Menu

Imperialismo senile

Il poker di Trump e la frattura Euroatlantica

A gennaio mi sono espresso sulle prospettive della presidenza Trump in un precedente articolo, dove prefiguravo una politica aggressiva e muscolare, e questo era facile a farsi. Assimilavo la logica politica di Trump a quella di un pokerista deciso a puntare tutto sulla sua mano. Per comprendere la situazione attuale il riferimento al poker è fondamentale perché individua la logica malata con cui l’Occidente guarda alla relazioni internazionali come un gioco a somma zero, dove non è possibile ottenere benefici reciproci. Il poker applicato alle relazioni internazionali è la quintessenza dell’imperialismo.

Aggiornamenti dal tavolo del poker

Vediamo più in dettaglio come sta andando, ad oggi, la mano di poker giocata da Trump.

Nell’articolo facevo riferimento alle carte a sua disposizione, che consistono nella indubbia forza economica degli Stati Uniti. Veniamo da un decennio dove gli USA sono cresciuti di più, in termini di produttività, rispetto a Unione Europea, Giappone e anche rispetto a molti Paesi BRICS, come Brasile, Russia e Sudafrica.

Non però della Cina, e questo è l’incubo delle classi dirigenti statunitensi: essere surclassati dal partito comunista cinese!

Gli Usa hanno dalla propria il petrolio; una immensa forza finanziaria, basata sul dollaro, che conosciamo bene; e un apparato militare senza paragoni e senza concorrenti. Al predominio finanziario e militare si sarebbe potuto affiancare, fino a qualche mese fa, quello tecnologico, visto che gli USA apparivano alla frontiera dei nuovi sviluppi tecnologici legati all’intelligenza artificiale.

La sorpresa deepseek (quello che è stato definito un nuovo momento “sputnik”, dove al posto dell’URSS oggi abbiamo la Cina) ha reso evidente che le cose non stanno più così. Rispetto a qualche mese fa, quindi, Trump si trova a giocare con una carta sicura in meno, mentre la Cina ha dimostrato di essere in partita per competere quanto meno alla pari e di essere decisa a non fare passi indietro rispetto al bullismo statunitense.

Se questi sono i fondamentali, passiamo ora alle decisioni politiche. Per comprenderne la logica, a mio parere dobbiamo distinguere il piano interno dal piano esterno, e comprendere come si allineano l’uno con l’altro. Ad esempio, prendiamo la decisione di chiudere USAID, un potente strumento di interferenza, creato da Kennedy, che gli USA hanno usato come propria longa manus in moltissimi paesi.

Sul piano interno, con questa decisione Trump ha scelto di togliere il supporto economico a quelle correnti politiche sedicenti “progressiste”, che spesso hanno svolto un ruolo destabilizzante contro i governi nemici attraverso le cosiddette “rivoluzioni colorate” o altre forme di interferenza, ma che sono legate all’interno della società nordamericana con quei settori politici a cui Trump ha dichiarato guerra.

Quindi la chiusura di USAID non ha nulla di “antimperialista”: è solo una variabile dello scontro interno tra MAGA e le correnti politiche cosiddette “neocon”, radicate all’interno del partito democratico, che, non a caso, sono le principali artefici della guerra in Ucraina.

I “neocon”, attraverso il famigerato Project for the New American Century (1997), hanno perseguito un progetto di predominio globale degli USA, che prevedeva l’impiego del “soft power” e dell’“hard power” per egemonizzare l’intero sistema delle relazioni internazionali secondo i propri scopi.

La politica MAGA rinuncia a questa ambizione per concentrarsi su quelli che sono gli interessi specifici degli Stati Uniti (America first”, appunto). Siccome per una politica di potenza classica il soft power non serve, ecco che USAID non è un più un asset strategico.

Vediamo quindi che la decisione di chiudere quest’agenzia ha motivazioni coerenti sia sul piano interno (ovvero, come abbiamo detto, si tratta di colpire i propri nemici politici) che su quello esterno, dove sono cambiati i parametri strategici. Certo, potremmo interrogarci sulla razionalità di questo cambiamento di parametri, ma su questo ritornerò più sotto.

