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100 anni dalla fondazione dell’URSS: l’Unione Sovietica e la mina ucraina

«Cosa accadrà, se si svilupperanno in URSS i successi della costruzione socialista? Ciò migliorerà in modo radicale le posizioni rivoluzionarie dei proletari di tutti i paesi nella loro lotta contro il capitale… Cosa accadrebbe se il capitale riuscisse ad annientare la Repubblica dei Soviet? Avrebbe inizio l’epoca della reazione più nera in tutti i paesi capitalisti e coloniali».

(Stalin, dicembre 1926)

«Zelenskij ricorda molto più Lenin che non George Washington. È un dittatore, un pericoloso governante autoritario che, con le centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti americani dategli, ha costruito in Ucraina uno stato di polizia con partito unico»

(Margarita Simon’jan, direttrice di RT – 8 dicembre 2022)

Dopo i cento anni della Rivoluzione d’Ottobre che i comunisti hanno celebrato nel 2017, quest’anno, il 30 dicembre, si celebra il centenario della formazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Cosa abbiano rappresentato le due date, il 1917 e il 1922, non solo per i popoli prima assoggettati al giogo zarista, ma per l’intera umanità progressista, per le conquiste sociali e le prospettive di ribaltamento dei rapporti di classe; e cosa significhi, di contro, sempre più, oggi, la fine di quell’esperienza per le classi sfruttate, nella lotta contro lo strapotere del capitale; cosa costituisca tutto ciò, altri e in maniera più ragionata lo scriveranno sulle pagine di questo giornale.

Qui ci vorremmo limitare a riassumere un solo momento relativo al processo di formazione dell’Unione Sovietica: più precisamente, il ruolo giocato dalla questione nazionale in Russia, cui la formazione dell’URSS è intimamente legata.

Lo stimolo, nell’anno che vede coincidere il centenario dell’unione di quelle prime Repubbliche socialiste, con la guerra che da dieci mesi si combatte in Ucraina, anche in nome della sua liberazione dal tallone di una junta nazigolpista, viene da alcune esternazioni, ripetute negli anni, del Presidente russo Vladimir Putin e di membri della sua cerchia, secondo cui colpevoli della situazione creatasi dopo il 1991 nello “spazio post-sovietico” e, in particolare, dopo il golpe del 2014 in Ucraina, sarebbero Vladimir Lenin e il partito dei bolscevichi, con la loro politica delle nazionalità, quasi di “odio” verso il proprio popolo grande-russo.

Sarebbero stati insomma i bolscevichi che, proclamando il principio dell’autodeterminazione delle nazioni – si sostiene oggi al Cremlino – a “mandare in rovina l’impero russo”, rendendosi così colpevoli di tutti i mali capitati poi alla grande Russia.

Gli accordi tra le Repubbliche sovietiche

E dunque. Tra il settembre 1920 e la prima metà del 1921, sul finire della guerra civile, la Russia sovietica aveva firmato trattati di unione militare ed economica con le Repubbliche socialiste di Azerbaidžan, Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia.

Dalle strette e impellenti necessità di far fronte militarmente all’intervento straniero che sosteneva la controrivoluzione, dal Baltico all’Ucraina, dal Caucaso all’Estremo Oriente, e risollevare le nazionalità dell’ex impero zarista dalla devastazione economica causata da guerra imperialista e guerra civile, si arriverà alla salda unione, in un tutto unico, di alcune Repubbliche che, nel corso della storia, sarebbero diventate quindici, compatte in un’unica entità statale che arriverà a contare quasi 300 milioni di cittadini.

Già il trattato firmato il 28 dicembre 1920 da Vladimir Lenin per la RSFSR e Khristian Rakovskij, in qualità di presidente del SovNarKom (Consiglio dei Commissari del popolo) ucraino, pur parlando di «indipendenza e sovranità di ciascuna delle parti contraenti», prevedeva Commissariati unificati di entrambe le Repubbliche per Affari militari, Economia, Commercio estero, Finanze, Lavoro, Trasporti, Poste e telegrafo.

Forme un po’ diverse di unione erano previste dai trattati tra RSFSR e Repubbliche popolari (non socialiste) di Khorezm (Khiva), Bukhara e Estremo Oriente.

La strada era aperta per rinsaldare i legami di popolo e statali tra le nazioni delle parti europea e asiatica di quella che era stata la «Russia gendarme d’Europa, carnefice dell’Asia» (Stalin). Un altro evento di portata internazionale, quale la Conferenza di Genova dell’aprile-maggio 1922 e il contiguo accordo di Rapallo tra Germania e Russia sovietica, costituirono l’occasione per rinsaldare maggiormente i legami tra quelle prime sette Repubbliche, con il conferimento alla RSFSR del diritto di firmare tutti gli accordi a nome di tutte.

Queste le linee approssimative, esposte in maniera grezza, dei passi che portarono alla proclamazione dell’URSS quale compatto stato unitario, ricordando come fosse stato oltremodo aspro e prolungato il dibattito sul tipo di unione da realizzarsi: si andava infatti da chi proponeva di includere tutte le altre Repubbliche nella RSFSR, dotandole di diversi livelli di autonomia (sul modello delle otto Repubbliche e tredici Regioni autonome della Russia) e si arrivava a chi avrebbe voluto frantumare la stessa RSFSR nei suoi 21 soggetti federali, per fonderli poi tutti, con pari dignità e insieme alle altre Repubbliche socialiste, in un’unica ampia Federazione.

Tralasciamo qui di esaminare la vulgata oggi corrente su una presunta contrapposizione tra Lenin e Stalin a proposito della cosiddetta “autonomizzazione”, che calcasse le orme della RSFSR, giudicata da Lenin, nel 1921, “modello” per la futura Unione, con un centro forte e un reale potere locale, assicurando il passaggio dalla federazione a uno stato unitario in cui, nella variante di Lenin, il grado di centralizzazione del potere esecutivo sarebbe stato significativamente maggiore che non in quella di Stalin.

Quando nel gennaio 1922 Stalin aveva proposto per la prima volta la “autonomizzazione” come base per l’unificazione delle repubbliche sovietiche, Lenin era stato d’accordo. Poi, nell’autunno del 1922, improvvisamente l’autore della nota attribuita a Lenin Sulla questione delle nazionalità o della “autonomizzazione”, definisce quest’ultima «famigerata».

