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Nasce l’Osservatorio per i diritti dei lavoratori di cultura, arte e spettacolo

L’Osservatorio per i diritti dei lavoratori della Cultura, dell’Arte e dello Spettacolo rappresenterebbe un primo passo, fondamentale, da compiere sulla strada della riappropriazione di un lavoro, ormai espropriato dalle mani, dalle coscienze e dalla creatività di intellettuali e artisti per legarlo, nella sua interezza, al cappio delle leggi di mercato.

Il profitto e la merce/feticcio, il capitale e la sua spettacolarizzazione stanno definitivamente esautorando le facoltà creative dell’uomo, trasformando la cultura e l’arte in meri prodotti di intrattenimento, di svago, di narcotizzazione delle coscienze, di “contemplazione kantiana, priva di scopo e perfino appiattita sulla demoralizzante categoria di brutto o di kitsch. Laddove si esigerebbe, tanto dalla cultura largamente intesa quanto dalle forme d’arte più particolari – come nella più alta tradizione delle avanguardie novecentesche – che fossero, per parafrasare Adorno, espressione di un pensiero critico e politico, sulla contemporaneità e l’esistenza. O anche, per citare Lukacs, che si facessero linguaggi rivelatori delle contraddizioni tipiche della realtà, cogliendo il senso dialettico delle dinamiche della Storia e rivelandone i rapporti di potere.

L’Arte e la Cultura, pertanto, o si propongono questo scopo, che potremmo definire etico-politico, oppure, come diceva Volonté, finiscono con l’ esprimere le strutture conservatrici della società: con intellettuali, attori, artisti trasformati in robot nelle mani del potere.

Una dimensione lavorativa, insomma, che non può certo essere accolta con soddisfazione da chi si proponga di parlare, attraverso la propria arte e il proprio lavoro intellettuale, alle parti più progressive della società, stabilendo un rapporto rivoluzionario tra arte e vita; ma neanche, supponiamo, da chi, semplicemente, voglia ritenersi libero di svolgerlo, il proprio lavoro, senza piegarsi alle logiche, produttivistiche e tiranniche, del mercato e del potere politico.

A meno che, ovviamente, non si faccia parte – o si voglia far parte – di quella privilegiata, ristretta, elitaria categoria di “intellettuali”, artisti, attori, registi, scrittori, giornalisti, che, camminando a braccetto col potere stesso, ne godono tutti vantaggi: economici, sociali, personali, politici. Essere o meno cortigiani è una scelta!

Fatta tale premessa, va evidenziato come tanti, troppi artisti del mondo del teatro e del cinema, così come tanti lavoratori del mondo della cultura e della comunicazione, in questi anni, abbiano pagato e stiano continuando a pagare la violentissima crisi in corso e le politiche di austerità adottate dall’Europa e dallo Stato italiano, su suo mandato.

Non possiamo dimenticare, ad esempio, i suicidi di alcuni attori, che si sono verificati negli ultimi tempi. Una tragedia, alla quale siamo chiamati tutti noi a dare una risposta. Tutti noi che lavoriamo in quest’ambito. Ma non solo!

Una risposta, infatti, dovrebbe venire anche – secondo il mio modestissimo parere – da tutto quel tessuto sociale e produttivo impegnato nella battaglia per un cambiamento radicale delle condizioni di lavoro, contro l’austerity imposta dalle istituzioni europee e da tutti quei quei cittadini che si oppongono al taglio di un welfare che ci assicurava – anche durante i governi della Dc fanfaniana, figuriamoci – almeno un minimo di spesa in cultura, oltre che, ovviamente, per sanità, scuola, istruzione, lavoro.

