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In fondo al vicolo cieco, Trump diventa “Re tentenna”

Trump ha parlato della fine della guerra contro l’Iran, ma non ha deciso ancora se firmare il Memorandum of understanding per avviare la trattativa di merito. L’unica conseguenza certa è che questo significa che Israele si sentirà “libero” di continuare a bombardare il Libano, ed anche Beirut, nonostante proprio Trump avesse proclamato il “cessate il fuoco” contemporaneamente a quello sull’Iran (quasi due mesi fa, ormai), e “vietato” di colpire la capitale del paese dei cedri. Ogni morto in più è globalmente un pezzo di credibilità in meno per la “superpotenza”.

Per giustificare in qualche modo il rinvio, agli occhi dei “mercati” e dei suoi elettori, ha confusamente citato “linee rosse” che vorrebbe esser certo saranno rispettate. Ma oltre alla riapertura di Hormuz (che, ricordiamo, era totalmente esente da condizionamenti fino al 28 febbraio, primo giorno di questa guerra) e all’impegno a non fabbricare una bomba atomica (contro cui peraltro pende da anni una fatwa della defunta “Guida suprema”, Ali Khamenei), non si è capito cosa voglia. O non lo dice.

Tehran ha risposto invitandolo a raccontare meno balle mischiate a pezzi di verità, come di solito fanno i depistatori professionali (tipo i servizi segreti, insomma). Dal loro punto di vista, la discussione è al momento solo sulla fine della guerra.

Ma in definitiva un memorandum dovrebbe esistere e, si spera, entrambe le parti dovrebbero avere lo stesso testo.

Nel balletto delle versioni, orchestrato dall’amministrazione statunitense, pesa chiaramente molto la necessità di “vendere” al pubblico di casa una “vittoria” almeno diplomatica che sul piano militare non c’è stata.

E di fatto l’unica possibilità rimasta di raccontare questa favoletta sta nella possibilità – oppure no – di avere i famosi 400 kg di uranio altamente arricchito che Tehran avrebbe prodotto negli ultimi anni (dopo che lo stesso Trump, nel precedente mandato, aveva disdetto l’accordo siglato da Obama). Ma sul punto non si vede luce, nel senso che il massimo del “sacrificio” che Tehran appare disposta a subire sta nella consegna del carico alla Cina o alla Russia. Non a Washington.

Tutti gli altri obbiettivi dichiarati, e cambiati spesso, nell’arco di tre mesi non sono stati raggiunti. Meno di tutti il “cambio di regime”, nonostante i pesanti “omicidi mirati” di Ali Khamenei e Larijani.

La maggior parte degli analisti ex diplomatici, oltretutto statunitensi, non ha dubbi sul fatto che comunque vada per Trump sarà nel migliore dei casi un “accordo al ribasso”. Una mezza sconfitta, se non completa, difficile da esaltare.

La responsabilità in genere viene attribuita proprio all’unico alleato-suggeritore: Israele, e Netanyahu in particolare, che avrebbe spinto per l’attacco “decapitante” garantendo che il regime sarebbe poi crollato come un castello di carte. Anche il Mossad, insomma non è più quello di una volta…

Col passare delle settimane, oltretutto, gli interessi di Trump e di Netanyahu si vanno divaricando. Il primo ha bisogno di metter fine ad un conflitto altamente impopolare (la benzina 5 dollari il gallone, come sotto il peggior periodo di Biden, è il suo incubo), mentre il genocida “Bibi” ha bisogno della guerra per provare a restare in sella. O almeno libero (è inseguito da un processo per corruzione che riesce a fare rinviare da mesi solo grazie alle “superiori necessità belliche”).

Ma il manico – economia e forniture di armi – sta in mano a Washington, e prima o poi dovrà prendere una decisione finale.

La partita può ancora sfuggire di mano, soprattutto per l’irresponsabilità criminale di Tel Aviv, chiusa ormai nel ruolo del serial killer senza alternative. Ma appare chiaro che il suprematismo mafioso praticato nella politica estera – “prendere o lasciare”, “ o ci date qual che vogliamo o vi facciamo fuori” – non funziona contro paesi e popoli di una certa levatura.

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