Basti ricordare che in quel periodo, nota Valentin Sakharov nel voluminoso Il “testamento politico” di Lenin, la critica del principio di “autonomizzazione” veniva principalmente dalle repubbliche autonome della RSFSR che, alla fine del 1922, avevano cominciato a chiedere la liquidazione della RSFSR e la trasformazione delle repubbliche autonome in federate.

Qui basti notare come l’imponente, dettagliata e complessa analisi storica, politica, filologica e sintattica condotta da Sakharov mettendo anche a confronto i diari delle segretarie di Lenin e quelli dei medici che lo seguirono negli ultimi mesi di vita, mostri a sufficienza come siano più che legittimi i dubbi sulla vera paternità di alcuni dei cosiddetti “Ultimi articoli e lettere di Lenin; 23 dicembre 1922-2 marzo 1923”, inseriti dopo il 1956 nel 45° volume delle sue opere, che copre il periodo marzo 1922-marzo 1923.

Dunque, il 30 dicembre 1922, i delegati di RSFS russa, RSS ucraina, RSS bielorussa e RSFS di Transcaucasia (sorvoliamo sulle vicende che costrinsero sul momento i bolscevichi a optare per l’unione di Georgia, Armenia e Azerbaidžan in un’unica Federazione transcaucasica) si costituirono in Primo Congresso dei Soviet dell’URSS.

Gli scontri ideologici e le battaglie cruente combattute dall’Esercito Rosso contro i nazionalisti, soprattutto ucraini, georgiani, baltici, alle cui spalle stavano le potenze dell’Intesa, spinsero i bolscevichi, per togliere loro terreno e spazi di manovra tra le masse contadine arretrate, a indirizzarsi verso una unione federativa di Repubbliche sovietiche quale forma di transizione verso l’unità completa.

I documenti del POSDR e del RKP

Nel marzo 1919, l’8° Congresso del RKP(b) aveva approvato il nuovo programma del partito, redatto in massima parte seguendo le linee tracciate da Lenin e che, nel campo dei rapporti nazionali, ricalcava per lo più le tesi del primo programma, quello del POSDR del 1903, stabilendo che al centro della questione era posta la politica di avvicinamento di proletari e semi-proletari delle diverse nazionalità per la lotta comune volta al rovesciamento di latifondisti e borghesia.

Con l’obiettivo del superamento della sfiducia da parte delle masse lavoratrici dei paesi oppressi nei confronti del proletariato degli stati che opprimono, si diceva, è necessario l’annullamento di ogni privilegio di qualsiasi gruppo nazionale, la completa parità di diritti delle nazioni, il riconoscimento del diritto alla separazione statale da parte di colonie e nazioni subordinate.

Con gli stessi obiettivi e quale una delle forme transitorie sulla strada della piena unità, si puntava sull’unione federativa degli stati organizzati sul tipo sovietico. Per quanto riguardava la questione a chi spettasse esprimere la volontà di secessione della nazione, il RKP(b) partiva da un punto di vista storico-classista, tenendo conto della fase di sviluppo storico in cui si trovasse la data nazione: sulla strada dal medioevo alla democrazia borghese, o invece dalla democrazia borghese a quella sovietica o proletaria.

In ogni caso, era scritto nel programma, da parte del proletariato delle nazioni che opprimono, sono necessarie particolari cautela e attenzione alle sopravvivenze dei sentimenti nazionali tra le masse lavoratrici delle nazioni oppresse.

Nel dicembre successivo, l’8° Conferenza di partito stabiliva il riconoscimento dell’indipendenza dell’Ucraina; chiedeva la più stretta unione di tutte le Repubbliche sovietiche, le cui forme avrebbero dovuto esser decise da operai e contadini lavoratori ucraini; al momento, intanto, tra RSSU e RSFSR si stabilivano rapporti federativi.

Nella vita quotidiana, visto che la cultura (lingua, scuola, ecc.) ucraina era stata schiacciata per secoli dallo zarismo e dalle classi sfruttatrici di Russia, il CC faceva obbligo a tutti i membri del partito di contribuire con ogni mezzo a eliminare ogni ostacolo al libero sviluppo di lingua e cultura ucraine.

Dato che «sul terreno della plurisecolare oppressione, tra la parte più arretrata delle masse ucraine si osservano tendenze nazionaliste, i membri del RKP sono tenuti alla più grande tolleranza e cautela, opponendo loro la parola della spiegazione da compagni sull’identità di interessi delle masse lavoratrici di Ucraina e Russia».

I membri del RKP operanti in Ucraina, inoltre, dovevano far sì che la lingua ucraina si trasformasse in mezzo di formazione delle masse lavoratrici. Nelle istituzioni pubbliche dovranno operare quanti più addetti che parlino la lingua ucraina.

Per quanto riguarda la politica agraria, dal momento che l’Ucraina era per la maggior parte contadina, il potere sovietico doveva conquistare la fiducia non solo dei contadini poveri, ma anche di larghi strati di contadini medi, separandoli nettamente dai contadini ricchi; l’obiettivo era quello della completa liquidazione del possesso fondiario latifondista ripristinato dal generale bianco Anton Denikin, con la distribuzione dei fondi ai contadini senza o con poca terra.

Per l’instaurazione di un autentico potere dei lavoratori, non si doveva consentire l’afflusso nelle istituzioni sovietiche di elementi della piccola borghesia cittadina, estranei alle condizioni di vita delle larghe masse contadine, oppure li si doveva porre sotto rigido controllo di classe proletario.

Al XII Congresso del partito, nell’aprile 1923, quando l’URSS era già stata proclamata e si discuteva il progetto della sua Carta costituzionale, da Kiev si esprimevano però idee particolari sul tipo di unione da configurare tra le Repubbliche. «Non è vero che la questione della confederazione e della federazione sia una cosa da poco», dirà Stalin.

«È un caso che i compagni ucraini, considerando il progetto di Costituzione, adottato al Congresso dell’Unione delle Repubbliche, ne abbiano cancellato la frase secondo cui le repubbliche “si uniscono in un unico stato unitario”? Perché hanno cancellato quella frase? È forse casuale che i compagni ucraini nel loro controprogetto abbiano proposto di non fondere i Commissariati al commercio estero e agli affari interni? Dov’è qui l’unico stato unitario, se ogni repubblica ha il proprio NKID e NKVT? [Commissariati al commercio estero e agli interni]…

Io vedo, continuava Stalin, in questa insistenza di alcuni compagni ucraini, il «desiderio di voler realizzare, in termini di definizione della natura dell’Unione, qualcosa di mezzo tra una confederazione e una federazione con una preponderanza verso la confederazione.

