A Washington, l’amministrazione Trump ha convocato 55 paesi per costruire un fronte unito contro il dominio cinese sui minerali critici. In questo caso, il Segretario di Stato Marco Rubio ha detto che “è una sfida globale che richiede cooperazione globale“, ma non bisogna pensare che sia cambiato l’atteggiamento da banditi imperialisti.
È solo che in questo caso, per i costi di estrazione e l’individuazione di giacimenti utili, agli USA serve che i propri vassalli si sentano parte di un progetto comune. E che non usino le proprie opportunità sui minerali come leva politica, dopo essere stati colpiti in tutti i modi dalle politiche trumpiane.
Il cuore della strategia statunitense si chiama Project Vault, un’iniziativa da 12 miliardi di dollari per creare una riserva strategica di terre rare e minerali come gallio e cobalto, essenziali per smartphone, batterie e caccia da combattimento: high tech e complesso militare-industriale, insomma. A ciò si aggiunge quello che ha proposto il vicepresidente JD Vance, ovvero la creazione di un accordo multilaterale sui minerali critici per la creazione di un’area di libero scambio.
Questa dovrebbe prevedere anche dazi contro i paesi non partecipanti, in una sorta di promessa verso gli altri paesi di estendere anche a loro i “benefici” della politica commerciale aggressiva stelle-e-strisce. In questo spazio di libero scambio dovrebbero essere fissati anche dei prezzi minimi per i minerali, per evitare il dumping (leggi: la concorrenza) cinese. In questo senso, si aprono importanti scenari anche sul riciclo, su cui l’Italia, ad esempio, ha deciso di puntare fortemente negli ultimi anni.
Insieme alla Germania, l’Italia ha presentato un documento alla Commissione Europea per mitigare le dipendenze strategiche e che segue precedenti iniziative per spingere verso una partnership strutturale tra UE e USA. La proiezione verso l’Africa come “cortile di casa” della UE, e l’impegno già profuso tramite il Piano Mattei sono i vettori più promettenti affinché Bruxelles conti qualcosa in questa partita.
Il primo risultato del summit è una partnership strategica tra USA, UE e Giappone, finalizzata alla resilienza delle catene di approvvigionamento, oltre all’idea di un memorandum per stimolare la domanda e diversificare l’offerta, da concludere tra Washington e Bruxelles entro i prossimi 30 giorni.
Attraverso di esso, si vuole promuovere la ricerca e facilitare lo scambio di informazioni strategiche, riguardanti anche lo stoccaggio. La cooperazione con Tokyo, invece, espande il Quadro per la sicurezza dell’approvvigionamento di minerali critici e terre rare, che è stato firmato da Trump e Sanae Takaichi lo scorso 27 ottobre 2025.
È interessante riportare le posizioni espresse da Robin Roels, responsabile delle politiche per le materie prime presso l’ONG European Environmental Bureau. La sua opinione, espressa a Euronews, è che la UE abbia abbandonato l’idea di un’autonomia strategica. Non è passato un mese dalle minacce sulla Groenlandia, e secondo Roels il Commissario Europeo per l’Industria, Stéphane Séjourné, è già “tornato strisciando” dall’incontro sul terreno delle terre rare.
Parole molto pesanti, ma che esprimono una realtà che hanno tutti chiara in mente, persino i funzionari di Bruxelles: Washington vuole “frammentare” il mercato delle terre rare, per garantirsi l’accesso a vaste riserve alle proprie condizioni e minare il quasi monopolio cinese. Gli altri paesi sono pedine e, se ci saranno, ne otterranno solo le briciole. Per ora, tuttavia, la considerano l’unica via per non essere messi definitivamente da parte.
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