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Arabia Saudita: il primo “giorno della rabbia”

Vietata dal governo, bollata con una “fatwa” dagli Ulema, oggi “non ricchi” di questo paese ricchissimo scenderanno in strada. Dopo le preghiere del venerdì cominceranno a marciare. Impossibile prevedere cosa potrà accadere. Il gruppo sul social network ha raccolto oltre 30 mila adesioni, ma il ministero dell’Interno ha già ricordato nei giorni scorsi che ogni dimostrazione è da considerarsi illegale e che le forze di sicurezza sono autorizzate a impedire le proteste.

L’associazione statunitense Human Rights Watch ha diffuso un comunicato nel quale chiede che “l’Arabia Saudita cancelli il suo categorico divieto di ogni manifestazione pacifica”. Anche la Casa Bianca ha fatto sentire la sua voce, sottolineando che il diritto alla protesta deve essere rispettato dovunque, anche in Arabia Saudita.

Ma il principe Saud al-Faisal, ministro degli Esteri, ha risposto ai giornalisti che il regno “respinge totalmente ogni ingerenza nei suoi affari interni. Il dialogo – ha aggiunto – è il miglior modo per i cittadini per ottenere i loro diritti”. Su internet gli attivisti chiedono riforme politiche ed economiche, posti di lavoro, libertà e maggiori diritti per le donne.

Su Internet c’è anche chi chiede esplicitamente “la caduta della famiglia Saud”, ma a scndere in piazza saranno probabilmente soprattutto gli sciiti, minoranza intorno al 10% del totale, appena tollerata da un regime sunnita di tendenza wahabita.

Oltre 2.000 tra accademici, attivisti per i diritti umani e liberi professionisti sauditi, per lo più sunniti, hanno firmato nei giorni scorsi tre diverse petizioni in cui si chiede una profonda riforma della costituzione del regno, dove non esiste un potere legislativo eletto e dove i partiti e le manifestazioni pubbliche sono fuorilegge.

La famiglia reale appare incerta sulla scelta da fare: dialogo o repressione?, Si sono perciò moltiplicati, in questi giorni, tanto i segnali di apertura (“ogni figlio della nazione può esprimere le proprie idee, basta che non minacci l’unità del paese”), quanto le minacce. Quale sarà la scelta vera, lo sapremo domani. Molto dipenderà, come sempre dai numeri.

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