È chiaro invece che non stiamo creando una confederazione, ma una federazione di repubbliche, uno stato unitario che riunisca affari militari, esteri, commercio estero e altri affari; uno stato unitario che non svilisce la sovranità delle singole repubbliche…

Se nell’Unione non si fonderanno i vari Commissariati… creeremo non uno stato unitario, ma un conglomerato di repubbliche, e quindi ogni repubblica dovrebbe avere il proprio apparato parallelo. Penso che la verità sia dalla parte del compagno Manuil’skij, e non dalla parte di Rakovskij e Skrypnik».

Federazione e Stato unitario

Trattando il tema del tipo di federazione che si stava sviluppando nella RSFSR, Stalin ne faceva il paragone con le unioni federative democratico-borghesi del tempo – USA e Svizzera – passate dalla confederazione alla federazione di stati indipendenti e trasformatesi di fatto, attraverso oppressioni e guerre nazionali, in stati unitari.

In Russia, invece, le diverse regioni emerse «rappresentano unità abbastanza definite in termini di modi di vita e composizione nazionale. Ucraina, Crimea, Polonia, Transcaucasia, Turkestan, Medio Volga, territorio del Kirghizistan si differenziano dal centro non solo per posizione geografica, ma anche come territori economici integrali, con determinati modi di vita e composizione nazionale».

Ancora, a differenza degli stati federali occidentali, in cui è stata la borghesia imperialista a gestire la costruzione statale, ricorrendo anche alla violenza, in Russia è il proletariato a gestirla ed è quindi possibile e necessario istituire un sistema federale sulla base di una libera unione dei popoli.

E non si tratta nemmeno di diversità geografiche tra Centro e Periferie: «Polonia e Ucraina non sono divise dal centro da catene montuose o corsi d’acqua. Cionondimeno, a nessuno viene in mente di sostenere che l’assenza di tali barriere geografiche escluda il diritto di tali regioni a una libera autodeterminazione».

Ma, in definitiva, ricordava Stalin, in Russia «la costruzione politica procede in ordine inverso» rispetto a USA o Svizzera. Qui, il forzato unitarismo zarista è sostituito dal «federalismo volontario, affinché, col tempo, il federalismo lasci il posto all’unione volontaria e fraterna delle masse lavoratrici di tutte le nazioni e genti della Russia… Il federalismo in Russia è destinato, come in America e in Svizzera, a giocare un ruolo di transizione: verso il futuro unitarismo socialista».

Decidono gli interessi di classe

In ogni caso, alla base di ogni scelta dei bolscevichi, mantenendo costantemente fermo il basilare principio leniniano del diritto delle nazioni all’autodeterminazione, come era stato formulato sin dal Programma del 1903, rimaneva il cardine dell’unità della classe operaia, al di sopra di ogni frontiera repubblicana e ogni autonomia nazionale.

Un perno saldato a quei principi espressi da Marx e Engels nel loro “Indirizzo del Comitato centrale alla Lega del marzo 1850, secondo cui «...l’attuazione della più rigida centralizzazione del potere è oggi in Germania compito del partito veramente rivoluzionario», cui seguiva la nota di Engels all’edizione del 1885: «…Ma come l’autogoverno locale e provinciale non contraddice alla centralizzazione politica nazionale, così esso non è affatto necessariamente legato a quell’egoismo ristretto, cantonale o comunale che tanto ci ripugna nella Svizzera».

Trent’anni dopo, in URSS, gli interessi superiori di classe, della classe che aveva conquistato il potere e instaurato la propria dittatura sulle vecchie classi sfruttatrici, venivano prima di qualsiasi specificità o esigenza nazionale, le quali, tra l’altro, erano messe in primo piano proprio da borghesie e latifondisti sconfitti, che su di quelle puntavano per staccare i “propri” proletariati nazionali dagli obiettivi di classe comuni ai proletari delle altre Repubbliche.

Alla famosa Conferenza “d’aprile” 1917, si era ribadito come non fosse lecito confondere la questione del diritto delle nazioni alla libera separazione, con la questione dell’opportunità della separazione di questa o quella nazione, in questo o quel momento.

Il partito del proletariato deve decidere quest’ultima questione caso per caso, del tutto autonomamente, dal punto di vista degli interessi dell’intero sviluppo sociale e degli interessi della lotta di classe del proletariato per il socialismo.

Il partito, era detto, esige una «larga autonomia regionale, l’abolizione del controllo dall’alto, l’abolizione della lingua di stato obbligatoria e la determinazione dei confini delle regioni dotate di autogoverno e di autonomia, sulla base della considerazione, da parte della popolazione locale, delle condizioni economiche e di vita e della composizione nazionale della popolazione, ecc.».

Ancora una volta si afferma che «Il partito del proletariato respinge decisamente la cosiddetta “autonomia culturale-nazionale”, cioè la sottrazione degli affari scolastici, ecc., dalla giurisdizione dello Stato e il suo trasferimento nelle mani di una sorta di diete nazionali. L’autonomia culturale-nazionale divide artificialmente gli operai che vivono in una stessa zona e che addirittura lavorano nelle stesse imprese, in base all’appartenenza a questa o quella “cultura nazionale”, rafforza cioè i legami degli operai con la cultura borghese delle diverse nazioni, mentre invece l’obiettivo della social-democrazia è quello del rafforzamento della cultura internazionale del proletariato mondiale».

Gli interessi della classe operaia, inoltre, esigono la fusione degli operai di tutte le nazionalità della Russia in comuni organizzazioni proletarie, politiche, professionali, di cooperazione culturale, ecc. Solo una simile fusione in organizzazioni comuni degli operai delle diverse nazionalità darà al proletariato la possibilità di condurre una lotta vittoriosa col capitale internazionale e il nazionalismo borghese.

Il punto fermo della politica bolscevica, dei superiori interessi di classe rispetto a ogni specificità nazionale, negli anni stabilmente associato a quello della volontarietà dell’unione e del diritto a uscirne, passa ininterrottamente dal periodo pre-rivoluzionario, agli anni della guerra civile, poi della NEP e lo si ritrova finanche nelle dispute pratico-ideologiche degli anni ’30, intimamente connesso al costante richiamo della opportunità della separazione o meno, in base alle esigenze della lotta di classe e agli interessi della classe operaia.

