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L’Ocse incita, ma la “buona scuola” non esiste

Non passa giorno che qualcuno degli slogan per rimbambiti che Renzi semina in giro non sia smentito dai fatti. Quello della “buona scuola”, che sarebbe un suo indimostrabile obbiettivo, mentre non un euro è stato messo sull’istruzione, è oggi sulla graticola.

Secondo l’Ocse, che ha reso noto il suo rapporto ‘Going for Growth’, l’Italia deve “migliorare equità ed efficienza” del suo sistema educativo, che “ha un basso rapporto tra qualità e costo e dovrebbe fare di più per migliorare le opportunità per i meno qualificati”. In particolare, nota l’istituto sovranazionale, sono assai scarse le risorse destinate al settore. Lo dicono i numeri, freddi: la spesa per l’istruzione è “scesa ben al di sotto della media”. E il vorticoso ricambio al vertice dell’agenzia per la valutazione della scuola (ben “tre in quattro anni”), segno di appetiti lottizzatori, non certo di interesse per il funzionamento della grande macchina dell’istruzione. Questi i risultati dopo tre anni e mezzo di governi che obbediscono fino alla virgola alle indicazioni della Troika.

Alla base c’è, certo, la crisi economica, in questo paese più grave che negli altri appartenenti all’Ocse. “La mancata ripresa dalla recessione sta portando il reddito pro capite dell’Italia a scendere ancora più in basso rispetto alle principali economie dell’Ocse”. Di fatto, il Pil pro capite italiano nel 2013 era inferiore del 30% rispetto alla media dei primi 17 Paesi Ocse. Il gap è cresciuto: nel 2007 era del 22,7%.

Non stiamo parlando di un’organizzazione progressista, comunque. Per l’Ocse – il cui capo economista era Pier carlo Padoan, per esempio – “è importante che l’agenda delle riforme strutturali metta più attenzione su quelle riforme che oltre ad accrescere la produttività e la creazione di posti di lavoro nel medio termine sappiano sostenere la domanda nel breve termine”. Quindi avanti per questa stessa strada… Perché se il passo di queste riforme dovesse rallentare troppo, aggiunge, “c’è il rischio che si sviluppi un circolo vizioso, in cui la domanda debole mina alla base la crescita potenziale, prospettiva che deprime ancora di più la domanda, dato che sia gli investitori sia i consumatori diventano ostili al rischio e preferiscono risparmiare”. La Grecia, che ha ascoltato consigli simili, ha già raggiunto e superato il punto di tracollo.

Sembra di sentire dei pazzi che vengono da un altro pianeta. L’Italia devrebbe fare altri passi avanti nelle privatizzazioni, che “non hanno raggiunto gli obiettivi fissati” negli anni scorsi (ma non c’è alcuna valutazione sui “risultati” raggiunti da quelle fatte negli ultimi venti anni…), e implementare con più efficacia le riforme per la riduzione delle “barriere alla concorrenza” (che noon si capisce più quali siano; e infatti non vengono indicate…).

C’è rimasto assi poco in mano pubblica. E infatti secondo l’organizzazione parigina, bisognerebbe “eliminare i legami di proprietà tra i governi locali e i fornitori di servizi (la cosiddette “partecipate che assicurano, poche volte bene e molto spesso male, servizi pubblici essenziali, ndr), migliorare gli incentivi all’efficienza della giustizia civile, e snellire ulteriormente le procedure di bancarotta per ridurre durata e costo”.

Non mancano, come sempre, proiezioni statistiche miracolose e ingiustificate. Andando avanti con “le riforme strutturali” e concentrandosi sulle “migliori pratiche esistenti”, i Paesi Ocse potrebbero “ottenere un aumento fino al 10% del livello di Pil pro capite a lungo termine”. C’è qualcuno che è cresciuto – anche solo della metà – tra quanti hanno intrapreso questa strada? No. Ma l’importante è dare ordini per favorire il capitale di grandi dimensioni, quello multinazionale, mica dimostrare le proprie inconsistenti teorie.

Ed è da questa gente che ariva dunque l’ultimo consglio: “ora date fondo alla scuola”…

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