Non andrebbe mai dimenticato, infatti, che le lotte operaie e del proletariato, le lotte per un mondo più libero e giusto, passano anche attraverso la cultura. Anzi, soprattutto attraverso la Cultura. Quella cultura troppo spesso dimenticata e guardata con sospetto “borghese”, purtroppo, tra le fila comuniste

Negli anni ’70, gli anni della contestazione, gli anni più fertili sul piano rivoluzionario e delle lotte, le rivendicazioni operaie, della classe lavoratrice e del proletariato tutto, marciavano unite, in piazza, al mondo della cultura, dello spettacolo, dell’arte, delle università, animate dallo stesso desiderio e dalla stessa esigenza di cambiare il mondo e sovvertire il sistema produttivo, legato alle strutture economiche del Capitale. Il teatro, il cinema, la letteratura entravano in fabbrica e nei posti di lavoro, con tutta la loro forza rivoluzionaria. Bisognerebbe, allora, che vi ritornassero. Perché se ne sente l’esigenza. Perché la cultura rende liberi. Perché la cultura è l’arma più temuta dal potere. Basta rileggere Gramsci!

Per questo è necessario -ne sono intimamente convinto- unire le forze e le competenze. In tal senso, accanto all’Osservatorio – nato dal dibattito interno al tavolo di lavoro per la cultura di Potere al Popolo, con sedi in città quali Napoli, Roma, Bologna, Firenze, Verona, Genova, Milano, Siena – che si propone l’obiettivo della difesa dei diritti dei lavoratori del settore, su un piano più squisitamente artistico – ma anch’esso con inderogabili e inequivocabili connotazioni politiche – si pone il Teatro Popolare del collettivo Ex Opg Je so’ pazzo, di Napoli. Si tratta, in entrambi i casi, di realtà nascenti ma politcamente attrezzate e determinate.

Le uniche realtà di classe capaci, attualmente, di porsi sul piano del conflitto, con lo scopo di contrastare lo smantellamento culturale in atto nel paese. Realtà vicine alle forze progressive della società e vicine, soprattutto, a quei lavoratori del settore ampiamente sfruttati e stritolati dalle dinamiche imposte dal produttivismo, dall’efficientismo e dalla competizione esasperata. Realtà capaci di muoversi ed articolarsi, come si diceva, sull‘intera area italiana, grazie all’impegno delle tante donne e uomini, ragazze e ragazzi, compagne e compagni che ne costituiscono l’ossatura anche a livello territoriale.

È necessario, dunque, serrare i ranghi. È necessario unirsi e scardinare un sistema che, oramai, affama il teatro -e con esso il cinema, i lavoratori della cultura, dello spettacolo e della comunicazione- riducendo il tutto a logiche aziendali, a profitto e, come diceva Antonio Neiwiller, a merce.

Ecco perché si sta tentando di far nascere e dare impulso allo sportello per i diritti dei lavoratori dello spettacolo, dell’arte e della cultura. E come mi hanno detto l’altra sera, all’Opg, Valentina Mesca, Ianua Linhart e Matteo Giardiello: «se si è, anche solo una volta, lavorato in nero; se si sono ricevute proposte di lavoro gratuite; se si sono svolte attività lavorative spacciate per laboratori o tirocini; se si è dovuto accettare lavori sottopagati in cambio di sedicente visibilità; è ora di dire basta!»

Ed è ora di dire basta, di urlare basta – dico io – non da soli ma uniti. Bisogna farla finita con la chiusura narcisistica, autoreferenziale e dettata dalle paure, quand’anche giustificabili. Paure che finiscono – d’altronde, il quotidiano si occupa di fornircene esempi di continuo – per coltivare solo l’arido e feroce terreno dell’individualismo e del protagonismo personale, in concorrenza con altri protagonismi, altrettanto spietati. Invece dell’egoismo, bisogna tornare a recuperare l’aggregazione. In luogo della concorrenza va ripristinato il mutualismo.

D’altra parte, la Cultura e l’Arte dovrebbero essere sinonimi di condivisione, di aggregazione, di conoscenza, di scambio, di relazione, di messa in comune. Un argine, insomma, contro tutti i razzismi e le presunte superiorità culturali e nazionali. Un argine contro la Kultura elitaria dei padroni!

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