Nel 1918, per esempio, a proposito di tutta una serie di conflitti tra Centro della RSFSR e vari Soviet locali che, come si era espresso Lenin, «si installano come se fossero repubbliche indipendenti», Stalin aveva detto che tali conflitti vertevano sulla questione del potere, come era il caso dei governi nazionalisti delle periferie, composti da «rappresentanti degli strati superiori delle classi possidenti» che, se cercavano di dare «una vernice nazionale a quei conflitti, era solo perché era comodo e vantaggioso nascondere dietro un mascheramento nazionale la lotta contro il potere delle masse lavoratrici entro i propri confini regionali», come era accaduto in Ucraina con la Rada borghese-sciovinista di Kiev.

Ciò, aveva detto Stalin, mostrava la necessità di trattare il principio dell’autodeterminazione come diritto di autodeterminazione non della borghesia, ma delle masse lavoratrici di una data nazione.

Tra il 1918 e il 1924, Stalin ribadisce a varie riprese il concetto della stretta connessione tra questione nazionale e lotta di classe, con la subordinazione della prima alla seconda, avendo in mente, come ripetuto costantemente da Lenin, che in ogni nazione ci sono due nazioni, in ogni cultura ci sono due culture: quella borghese e quella operaia.

Dunque, affermava Stalin, «Essendo solo una parte della questione generale della trasformazione del sistema esistente, la questione nazionale è interamente determinata dalle condizioni della situazione sociale, dal carattere del potere nel paese». E ancora, polemizzando con Rakovskij e Bukharin, diceva che «per noi comunisti, è chiaro che la cosa principale nel nostro lavoro, è l’opera di rafforzamento del potere operaio e, dopo di questo, abbiamo di fronte un’altra questione, molto importante, ma subordinata alla prima, la questione nazionale».

Quindi, Iosif Vissarionovič ricorda come la questione nazionale debba esser affrontata in connessione «con la questione generale del rovesciamento dell’imperialismo, della rivoluzione proletaria».

La smania separatista e le mire dell’imperialismo

Nell’ottobre 1920, a proposito della questione nazionale in Russia, Stalin osservava che, ovviamente, le regioni periferiche della Russia avevano l’inalienabile diritto a separarsi da essa, come era avvenuto per la Finlandia nel 1917.

Ma in quel momento si parlava «non dei diritti delle nazioni, indiscutibili, bensì degli interessi delle masse popolari sia del centro che delle periferie», e quegli interessi, in quel periodo, dicevano che «la richiesta di separazione delle periferie allo stadio presente della rivoluzione è profondamente controrivoluzionaria».

La Russia centrale, diceva Stalin, fulcro della rivoluzione mondiale, non può resistere a lungo senza l’aiuto delle regioni periferiche, ricche di materie prime, combustibili e prodotti alimentari. Queste ultime, a loro volta, sono «condannate all’inevitabile schiavitù imperialista senza il sostegno politico, militare e organizzativo della più sviluppata Russia centrale».

Le potenze interventiste dell’Intesa contavano proprio su questa circostanza, sin dall’inizio della Rivoluzione d’Ottobre, quando avevano cominciato ad attuare il piano di «accerchiamento economico della Russia centrale, staccando da essa le più importanti periferie» e tale piano continuava con le macchinazioni in Ucraina, Azerbaidžan, Turkestan.

La conclusione era che si doveva escludere qualsiasi richiesta di separazione delle regioni periferiche dalla Russia «soprattutto perché radicalmente in contraddizione con gli interessi delle masse popolari sia del centro che delle periferie. Per non parlare del fatto che la separazione delle regioni di confine minerebbe la potenza rivoluzionaria della Russia centrale… le stesse periferie separatesi cadrebbero inevitabilmente nella schiavitù dell’imperialismo internazionale.

Basta guardare a Georgia, Armenia, Polonia, Finlandia, ecc. che, staccatesi dalla Russia, conservano solo l’apparenza di indipendenza, trasformate di fatto in indubbi vassalli dell’Intesa; sufficiente infine ricordare la storia recente con l’Ucraina e l’Azerbaidžan, con la prima saccheggiata dal capitale tedesco, e la seconda dall’Intesa, per comprendere quanto controrivoluzionaria sia la richiesta di secessione delle regioni di confine nelle attuali condizioni internazionali».

In effetti, le smanie indipendentiste sia dei nazionalisti menscevichi georgiani, sia di quelli borghesi-reazionari ucraini riuniti attorno alla Rada di Kiev aiutarono di fatto l’occupazione delle potenze interventiste. Per quanto riguarda, in particolare, l’Ucraina, è un fatto, che proprio essa sia stata, per rimanere solo ai tempi dello sviluppo capitalistico, uno degli obiettivi più appetitosi dell’imperialismo internazionale.

Ancora nella seconda metà del XIX secolo, le mire dei capitali francesi, belgi, inglesi si appuntavano sulle sue risorse minerali: per dire, l’attuale Donetsk era sorta come villaggio minerario di Juzovka, dal nome del britannico John Hughes, che nel 1869 costruì una fabbrica attorno alla quale crebbe successivamente la città.

Se a Mosca, dopo la rivoluzione borghese del febbraio 1917, il governo provvisorio di Aleksandr Kerenskij non aveva inteso nemmeno discutere di uno stato ucraino indipendente, dopo la rivoluzione d’Ottobre venne l’occupazione austro-tedesca di gran parte del territorio ucraino, appena mascherata dietro la Repubblica popolare ucraina” nazionalista di Mikhailo Gruševskij, liquidata dai tedeschi stessi nell’aprile 1918 e ridenominata “Stato ucraino”, sotto l’hetman Pavlo Skoropadskij.

Con la sconfitta militare austro-tedesca e la vittoria della rivoluzione in Germania, nel novembre 1918 veniva formato in Ucraina un governo provvisorio operaio-contadino, che proclamava il rovesciamento del hetmanato e l’istituzione del potere sovietico, con la distribuzione di terre e fabbriche ai contadini e agli operai.

Ma, al posto degli austro-tedeschi, arrivarono le truppe anglo-francesi, in appoggio ai generali bianchi. Ed ecco ancora una cosiddetta “Repubblica popolare” dei reazionari Vinničenko-Petliura, di fatto un Direttorio controrivoluzionario, liquidato dall’insurrezione del febbraio 1919.

Più a est, e più vicine al potere sovietico russo, erano sorte la Repubblica di Donetsk-Krivoj Rog (DKRS – proclamata nel gennaio 1918 dal IV Congresso regionale dei Soviet nell’ambito della RSFSR: si chiamava così il Donbass alla nascita del potere sovietico) e le Repubbliche di Crimea e di Odessa.

