Il libro “Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1965)”, edito da Mimesis e curato da Claudio Tanno, è un corposo testo che racconta la storia del genocidio anticomunista avvenuto tra il 1965e il 1966 in Indonesia ma tratta più in generale della storia del PKI, il più grande partito comunista del ‘900 non al potere.
Nel biennio 1965-1966 viene calcolato che quasi 500mila militanti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) furono assassinati dall’esercito golpista di Suharto. Quello che è stato uno dei più terribili e dimenticati massacri del ‘900 pose fine alla storia del più grande partito comunista al mondo non al potere, inferiore nei numeri solo a quello sovietico e a quello cinese.

“Arcipelago rosso” racconta la storia di quel partito: dalla lotta anticoloniale contro i Paesi Bassi fino alle grandi battaglie anti-imperialiste del dopoguerra nell’Indonesia di Sukarno, segnate dalla nascita del movimento dei Paesi Non Allineati.
Ma è anche il racconto dei dilemmi che il Partito Comunista Indonesiano si trovò ad affrontare – sul rapporto tra democrazia e rivoluzione, tra violenza e legalità, tra socialismo e nazionalismo – e che restano ancora attuali.
Al massacro dei comunisti indonesiano sono stati dedicati anche due film. “The Look of Silence” del 2014, “uno dei più grandiosi e potenti documentari mai realizzati” secondo Werner Herzog ed Errol Morris, che erano stati anche i produttori esecutivi del primo film sullo stesso tema di Joshua Oppenheimer “The Act of Killing” (2012) che aveva già squarciato il velo sull’agghiacciante massacro di massa in Indonesia della metà degli anni Sessanta.
Attraversando cinquant’anni di storia indonesiana, il libro di Claudio Tanno si interroga su due questioni essenziali: com’è stato possibile che un partito così grande sia stato annientato del tutto? Un ruolo decisivo in questo vero e proprio genocidio (si parla infatti di quasi mezzo milione di morti) fu giocato dagli Stati Uniti.
In una prima fase gli USA sostennero economicamente e logisticamente i partiti politici anticomunisti, ma senza ottenere i risultati sperati. Al contrario, il relativo successo elettorale del PKI alle elezioni del 1955 e del 1957 spinse Washington ad adottare misure molto più violente, ideate dai fratelli Dulles – Allen, alla guida della CIA, e John Foster a quella del Dipartimento di Stato.
Nel biennio 1957-58 gli USA diedero manforte a un’operazione militare per rimuovere Sukarno, un leader nazionalista sempre più distante dagli USA e affine al PKI. Un gruppo di militari e politici anticomunisti proclamò l’indipendenza di una repubblica alternativa, la PRRI/Permesta, attraverso una ribellione innescata nelle zone di Sumatra e Sulawesi. Gli USA intervennero direttamente attraverso bombardamenti, operazioni segrete e sostegno logistico ai militari rivoltosi, ma sottovalutarono il nazionalismo interno al grosso dell’esercito, finanche nelle sue frange più anticomuniste, restie ad accettare la secessione di un pezzo del paese.
Il pretesto per la sanguinaria controrivoluzione si materializzò il 30 settembre 1965 quando un colpo di Stato di un alcuni ufficiali proclamò “un governo rivoluzionario” dopo aver giustiziato alcuni membri dello stato maggiore della fazione di destra.
Suharto, il capo delle truppe riserviste, il giorno dopo – 1 ottobre 1965, prese il controllo di Jakarta e iniziò la repressione e i massacri di massa. Il coinvolgimento della Cia, dell’ambasciata degli Stati Uniti, così come dei servizi segreti britannici sono stati ampiamente provati.
La Cia ebbe un ruolo chiave nell’elaborazione della propaganda anticomunista dei golpisti, facendo circolare false notizie sulle atrocità commesse dai comunisti e fomentando l’ odio razziale contro i cinesi o religioso contro gli atei. L’ambasciata USA e la CIA avevano stilato un elenco di 5000 quadri di tutti i livelli del Partito Comunista e li avevano forniti all’esercito indonesiano, facilitando così il massacro dei militanti e dei dirigenti del partito.
“Arcipelago rosso” ha il merito di restituire alla conoscenza pubblica una storia troppo poco conosciuta, tanto da sospettarne la chiusura di un altro scheletro negli armadi dei crimini commessi dagli Stati Uniti.
Ma non è solo la storia di un genocidio, è anche l’epopea di un partito comunista di massa in un realtà complessa e lontana come quella dell’Indonesia, un arcipelago di migliaia di isole e con decine di milioni di abitanti nella quale però le istanze di emancipazione sociale crebbero vertiginosamente per decenni. Fino ad essere stroncate in un bagno di sangue che merita di essere conosciuto e ricordato.
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