il suo competitor era uno sconosciuto ex militare dei Navy Seal, Ed Gallrein, che però ha avuto a disposizione decine di milioni di dollari investiti su di lui dallo stesso Trump e dall’Aipac (American Israel Public Affairs Committee), un fondo che finanzia l’affermazione di politici totalmente favorevoli ad Israele.
Non stiamo parlando delle elezioni vere e proprie, ma solo della “competizione interna” a uno dei due “partiti” ammessi alle elezioni. Eppure sono volati milioni di dollari.
Prima conclusione. Le idee e i programmi non contano nulla, e neanche la notorietà del candidato (Massie era molto popolare, nel mondo “Maga”), decide solo la potenza della pubblicità, e dunque dei soldi.
Scendendo in Italia, vediamo come i media (il principale vettore della “pubblicità regresso”) stiano coccolando amorevolmente la resistibile ascesa di un ex generale fascista, Vannacci, garantendogli fin dall’inizio una copertura mediatica sproporzionata rispetto al suo peso politico. Di fatto, lo hanno “inventato” come soggetto politico. Lo stesso si può dire di Calenda e Renzi, che era arrivato alla segreteria del Pd e di lì a Palazzo Chigi sostanzialmente attraverso lo stesso “meccanismo elettivo”.
Queste – e decine di altre – piccole verifiche portano a dire che lo spazio elettorale è uno spazio avvelenato, dove chi non ha milioni da spendere per l’”autopromozione”, o non può – per gli interessi che intende rappresentare – trovare uno “sponsor mediatico gratuito”, è programmaticamente fuori dalla competizione.
Non basta. Anche le regole elettorali stesse – persino negli Usa, dove sono costanti da oltre un secolo – vengono modificate in corso d’opera per assicurare, nei limiti del possibile, il risultato voluto da chi già comanda, non certo di affermare la “volontà popolare”.
Qui da noi, come sappiamo, ogni governo fa una legge elettorale nuova per potere esser certo di rivincere, anche se poi di solito neanche ci riesce. Ma l’obbiettivo costante è sempre far fuori le “nuove proposte”, bloccando l'”alternanza” ai soliti noti…
In questo quadro disperante, l’unica via che potrebbe portare una sinistra effettivamente antagonista ad un’affermazione anche sul piano elettorale passa da tutt’altro percorso. Non breve.
Lo “spazio sociale” è infatti praticamente infinito. Nel senso che gli interessi delle classi e dei ceti popolari non hanno una rappresentanza organizzata credibile. Qui la difficoltà sta tutta nella scarsità attuale delle forze sindacali, associative, di movimento, ecc, orientate all'”alternativa”.
Stanno crescendo, e questa è un’ottima notizia. Riescono a catalizzare il malessere e l’indignazione in giornate di grande mobilitazione popolare – tra fine settembre ed ottobre, su Gaza e la Flotilla – ma non esistono scorciatoie per abbreviare i tempi o tradurre gli sforzi in effetti anche organizzativi pressoché immediati.
Lo “spazio politico”, di conseguenza, si va allargando, ma ancora lentamente. La situazione internazionale e quella sociale interna offrono occasioni enormi e momenti di riflessione importanti per arrivare a definire una proposta politica capace di raccogliere “consensi di massa” che abbiano una qualche stabilità.
Ma tutto ciò – è meglio saperlo, per non restare fatalmente delusi – non garantisce ancora uno “spazio elettorale” decente. Per raccogliere bisogna prima seminare e curare la crescita della “pianta”.
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