Ma, in generale, se è vero che i nazionalisti ucraini, indipendentemente dal tipo di governo in Russia, sovietico o meno, non volevano avere nulla in comune con lo spazio russo e cercavano l’alleanza con qualunque potenza straniera fosse interessata alle risorse ucraine, è però curioso come il virus della “ucrainicità” fosse diffuso anche tra molti comunisti ucraini, come si evince dai contrasti tra i bolscevichi di Kiev e quelli della DKRS.

Chi ha diviso lo spazio sovietico?

Secondo il politologo Sergei Vasil’tsov, le critiche al bolscevismo da parte dell’attuale leadership russa costituiscono un tema abbastanza vecchio; si incolpano Lenin e Stalin della “divisione” del paese, per tacere sullo smembramento di classe della società russa e la riduzione in miseria dei lavoratori.

In effetti, ciò che spicca nelle diverse dichiarazioni di Vladimir Putin a proposito della storia sovietica e del ruolo dei comunisti, è l’assenza di ogni riferimento di classe; un’assenza del tutto in linea con la visione della società tipica della borghesia, i cui rappresentanti raffigurano il “loro” mondo come fosse l’unico reale, uniforme, che ruota compatto attorno agli interessi della classe capitalista.

Dunque, anche sulla questione nazionale, la visione borghese distingue soltanto tra il “nostro” Stato, la “nostra” nazione, il “nostro” popolo, saldi sotto le bandiere del “proprio” confine, e lo Stato e la nazione nemici. Tutto ciò che non risponde agli interessi della “propria” ricchezza è per ciò stesso estraneo o addirittura nemico e si deve o cercare di accentrarlo attorno al “proprio” Stato, assimilarlo, oppure combatterlo.

E la questione si complica ancora di più nel caso di Stati plurinazionali, quale era ad esempio la Russia alla vigilia della Rivoluzione. Tant’è che Vladimir Putin presenta l’esperienza sovietica dal punto di vista della borghesia: «l’unica cosa che teneva il paese nell’ambito dei confini comuni era il filo spinato» ha detto.

Al borghese Putin è estranea una visione della società che parta dalla divisione in classi e dalla solidarietà, dall’unità delle classi lavoratrici delle diverse nazioni.

Una visione – anzi: la visione principale, basilare – costantemente presente, al contrario, in ogni analisi, discussione, risoluzione dei bolscevichi, sia che enunciassero il principio del diritto all’autodeterminazione delle nazioni, sia che ne argomentassero la sua subordinazione al più alto principio della lotta di classe e, dunque, ne constatassero, in ogni situazione concreta, l’opportunità o meno, nel dato momento, della sua applicazione sic et simpliciter.

Nel 1913, Vladimir Lenin affermava che il riconoscimento, da parte della social-democrazia, del diritto all’autodeterminazione di tutte le nazionalità, non «significa affatto la rinuncia della s-d a un’autonoma valutazione sull’opportunità della separazione statale di questa o quella nazione in ogni caso concreto».

Si portava l’esempio di Polonia e Finlandia, tra le più chiuse in se stesse, ma anche tra le più sviluppate culturalmente, all’epoca ancora incluse nell’impero russo e Lenin scriveva che la rivoluzione del 1905 aveva dimostrato che anche in queste due nazioni le classi dominanti, latifondisti e borghesia «abdicano alla lotta rivoluzionaria per la libertà e cercano il contatto con le classi dominanti in Russia e con la monarchia zarista per paura del proletariato rivoluzionario di Finlandia e Polonia».

Dunque, i social-democratici dovevano mettere in guardia proletariato e classi lavoratrici di tutte le nazionalità dal diretto inganno con le parole d’ordine nazionaliste della “propria” borghesia, che cercava l’unione con la borghesia di altre nazioni e la monarchia zarista.

In ogni documento elaborato dal POSDR e poi RKP(b) e in particolare nelle tesi messe a punto da Lenin e da Stalin, nei diversi periodi, nei diversi congressi e conferenze di partito, si è sempre evidenziato come la rivendicazione democratica del diritto all’autodeterminazione delle nazioni non significasse affatto la frammentazione delle diverse organizzazioni politiche, sindacali, culturali dei lavoratori delle diverse nazionalità.

«Non una federazione nella struttura del partito e non la formazione di gruppi s-d nazionali, bensì l’unità dei proletari di tutte le nazioni della data regione, conducendo propaganda e agitazione in tutte le lingue del proletariato locale, insieme alla lotta unitaria degli operai di tutte le nazioni contro ogni tipo di privilegio nazionale».

Una Ucraina targata “Vladimir Il’ič Lenin”?

Guardando non solo al ruolo dell’imperialismo anglo-francese negli anni ’20, ma anche alle mire oggi dell’imperialismo USA e UE, è appena il caso di ricordare quali siano state e siano le loro manovre nel soffiare sul fuoco del separatismo delle élite locali nelle varie periferie dell’URSS.

«Come risultato della politica bolscevica» disse lo scorso febbraio Vladimir Putin, «sorse anche l’Ucraina sovietica, che ai nostri giorni può definirsi con pieno fondamento “Ucraina Vladimir Il’ič Lenin”» – come fosse il nome di una piazza o di una via; «egli è il suo autore e architetto e ciò è pienamente confermato dai documenti d’archivio, incluse alcune rigide direttive leniniane sul Donbass, che fu letteralmente ficcato nell’Ucraina».

Qui di nuovo si ignora qualsiasi considerazione di classe, sostituita dall’egoismo nazionalista: la comunanza di interessi tra lavoratori di nazioni diverse lascia spazio alla concorrenza dei capitali, formalmente russi o ucraini e molto spesso pienamente integrati gli uni con gli altri.

Va da sé che i pochissimi lavoratori industriali dell’Ucraina del tempo e la gran parte dei contadini arretrati, si sentivano di per sé russi, mentre le tendenze più accentuatamente nazionaliste riguardavano solo una cerchia di intellettuali e borghesi di città.

Il fatto che il governo sovietico riconoscesse all’Ucraina la regione del Donbass, mentre serviva anche a togliere terreno al più acceso e reazionario nazionalismo, partiva dal dato dell’integrazione, comunque e di fatto, di lavoratori e masse proletarie russe e ucraine, indipendentemente dai formali confini regionali, poggiante sull’influenza internazionalista del Partito comunista.