Sempre sul piano interno, la decisione di chiudere USAID va letta insieme all’attacco frontale contro le grandi università USA, come Columbia, Harvard e molte altre. In questo caso l’amministrazione utilizza la leva del ricatto economico e la giustificazione dell’attacco contro la solidarietà verso la Palestina, senz’altro gradito ai sionisti alleati di Trump, per intimidire e ridurre all’obbedienza le élite intellettuali prevalentemente schierate con il partito democratico.

La stessa funzione politica la sta svolgendo il DOGE, il dipartimento guidato da Musk, rispetto ai settori dell’amministrazione federale: si tratta di espellere i nemici e ridurre all’obbedienza chi resta.

Allo stesso modo si deve leggere l’aggressività verso le élite liberal-democratiche “europeiste”, in cui MAGA individua, correttamente, un alleato storico dei “neocon”.

Tutte queste scelte vanno lette in modo unitario e risultano politicamente coerenti se capiamo che Trump sta cercando di porre le basi per 12 anni di amministrazione MAGA, in modo da avere il tempo di realizzare i propri obiettivi politici. Per questo ha premura di espugnare le casematte dei democratici all’interno e di detronizzare i loro alleati (i cosiddetti “liberaldemocratici”) in Europa, per sostituirli con i propri (i cosidetti “sovranisti”o MEGA).

Il programma MAGA

Senza dubbio MAGA è un programma politico di lungo periodo. Ma per fare che cosa? Penso che la migliore etichetta sia quella di “utopia reazionaria”. Ad esempio, per la sua politica dei dazi, Trump ha preso ispirazione dal presidente Mc Kinley che, alla fine del XIX secolo, impose il controllo statunitense su Cuba, Guam, le Filippine, Hawai e Portorico.

La nostalgia per una politica espansionistica vecchio stile ci fa capire meglio le minacce verso Panama e la Groenlandia. Ma il suo principale eroe politico è il presidente Andrew Jackson, che nella prima metà dell’Ottocento ordinò la deportazione di decine di migliaia di nativi, causando la morte di migliaia di loro ed espandendo la schiavitù nei territori rimasti privi dei propri abitanti originari.

Secondo Chatgpt la politica di Jackson verso i nativi è stata “una delle pagine più oscure della storia degli Stati Uniti”. Ed ecco spiegata la sintonia di MAGA con il sionismo e la sua politica genocidaria.

MAGA persegue una politica apertamente suprematista che non può, e verosimilmente neppure vuole, essere mascherata, ragione per cui gli strumenti novecenteschi del “soft power” diventano, come detto, un orpello inutile. Insomma, MAGA ha nostalgia per i bei tempi, quando l’uomo bianco era libero di uccidere, stuprare, torturare e rapinare impunemente in tutto il mondo senza complessi di colpa.

Nel concreto, riporta in auge i tre parametri tipici dell’“isolazionismo” che prevalevano nella politica estera statunitense fino al momento in cui il presidente Wilson (non a caso un democratico) decise di intervenire nella prima guerra mondiale.

Primo, attenersi alla famigerata dottrina Monroe, preservando il continente americano quale propria sfera di influenza esclusiva (da cui le minacce contro Canada, Messico, Panama e l’ossessione per la Groenlandia).

Secondo, perseguire una politica di potenza sui mari (ancora Panama).

Terzo, evitare un coinvolgimento diretto sulla piattaforma continentale europea (da cui il disimpegno verso la NATO e la ricerca di un accordo con la Russia).

Tutto questo ci fa capire che l’ideologia MAGA dovrebbe essere inquadrata come il sintomo di una patologia che potremmo definire come imperialismo senile. Si tratta della stessa patologia da cui è colpita la dirigenza europeista che al MAGA si contrappone. In effetti, si tratta di due versioni della medesima ideologia suprematista. Una volgare ma più sincera. L’altra “meglio educata”, ma ipocrita.

