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Chi decide chi odiare oggi?

Una raccomandazione per i lettori organizzati. Se incontrate qualcuno che continua dire “la destra fa schifo, ma il problema della ‘sensazione di insicurezza’ esiste e va affrontato con misure urgenti“, prima prendetelo a schiaffi. Poi fategli leggere il seguito. O viceversa.

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Un’ex MAGA ci svela come funziona la propaganda d’odio online

Ashley St. Clair ha 27 anni, un milione di follower su X e un figlio con Elon Musk. Per anni è stata una delle influencer più feroci dell’ecosistema MAGA, ma oggi ne è diventata la principale accusatrice, svelandoci come funziona il meccanismo a pagamento dei politici dell’estrema destra americana, che pagano influencer e “hater’s” per seminare odio online.

Le sue rivelazioni, con tanto di screenshot di chat di gruppo coordinate da funzionari della Casa Bianca, pagamenti in nero per amplificare certi messaggi, “pacchetti di compenso” da migliaia di dollari per post politici non dichiarati, non sorprendono chi studia i meccanismi della disinformazione.

Ma la sua testimonianza diretta, documentata da screenshot e messaggi, offre qualcosa di raro: una visione dall’interno di come funziona davvero la fabbrica dell’odio digitale.

E quella fabbrica, come vedremo, non è un’esclusiva americana.

Il “Gabinete do Ódio” brasiliano: quando lo Stato coordina l’odio

A migliaia di chilometri da New York, il Supremo Tribunal Federal brasiliano e la Polícia Federal hanno portato alla luce una struttura simile due anni fa: in Brasile, il coordinamento dell’odio online era gestito direttamente dall’interno del Palazzo del Planalto, la sede della presidenza.

Il cosiddetto Gabinete do Ódio (letteralmente “Ufficio dell’Odio”) era una cellula operativa informale che lavorava durante il governo Bolsonaro, composta da collaboratori stretti del presidente, incluso suo figlio Carlos, candidato a Senato della Repubblica nelle elezioni di Ottobre. Il suo compito era produrre e amplificare contenuti aggressivi, diffondere disinformazione sulle istituzioni democratiche, sulle elezioni e sulla stampa, e mobilitare reti di influencer e troll per attaccare gli oppositori.

La prima a rivelarlo è stata l’ex deputata bolsonarista Joice Hasselmann. La persecuzione è avvenuta dopo che lei si era allontanata dal governo Bolsonaro e aveva denunciato il gruppo alla Commissione Parlamentare di Inchiesta delle Fake News, il che ha provocato attacchi coordinati sui social network: minacciavano di stuprarla, ucciderla, la chiamavano “maiala”, Peppa Pig e grassa.

Le indagini hanno rivelato un sistema strutturato: account coordinati, messaggi standardizzati da diffondere simultaneamente, e una gerarchia che collegava i “soldati digitali” (termine usato da Bolsonaro stesso per i suoi sostenitori online) direttamente alle stanze del potere.

Non era spontaneismo di base. Era un’operazione.

Il parallelo con quanto descritto da St. Clair è evidente: chat di gruppo con nomi evocativi, “ordini di marcia” distribuiti dall’alto, influencer che si presentavano come voci indipendenti del popolo mentre ricevevano istruzioni coordinate. La differenza è forse solo di scala e di brasiliana spregiudicatezza nell’istituzionalizzare il tutto.

E in Italia? La “cattiveria performativa” è arrivata anche qui

Sarebbe comodo liquidare queste storie come patologie delle Americhe.

Ma chiunque trascorra del tempo sui social media italiani riconosce schemi identici.

Ci sono profili (alcuni con decine di migliaia di follower), altri con pochi amici, foto vecchie, di animali, mai aggiornati o senza foto, che sembrano muoversi in sincronia. Stessa notizia, stesso frame interpretativo, stesso tono aggressivo, a volte le stesse identiche parole, pubblicate a distanza di minuti.

Quando esce una notizia su un migrante che annega, sulla Global Sumud Flotilla, su Francesca Albanese, sul genocidio del popolo palestinese o qualsiasi altro bersaglio identificato dalle destre come il nemico, la macchina si attiva in secondi.