Alla Conferenza “d’agosto” (1913) del CC del POSDR, nella risoluzione proposta da Lenin sulla questione nazionale, si

affermava che la lotta contro l’oppressione nazionale è indissolubilmente legata alla lotta contro lo zarismo, per una struttura dello Stato coerentemente democratica e repubblicana, che assicuri la piena parità di diritti di tutte le nazioni e lingue. Si giudicavano particolarmente necessari un’ampia autonomia e un democratico autogoverno locale.

Nell’estate 1917, di fronte all’atteggiamento del Governo provvisorio che, sulla scia di quello zarista, negava qualsiasi autonomia all’Ucraina, pur in presenza di dichiarazioni della Rada di non volersi separare “da tutta la Russia, non rompere con lo stato russo”, ma di aspirare a che “il popolo ucraino sulla propria terra abbia il diritto di decidere della propria vita”, Lenin scriveva che nessun «democratico, per non parlare poi dei socialisti, osa negare la piena legittimità delle richieste ucraine… o il diritto dell’Ucraina alla libera separazione dalla Russia: anzi, proprio soltanto l’incondizionato riconoscimento di tale diritto dà la possibilità di fare agitazione per la libera unione di ucraini e grandi-russi, per l’unità volontaria di due popoli in un unico stato.

Proprio soltanto l’incondizionato riconoscimento di tale diritto è in grado di rompere, di fatto, irrevocabilmente, fino in fondo, col maledetto passato zarista, che aveva fatto di tutto per la reciproca estraneazione di due popoli così vicini per lingua, sede di vita, carattere e storia. Il maledetto zarismo aveva trasformato i grandi-russi in carnefici del popolo ucraino, alimentando in esso l’odio per coloro che proibivano anche ai bambini ucraini di parlare e studiare nella loro lingua madre».

Come ricorda infatti Edward Carr, negli anni ’70 del XIX secolo il governo zarista aveva emanato un bando contro letteratura e giornali ucraini, in parte attenuato dopo la rivoluzione del 1905, ma pienamente rimesso in vigore nel 1914.

Dunque, continuava Lenin, la democrazia rivoluzionaria russa deve rompere con quel passato e rifondare negli operai e contadini ucraini la fiducia fraterna negli operai e contadini russi: ancora una volta, il perno è costituito dall’unità di classe e non da reciproche pretese nazionaliste.

Al tempo stesso, ancora una volta, si ribadiva che «non siamo sostenitori dei piccoli stati. Siamo per la più stretta unione degli operai di tutti i paesi contro i capitalisti del “proprio” e tutti i paesi in generale. Ma proprio perché tale unione sia volontaria, l’operaio russo, senza credere in nulla e nemmeno per un istante né alla borghesia russa né alla borghesia ucraina, si esprime ora per il diritto degli ucraini a separarsi, non imponendo loro la propria amicizia, ma conquistandola col trattarli da pari a pari, da alleati e fratelli nella lotta per il socialismo».

Ecco l’Ucraina “targata Vladimir Il’ič Lenin” che sembra fare tanto ribrezzo a Vladimir Vladimirovič Putin.

Ancora E. Carr cita a proposito le parole di Lenin nel 1916, a proposito del fatto che chi non abbia riflettuto sulla questione, può trovare “contraddittorio” che i socialdemocratici delle nazioni che opprimono insistano sulla “libertà di secessione” e quelli delle nazioni oppresse insistano sulla “libertà di unione”.

Ma, diceva Lenin, è sufficiente «riflettere un poco per comprendere che non può esserci alcun’altra strada verso l’internazionalizzazione e la fusione delle nazioni, alcun’altra strada dalla situazione presente verso il raggiungimento di quello scopo».

Dunque: chi ha “creato” l’Ucraina?

Difficile dichiararsi d’accordo con quanti accusano Lenin di aver creato l’Ucraina. Per costoro, sarebbe forse stato preferibile che nazioni in cui il 90% della popolazione era costituito da contadini – come era il caso, appunto, dell’Ucraina, ma anche di regioni russe più arretrate e di molte aree del Caucaso – rimanessero indietro rispetto allo sviluppo del centro russo.

Proprio tale arretratezza costituiva uno dei metodi con cui lo zarismo manteneva soggiogata tutta quella metà della popolazione dell’impero che subiva l’oppressione nazionale delle classi dominanti.

Alla Conferenza “d’Aprile” 1917, quando lo zar era già stato rovesciato, si dice ancora una volta che la politica di oppressione nazionale, in quanto eredità dell’autocrazia e della monarchia, è sostenuta da latifondisti, capitalisti e piccola borghesia nell’interesse della conservazione dei loro privilegi di classe e della divisione degli operai delle diverse nazionalità.

L’imperialismo moderno, intensificando l’ambizione a soggiogare i popoli deboli, è un nuovo fattore di aggravamento dell’oppressione nazionale. Per quel che è raggiungibile nella società capitalista l’eliminazione dell’oppressione nazionale, ciò è possibile solo con una struttura repubblicana coerentemente democratica e un’amministrazione statale che garantisca la completa uguaglianza di tutte le nazioni e lingue.

A tutte le nazioni facenti parte della Russia deve essere riconosciuto il diritto alla libera separazione e alla costituzione di uno stato autonomo.

La negazione di un simile diritto e la mancanza di misure che garantiscano la sua pratica attuazione, corrisponde all’appoggio a una politica di conquista e annessione. «Solo il riconoscimento da parte del proletariato del diritto delle nazioni alla separazione assicura la piena solidarietà degli operai delle diverse nazioni e favorisce avvicinamento davvero democratico delle nazioni. Il conflitto sorto oggi tra la Finlandia e il Governo provvisorio, mostra in maniera particolarmente evidente che la negazione del diritto alla libera separazione conduce alla diretta continuazione della politica dello zarismo».

La nuova unione degli stati e delle nazionalità raccolte nel nuovo edificio statale, sovietico, fondato il 30 dicembre 1922, garantiva al contrario i diritti di ogni minoranza nazionale, esteso autogoverno e autonomizzazione regionale, con pieno diritto di separazione.