Cambiano strategie, metodi e strumenti ma la sostanza resta la medesima, così come lo è l’aspirazione a mantenere la propria egemonia sul sistema delle relazioni internazionali.

In definitiva, né gli Stati Uniti né l’Unione Europea sono disposti ad abbandonare la logica dell’imperialismo. Non a caso, entrambi questi soggetti hanno l’abitudine di autoappellarsi rispettivamente “America” e “Europa” quando i propri confini coprono soltanto una parte dei relativi continenti. Basterebbe soltanto questo scivolamento linguistico a certificarne la natura irrimediabilmente aggressiva, espansionista e imperialista.

La frattura euroatlantica

In breve, possiamo dire che la frattura euroatlantica che si è aperta in queste settimane è l’espressione della crisi verticale di prospettive dell’imperialismo occidentale giunto alla sua fase senile. Questa crisi non dipende neppure così strettamente da una crisi economica incipiente.

Sul piano ideologico, dipende piuttosto dall’incapacità costitutiva di conciliarsi con la prospettiva di vivere in un mondo in cui non si è più al centro di tutto ma ci si deve confrontare alla pari con gli altri popoli, e in particolare, per quanto riguarda gli Stati Uniti, si deve accettare di entrare in una relazione paritaria con la Cina socialista.

Parallelamente, le élite europeiste non riescono ad accettare l’idea di convivere nello stesso continente con un soggetto politico di peso paragonabile all’Unione Europea, come la Russia, con cui stabilire delle relazioni finalmente pacifiche e paritarie, e sembrano invece spinte a ripercorrere, oltre ogni razionalità, gli errori della Storia che hanno condotto i precedenti tentativi di unificazione dell’Europa occidentale a frantumarsi contro la Russia stessa.

Verrebbe veramente da ridere, se non ci fosse da piangere, al pensiero che oggi Macron e Von der Leyen dovrebbero riuscire dove hanno fallito Napoleone e Hitler!

Se questo è il piano ideologico, non è difficile vedere quali ne siano i fattori strutturali sottostanti, che sono determinati dal tentativo del capitale monopolistico euroatlantico di mantenere il proprio primato economico a livello internazionale. Non basta infatti avere il controllo assoluto del fronte interno, quale esiste attualmente su entrambe le sponde dell’Atlantico, se le possibilità di accumulazione all’esterno si riducono drasticamente nella misura in cui il resto del mondo non è più una prateria libera per le tue scorribande, ma un soggetto con un proprio peso con cui devi venire a patti, riducendo le tue pretese.

Stati Uniti e Unione Europea si trovano oggi a scontrarsi perché la coperta che li riscalda entrambi sta diventando troppo corta. Il mondo è cambiato irreversibilmente da quello che era nel 1915, all’apice dell’imperialismo classico, per non parlare di quello che era nel XIX secolo, e non è certo possibile riportare indietro le lancette della Storia.

Per questo la razionalità politica dell’imperialismo senile è esclusivamente di breve termine, simile appunto a quella del poker. Serve cioè, come abbiamo visto nel caso di Usaid, a prevalere nello scontro politico immediato senza troppo preoccuparsi dei danni collaterali che si producono.

In particolare, le decisioni dell’amministrazione Trump promettono di essere seriamente controproducenti per l’economia statunitense da tutti i punti di vista. Colpendo l’istruzione federale, le università e in particolare gli studenti stranieri, minaccia seriamente di minare le basi della capacità innovativa del sistema statunitense, che si fonda sul brain gain.

La politica di tagli alle tasse per i ricchi promette di espandere il debito pubblico fino a livelli insostenibili. La politica sui dazi sfida la razionalità economica, e sta spingendo l’economia statunitense verso la recessione.

Gli economisti rappresentano una categoria difficilmente difendibile, ma se non se ne trova praticamente nessuno che parli in favore dei dazi questo vorrà pur dire qualcosa. Per dirla tutta, nell’amministrazione Trump non c’è neppure un economista accademico di professione. Stiamo parlando di una corporazione intellettuale che, con tutti i suoi difetti, ha assicurato in questi anni una conduzione complessivamente efficace della politica monetaria, ovviamente nelle condizioni date e in funzione agli interessi che serve, preservando l’economia statunitense in più occasioni, e che si trova ora ridotta nel suo fortino, alla Federal Reserve, sotto velata minaccia di sgombero.