Alla notizia del sequestro e della tortura di Saif Abukeshek e Thiago Ávila, nelle carceri israeliane, e della morte della madre del secondo, sono arrivate le faccine sorridenti.

Già, le faccine. È forse il fenomeno più inquietante della cattiveria digitale italiana contemporanea: la risposta con emoji gioiose (😂 🎉 😊 ) sotto notizie di morti, stupri, lutti, bombardamenti su popolazioni civili. Non inganniamoci: non è sfogo emotivo ma linguaggio codificato, un segnale di appartenenza a una tribù che misura la propria coesione nella capacità di disumanizzare l’altro, di trasformare la sofferenza altrui in intrattenimento comunitario. È una rete che nelle Americhe funziona a pagamento.

St. Clair ha definito X un sito “alimentato dalla cattiveria performativa“. È una formula che si adatta perfettamente anche al panorama italiano: un’indignazione che non nasce da convinzioni autentiche ma viene eseguita per un pubblico, calibrata per massimizzare la reazione emotiva, ottimizzata per l’algoritmo.

Chi decide chi odiare oggi?

La domanda che emerge dalle rivelazioni di St. Clair è: quanto di quello che vediamo sui social è spontaneo, e quanto è orchestrato?

In Italia mancano ancora indagini giudiziarie della portata di quella brasiliana, e testimonianze dirette come quella dell’ex influencer americana. Ma alcuni segnali sono visibili a occhio nudo.

Le campagne di odio contro singoli bersagli (giornalisti/e, attivisti/e, scrittrici e scrittori e movimenti sociali considerati “nemici”) hanno spesso una durata e un’intensità che suggerisce coordinamento.

Il bersaglio cambia con una regolarità sospetta. Oggi è il magistrato, domani è l’ONG, dopodomani è il professore universitario che ha firmato un appello. La logica è quella descritta da St. Clair: qualcuno, da qualche parte, decide chi odiare quel giorno, e la rete si mobilita.

Non è necessario che esista un “Gabinete do Ódio” formale. Bastano chat su Telegram, gruppi WhatsApp, stanze private su Discord e piattaforme che premiano economicamente i contenuti più divisivi.

Il punto non è l’ideologia, ma il modello di business.

Il risultato è un degrado progressivo dello spazio pubblico digitale. Non perché le persone siano cattive, ma perché il sistema le incentiva a comportarsi come se lo fossero, pagando alcune di loro profumatamente.

St. Clair dice di parlare perché vuole che i suoi figli sappiano “che non si dovrebbe mai sacrificare ciò che è giusto per il benessere materiale”. È un’affermazione personale, quasi intimista. Ma pone una questione politica urgente.

La trasparenza sui finanziamenti dei contenuti politici online (in Italia come negli USA) è ancora largamente assente.

Le piattaforme non sono tenute a rivelare chi paga per amplificare certi messaggi, per questo gli influencer politici operano in un vuoto normativo che andrebbe regolato.

Nel frattempo, ogni volta che qualcuno mette una faccina sorridente sotto la notizia di una strage, sta partecipando (consciamente o no) a un sistema costruito per normalizzare la disumanizzazione. Eseguendo la sua parte in uno spettacolo scritto da altri, per fini che spesso non conosce, crede di rendere peggiore la giornata di qualcuno quando, in realtà, rovina se stesso.

Riconoscere il meccanismo è il primo passo per sottrarsi a esso.

* da Threads

Fonti

1. The Washington Post: “Inside a MAGA influencer’s turn against the right-wing machine” (07/05/2026)

2. New Republic: “The Ex-MAGA Influencer Who Now Hates All Things MAGA—and Herself Too” (05/05/2026)

3. Huffpost: “Ex-Trump Ally: MAGA Influencers Were Paid To Coordinate Talking Points After WHCD Shooting” (28/04/2026)

4. Supremo Tribunal Federal. Inquérito 4781 — Inquérito das Fake News.

5. Polícia Federal do Brasil. Relatório de investigação sobre o Gabinete do Ódio, 2023–2024.

6. Nobre, Marcos. Limites da Democracia. Todavia, 2022 

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