Quando si afferma di dolersi per la fine dell’Unione Sovietica e si dice che «solo una persona senza cuore può non dispiacersi del crollo dell’Unione Sovietica e solo una persona senza cervello può desiderare il ristabilimento di quella Unione», ci si deve ricordare che l’URSS è divenuta potente, industrialmente avanzata, ha sconfitto l’esercito all’epoca più potente al mondo ed è rimasta unita e compatta proprio grazie alle condizioni e alle regole stabilite al momento della sua fondazione, grazie al socialismo, all’unità del partito e al suo ruolo dirigente (non parliamo qui, ovviamente, delle ultime fasi dell’URSS) e la frammentazione è avvenuta proprio a partire dalle scelte a-classiste o anche apertamente anti-socialiste del partito e dello Stato tardo-sovietico.

A livello di documenti ufficiali: se la prima Costituzione sovietica (1924) definiva la «struttura del potere sovietico, internazionale per la sua natura di classe» e la Costituzione “staliniana” (1936), ai primi due articoli, declamava che «L’URSS è uno stato socialista degli operai e dei contadini. La base politica dell’URSS è costituita dai Soviet dei deputati dei lavoratori, sviluppatisi e consolidatisi in seguito all’abbattimento del potere dei proprietari fondiari e dei capitalisti e alla conquista della dittatura del proletariato», ecco che nella Costituzione “brežneviana” (1977) mancava ogni caratterizzazione di classe: «L’URSS è uno Stato socialista di tutto il popolo… Tutto il potere in URSS appartiene al popolo».

Le separazioni, le scissioni tra le varie Repubbliche sono avvenute allorché le diverse borghesie nazionali hanno rialzato la testa – incoraggiate a prendersi «tanta sovranità quanta ne potete inghiottire» (El’tsin): un’esortazione rivolta non tanto alle regioni, quanto alle borghesie di quelle regioni – ringagliardite dagli appetiti per le ricchezze delle “proprie” regioni e hanno cominciato a farsi concorrenza negli accaparramenti delle risorse nazionali.

La Dichiarazione posta in testa alla Costituzione del 1924 diceva che erano sinora rimasti infruttuosi i tentativi del sistema capitalista di risolvere il problema delle nazionalità conservando il sistema dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

«L’inimicizia nazionale e gli scontri nazionali sono inevitabili finché il capitale è al potere, finché la piccola borghesia e, soprattutto, i contadini dell’ex nazione “potente”, pieni di pregiudizi nazionalisti, seguono i capitalisti» aveva scritto Stalin nelle Tesi per il XII Congresso del RKP(b) nel marzo 1923. Ancora una volta: la questione nazionale subordinata alla questione del potere degli operai e dei contadini.

Nel caso specifico dell’Ucraina, poi, mai completamente persa di vista dall’imperialismo occidentale, la questione delle bramosie della borghesia locale si è intrecciata con il vecchio nazionalismo che, a cavallo tra XIX e XX secolo, ha assunto caratteri reazionari e fascisti, abilmente sfruttati ora dalle potenze centrali, quindi dal nazismo e poi, a guerra appena terminata, dal Dipartimento di stato, con il corollario di un nazionalismo penetrato fino nelle file del partito e transitato fluidamente dall’ultimo periodo sovietico alla cosiddetta “indipendenza” proclamata in ordine sparso dalle ex Repubbliche dell’URSS, Russia compresa.

Perché, invece di accusare i bolscevichi di aver minato la Grande Russia, non ci si ricorda di come dalle file del PCUS, negli anni ’80, venissero gli incoraggiamenti alla creazione dei cosiddetti “Fronti popolari” nelle Repubbliche baltiche, ricettacolo anche di ex volontari SS e apripista dello scontro cruento i cui prodromi Mosca evitò accuratamente di frenare?

Perché Vladimir Putin non mostra altrettanto risentimento di quello che dimostra nei confronti di Lenin, per le scellerate decisioni khruščëviane relative proprio all’Ucraina, che spianarono la strada alla realizzazione dei progetti di penetrazione USA, oppure per le azioni disgregatrici e distruttive di Gorbačëv e El’tsin?

È storia, purtroppo, quella raccontata qualche anno fa dall’ex deputato del Soviet supremo dell’URSS, Viktor Alksnis, sui movimenti “indipendentistici” baltici a fine anni ’80 e su come la CIA avesse radunato a Cracovia i leader dei fronti popolari dei Paesi baltici, di Bielorussia, del “Rukh” ucraino, di Georgia, Moldavia, per dar vita a una Confederazione Baltico-mar Nero e creare un cordone sanitario attorno alla Russia, formalmente sotto egida polacca, in realtà sotto guida USA.

Lo sviluppo delineato dai bolscevichi

Lo sviluppo sovietico, come delineato dai bolscevichi, la graduale industrializzazione delle repubbliche del tutto arretrate o a larga maggioranza contadine, come era il caso anche dell’Ucraina, prevedeva la formazione di quadri tecnici locali, che prendessero via via il posto di quelli fino a quel momento giunti dalla Russia, in modo da «realizzare una linea di graduale “nazionalizzazione” delle istituzioni governative in tutte le repubbliche e regioni nazionali, e soprattutto in una repubblica così importante come l’Ucraina».

Perché, se il Turkestan, si diceva, rappresentava la repubblica più importante in termini di rivoluzione dell’Oriente, «il secondo punto debole del potere sovietico deve essere considerato l’Ucraina. Lo stato delle cose in termini di cultura, alfabetizzazione, ecc. qui è lo stesso, o quasi lo stesso, del Turkestan… La situazione in Ucraina è ulteriormente complicata da alcune peculiarità dello sviluppo industriale del Paese. Il fatto è che le principali industrie, carbone e metallurgica, non sono apparse in Ucraina dal basso, non per lo sviluppo naturale dell’economia nazionale, ma dall’alto, impiantate artificialmente dall’esterno».

Tale circostanza aveva determinato il fatto che la «composizione del proletariato industriale non è locale, non è di lingua ucraina. E questa circostanza porta al fatto che l’influenza culturale della città sulla campagna e il legame tra proletariato e contadini sono fortemente ostacolati da queste differenze nella composizione nazionale del proletariato e dei contadini».

Non il socialismo provocava le ambizioni nazionalistiche e le spinte separatiste; a incoraggiare le mire delle risorgenti borghesie nazionali e dell’imperialismo, era casomai la rinuncia al socialismo o un temporaneo arretramento dettato dalle circostanze.

I bolscevichi hanno sempre messo in guardia sia contro lo sciovinismo grande-russo, sia contro il nazionalismo nelle singole Repubbliche dell’Unione: due tarli che qua e là si annidavano in certe sfere della burocrazia sovietica e nello stesso partito e che nei primi anni dalla nascita dell’URSS coincisero con la NEP.