Il difficile rapporto tra l’amministrazione Trump e la scienza economica non è un caso isolato. A ben vedere, negli Stati Uniti l’ignoranza sembra essere diventata programma di governo. Le epurazioni disorganizzano centri strategici importanti dell’amministrazione federale, particolarmente nell’area scientifica, assecondando le pulsioni più retrograde come quelle incarnate dal ministro della sanità Kennedy.

Così facendo, gli Stati Uniti si candidano a diventare il bastione dell’oscurantismo, abdicando ad ogni prospettiva di progresso scientifico, civile e morale per l’umanità. Il suprematismo che l’amministrazione incarna è fuori del tempo e dello spazio e il suo bullismo contro amici e nemici non farà altro che rendere il governo degli Stati Uniti ancora più odioso agli occhi della maggioranza dell’umanità di quanto già non lo sia, danneggiando le relazioni economiche del Paese con il resto del mondo.

Se Washington non ride, Bruxelles piange. L’Unione Europea prima ha contribuito a creare una guerra in Ucraina che non sarebbe mai dovuta iniziare, e ora sta cercando in tutti i modi di impedire che finisca, senza avere alcun piano per una soluzione di lungo periodo.

Inoltre, mentre strepita contro Trump, si appresta ad assecondarlo con un piano insensato di riarmo dietro al quale si intravede la fame di accumulazione dei monopoli continentali che si sono tagliati fuori, per codardia e miopia, da tutte le opportunità di sviluppo e ora cercano disperatamente un salvagente che li ponga al riparo di una competizione internazionale che stanno clamorosamente perdendo su tutti i fronti.

Il piano di riarmo europeo è il segno della disperazione di un sistema produttivo che è in enorme ritardo sulle tecnologie digitali, avendo rinunciato ad ogni investimento significativo in materia per subalternità agli USA, e che ora si è trovato spiazzato anche dal dinamismo della Cina sulle tecnologie verdi e sull’automobile, e cerca quindi di garantirsi i profitti attraverso la vendita di armi allo Stato.

Si tratta di una mossa di cortissimo respiro che, nella migliore delle ipotesi, ci farà sprecare una montagna di risorse pubbliche in armi costosissime oltreché obsolete (dato il ritardo tecnologico che abbiamo accumulato), tutto ad esclusivo beneficio di un pugno di monopolisti e dei loro lobbisti politici e, nella peggiore ipotesi, ci porterà dritti alla terza guerra mondiale.

A questa rincorsa verso la guerra dobbiamo risolutamente opporci.

La minaccia incombente dell’olocausto nucleare deve aprire l’epoca della transizione verso un mondo finalmente senza più guerre. Per questo serve una politica multilaterale di disarmo convenzionale e nucleare. Questa è l’unica politica estera razionale e sensata che esista. Questo è ciò per cui dobbiamo batterci. Questa è l’aspirazione della maggioranza dell’umanità e questo richiede lo spirito dei tempi, se abbiamo saputo imparare qualcosa dalle lezioni tragiche della Storia.

L’imperialismo senile sta spingendo il mondo ad emarginarlo, e c’è solo da sperare che il mondo lo assecondi, puntando sull’obiettivo di una integrazione economica reciprocamente vantaggiosa tra Paesi che formi la base per una politica internazionale di Pace. Nessuno dei problemi dell’umanità sarà risolto se torneremo indietro verso un mondo fatto di barriere.

Quello di cui l’umanità necessita è una globalizzazione multipolare, giusta e solidale che sostituisca la globalizzazione neoliberista a guida occidentale.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

1 Commento


  • Andres Daniel Albiero

    Complimenti,l’unica alternativa all’ inevitabile annientamento dell’ umanità e per una reale e vera civiltà fra popoli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *