Non si è trattato di una scena fugace, né di un dettaglio insignificante da ignorare nel mare di notizie. Una torta di compleanno (del nazifascista Itamar Ben-Gvir ministro del governo genocidario di Israele) a forma di cappio, presentata durante una festa privata, non è solo di cattivo gusto o un atto provocatorio.
È un messaggio, una palese dichiarazione di un’ideologia che osa sfidare le convinzioni dell’intera umanità e intaccare i valori che da tempo costituiscono il fondamento stesso della nostra comune umanità.
Quando uno strumento di morte diventa simbolo di festa, ci troviamo di fronte a un pericoloso declino morale che non si ferma al singolo individuo. Riflette una mentalità sadica che considera l’omicidio un evento normale, persino fonte di piacere.
Qui, la questione non riguarda più una persona o un’occasione, ma una cultura che prospera sull’eliminazione dell’altro, accetta di buon grado l’idea di porre fine alla vita altrui e addirittura la normalizza nella coscienza collettiva.
Quanto accaduto non è semplicemente una “brutta battuta”, come alcuni potrebbero tentare di giustificarla, ma piuttosto la palese incarnazione di una metodologia basata sulla disumanizzazione della vittima e sulla trasformazione degli strumenti di oppressione in simboli celebrativi.
Questo tipo di comportamento non nasce dal nulla; si fonda su un contesto politico e intellettuale che alimenta l’odio e fornisce copertura a pratiche che contraddicono i principi più elementari di giustizia e dignità umana. Tale audacia contro i principi dell’umanità può essere compresa solo come parte di un fenomeno più ampio in cui i valori vengono erosi e gli standard alterati fino a quando la violenza non diventa accettabile, persino celebrata.
Qui risiede il vero pericolo: quando la società perde la sua sensibilità al dolore e l’omicidio si trasforma da crimine in uno spettacolo effimero, da tragedia in occasione.
Di contro, questa scena ci impone una duplice responsabilità: la responsabilità di difendere i valori e di ribadire che gli esseri umani, ogni essere umano, sono un fine in sé, non un mezzo per un fine, e che la vita non è oggetto di scherno o di spettacolo. Ci impone inoltre di confrontarci con questo discorso, non con il silenzio o la giustificazione, ma con la consapevolezza e con un rifiuto inequivocabile.
L’anniversario dell’impiccagione non è un evento da consumare mediaticamente, ma un campanello d’allarme. È un monito: alcuni stanno cercando di normalizzare la bruttezza, abbellire la violenza e ridefinire ciò che è accettabile e ciò che non lo è.
Tra questi due estremi, la domanda più importante rimane: che tipo di mondo vogliamo? Un mondo che celebra la vita o un mondo che celebra gli strumenti di morte? E tali azioni serviranno mai a scoraggiare questo approccio sadico? Lo scopriremo solo col tempo.
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