Quest’ultima e «il capitale privato a essa associato nutrono, coltivano il nazionalismo georgiano, azero, uzbeko, ecc.» e favoriscono la crescita del «nazionalismo grande-russo», mentre lo sciovinismo insidiava «l’uguaglianza delle nazionalità sulla cui base è costruito il potere sovietico».

Dunque «i rapporti tra il proletariato dell’ex nazione sovrana e i lavoratori di tutte le altre nazionalità rappresentano i tre quarti dell’intera questione nazionale», afferma Stalin nel 1923 e continua dicendo che «l’essenza di classe della questione nazionale nelle condizioni dell’attuale sviluppo sovietico consiste nell’instaurazione di corretti rapporti tra il proletariato dell’ex nazione dominante e i contadini delle ex nazionalità oppresse … allo scopo di minare ogni sopravvivenza di sfiducia verso tutto ciò che è russo, una sfiducia nutrita e insinuata per decenni dalla politica zarista, e affinché il proletariato sia tanto vicino e affine ai contadini non russi quanto ai russi».

Con tale obiettivo, è necessario che il «potere sovietico diventi vicino e affine anche per i contadini di altre nazionalità», e sia dunque loro comprensibile nella lingua madre; è necessario che nelle scuole e negli organi governativi ci siano persone locali, che conoscono lingua, costumi, usanze, vita delle nazionalità non russe.

Solo allora e «solo nella misura in cui il potere sovietico, ancora russo fino agli ultimi tempi, diventerà non solo russo, ma anche potere internazionale, affine ai contadini delle nazionalità precedentemente oppresse, solo quando le istituzioni e gli organi di potere nelle repubbliche di questi paesi inizieranno a parlare e lavorare nella loro lingua madre», a ricevere l’istruzione nella lingua madre, come rivendicava già il primo Programma del POSDR nel 1903, allora si procederà in direzione della soluzione della questione nazionale.

Stalin invitava una volta di più a ricordare come la base dell’Unione fosse costituita dalla volontarietà e uguaglianza di diritti dei membri dell’Unione: «…se noi, alle spalle di Kolčak, Denikin, Vrangel e Judenič, non avessimo avuto i cosiddetti “stranieri”, non avessimo avuto popoli precedentemente oppressi che minavano le retrovie di questi generali, con la loro simpatia silenziosa per i proletari russi… noi non avremmo battuto nemmeno uno di quei generali… Perché? Perché quei generali facevano affidamento sull’elemento colonizzatore dei cosacchi, dipingevano davanti ai popoli oppressi la prospettiva della loro ulteriore oppressione».

Di nuovo dunque l’elemento di classe, ignorato o estraneo a chi oggi rimpiange “la Russia che abbiamo perduto”. Un altro fattore, diceva Stalin, che contribuiva alla saldezza dell’Unione, era «l’essenza di classe del Potere sovietico. Ed è chiaro. Il Potere sovietico è il potere degli operai, la dittatura del proletariato che, per sua natura, favorisce il fatto che i lavoratori delle repubbliche e dei popoli, facenti parte dell’Unione, siano orientati su binari di amicizia l’uno con l’altro».

Dunque, attenzione a non scadere nello sciovinismo grande-russo, ma altrettanta cautela a gonfiare troppo le particolarità nazionali: un gruppo di compagni, affermava Stalin nelle conclusioni al XII Congresso, con a capo «Bukharin e Rakovskij, ha esagerato l’importanza della questione nazionale, l’ha esagerata e ha trascurato la questione sociale, la questione del potere della classe operaia, a causa della questione nazionale. Si deve ricordare che, oltre al diritto dei popoli all’autodeterminazione, esiste anche il diritto della classe operaia a rafforzare il proprio potere, e il diritto all’autodeterminazione è subordinato a quest’ultimo diritto».

In conclusione, una concezione del mondo che discenda dagli interessi di classe del proletariato è stata alla base dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Il suo abbandono, sulla scia di altri interessi, ha condotto alla fine dell’URSS e alle vicende di cui tutt’oggi siamo testimoni.

 

FONTI

V.I.Lenin, Op. complete – 5° Ed. – Mosca 1958-1969

I.V.Stalin, Opere; voll. 4, 5 – Mosca 1947

Risoluzioni e decisioni di Congressi, Conferenze e Plenum del CC del VKP(b) – 6° Ed., Parte 1° – Mosca 1940

I.V.Stalin, Opere; vol. 20 – Mosca 2021

V.I.Lenin, Sulla questione nazionale e nazionale-coloniale (raccolta di scritti) – Mosca 1956

E.H.Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923 – Einaudi

V.A.Sakharov, Il “testamento politico” di Lenin, Realtà della storia e miti della politica – Ed. Università di Mosca 2003

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2 Commenti


  • Eros Barone

    Circa la ‘vexata quaestio’ del rapporto tra la rivoluzione d’Ottobre e la nascita dell’Ucraina come Stato dell’Unione Sovietica giova sottolineare che, nel discorso del 21 febbraio scorso relativo al riconoscimento delle repubbliche del Donbass, Putin, rivendicando l’esperienza storica dell’imperialismo e del nazionalismo grande-russo, attacca Lenin per la sua politica delle nazionalità fondata sul riconoscimento del diritto di autodecisione delle nazioni. L’Ucraina, afferma, è «l’Ucraina di Vladimir Lenin», che ne è «autore ed architetto». Nella sua ricostruzione storica vi è un elemento di verità, là dove afferma che i bolscevichi non si curarono di danneggiare l’interesse della Russia, perché la loro prospettiva era «la rivoluzione mondiale». Lenin individuò infatti nella questione nazionale un’arma per combattere l’Impero zarista “prigione di popoli”; in questo il diritto di autodeterminazione fu parte integrante della strategia di disfattismo rivoluzionario che portò alla rivoluzione d’Ottobre. Quando in questione fu lo statuto dell’Urss, si deve poi considerare che la scelta di assicurare piena autodeterminazione all’Ucraina dentro all’Unione fu, per un verso, una carta contro le spinte grandi-russe e, per un altro verso, fu un modo per depotenziare le possibilità d’intervento delle potenze imperialiste, che miravano a far leva sulle correnti nazionaliste per indebolire e disgregare l’Urss; per un altro verso ancora, fu un segnale che il potere bolscevico mandava ai movimenti di liberazione nazionale in atto nel mondo coloniale.


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