Sì è parlato di Bakary Sako come di una persona “fragile perché di colore”. E capisco che la procuratrice di Taranto a capo delle indagini stia cercando di fare del suo meglio per rendere chiaro all’intero Paese che il suo omicidio non è una tragica casualità ma la prevedibile conseguenza di un razzismo strutturato e permanente.
Tuttavia io non ci sto a leggermi e raccontarmi come una vittima solo perché sono nera. Questa etichetta non mi consola. Non consola nessuno. Anche perché sono le persone razziste a porci sempre al centro delle loro più oscure fantasie.
È possibile parlare di questa storia senza ridurci al solito tropo narrativo dei ‘poveri neri vittime di violenza’ ?
Perché questa narrazione produce un’empatia facile, ma di pessima qualità. Un’empatia che galleggia in superficie, dove è comodo provare pena per gli immigrati senza scavare nel vero problema. Se continuiamo a raccontare solo ‘guardate quanto soffrono i neri’, non stiamo svelando il meccanismo reale.
Non stiamo mostrando che il problema è la fragilità delle persone bianche razziste, la loro dipendenza dall’odio, il fatto che hanno bisogno di noi per esistere. Non possiamo parlare della fragilità degli immigrati, senza parlare della fragilità delle persone bianche.
Non è il colore della nostra pelle a renderci vulnerabili. Ma è la vulnerabilità delle persone bianche e razziste a rendere la nostra vita un inferno.
Sì. Le persone bianche e razziste sono anch’esse vulnerabili. Sono facilmente manipolabili. Se si vuole continuare a contestare il razzismo, bisogna contestare le basi sulle quali si regge la propria bianchezza.
Perché la bianchezza è un’identità parassitaria a parte. Che spinge le persone lungo i limiti della propria umanità.
Le persone bianche che praticano attivamente la loro bianchezza, stanno a pezzi. Credono a qualsiasi bufala confermi i loro pregiudizi. Non hanno strumenti critici per distinguere il vero dal falso. Sono preda perfetta della propaganda neo-fascista. Carne da macello per le élite. Voti. E nulla di più.
Non sanno di essere soldati dormienti pronti a fare il lavoro sporco di chi non andrà mai in galera per aver intossicato l’opinione pubblica con l’idea che essere neri e immigrati significhi essere bestie, risorse boldriniane, criminali, o colonizzatori pronti a sradicare questo paese dalle sue fondamenta.
Parliamo della “vulnerabilità degli immigrati” fino alla fine dei nostri giorni. Ma non dimentichiamoci di parlare anche della vulnerabilità che ha spinto degli adolescenti ad uccidere un uomo. Perché in quella vulnerabilità si insinua la mentalità mafiosa e fascista.
Parliamo. Ma non solo di “mostri da buttare in galera” contro “poveri braccianti uccisi”.
Chi è davvero vulnerabile in questa storia? Chi si sente davvero impotente, senza strumenti per cambiare la propria vita?
Noi, che ogni giorno cerchiamo semplicemente di vivere in pace? O loro, talmente schiacciati dalla propria insignificanza da doversi macchiare di un omicidio pur di sentirsi protagonisti di qualcosa, pur di dare un senso a un’esistenza altrimenti vuota?
Il Paese si autoassolve riconoscendoci lo status di ‘vittime’ e ‘soggetti vulnerabili’. Ma non c’è nulla di più vulnerabile di un’economia che crollerebbe senza il supporto e le giustificazioni morali del razzismo. Interi settori (agricoltura, edilizia, cura, logistica, ristorazione) si reggono sul lavoro sottopagato degli immigrati. Il differenziale di diritti crea una forza lavoro più ricattabile, meno tutelata, più sfruttabile.
Senza permesso di soggiorno stabile c’è la costante impossibilità di rivendicare pienamente i propri diritti. C’è chi urla “remigrazione” e “riconquista”, mentre guadagna milioni di euro col lavoro degli immigrati.
Un sistema economico che ha bisogno di massacrare gli immigrati, è un sistema economico vulnerabile. Se domani gli immigrati avessero improvvisamente gli stessi diritti civili e sociali degli italiani, molti imprenditori si ritroverebbero in crisi dal momento che loro estrema ricchezza può esistere solo dentro un Paese in cui è culturalmente e politicamente accettabile pagare gli stranieri una miseria, farli lavorare senza tutele, trattarli come merce.
Le persone bianche e razziste hanno bisogno di noi per ricordarsi chi sono. Per avere uno scopo. Per provare qualunque cosa le allontani dallo stato depressivo in cui versano quotidianamente.
Il fascismo storico si è sempre nutrito di masse disorientate, impoverite, private di futuro a cui si offre un nemico come soluzione.
L’Italia è un Paese depresso.
L’odio produce dopamina.
Ti fa sentire vivo. Ti dà adrenalina. Ti strappa per un momento da quell’apatia che ti sta soffocando.
Una società depressa e impoverita spalancherà sempre le sue porte al razzismo.
I ragazzini che hanno ucciso Bakary Sako, nonostante si percepissero onnipotenti, erano e sono persone vulnerabili. E francamente, sono dispiaciuta per queste vite sprecate. A quell’età avrebbero dovuto sognare di essere tutt’altro e invece sono diventati puerili assassini. Il braccio armato di una parte di questo Paese che vuole italiani sempre più violenti e intolleranti.
Quei bimbi sperduti senza nulla di reale per il quale combattere o gioire, sono parte integrante di questa tragedia. Pur di sentirsi vive, hanno dovuto rubare la vitalità di un uomo dignitoso, giovane e forte.
Quell’attimo tremendo in cui, insieme, si appropriavano in gruppo di Bakary e del suo futuro, ha rappresentato forse il momento più soddisfacente delle loro esistenze dissestate. E anche su questo, abbiamo tutti l’obbligo si soffermarci.
È terribile pensare che alcune persone percepiscano la propria esistenza solo attraverso l’annientamento di quella altrui.
Bakary Sako non era solo una persona “vulnerabile”.
Era un uomo adulto, cosciente, con una famiglia sulle spalle. Era un operaio. Capacissimo di difendersi. Ma non contro un branco di ragazzini vuoti di senso. Né contro il loro coltello. Né contro la vigliaccheria del barista che l’ha cacciato, mentre lui chiedeva aiuto.
Mi rifiuto di ricordarlo solo come un’altra vittima di razzismo.
Bakary era una persona importante. Talmente importante per l’identità di quei ragazzini, che l’hanno dovuto uccidere.
E io voglio ricordarlo così. Ne ho bisogno.
* da Facebook
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