Un recente articolo di Fausta Chiesa sul Corriere della Sera ha sottolineato il cambiamento degli “azionisti” di maggioranza che è avvenuto, nell’ultimo decennio, tra i detentori del debito pubblico estero statunitense. L’occasione è perfetta per uscire dai ragionamenti di bilancio e vedere come, invece, i trend sul debito federale seguano la frammentazione del mercato mondiale, le faglie della competizione globale e, in sostanza, girino intorno alla questione del dollaro come strumento imperiale.
Da più parti si è spesso sentito che la Cina ha in mano le chiavi della Casa Bianca, perché ha a lungo detenuto una quota sostanziale del debito estero stelle-e-strisce. Ma Pechino punta a uno scenario internazionale stabile che garantisca la crescita, e per questo non è mai stata interessata (né poteva farlo senza scatenare una crisi che avrebbe colpito anche il Dragone) a far crollare gli USA, svendendo in massa i titoli statunitensi.
Allo stesso tempo, però, la crescente aggressività finanziaria, commerciale, e in ultima istanza militare di Washington ha spinto a ridurre velocemente i Treasuries in mano ad attori cinesi, per un motivo molto “economico”: l’interdipendenza finanziaria espone molto più facilmente al regime sanzionatorio sempre più ampio messo in campo da Washington, compreso il rischio del congelamento degli assets.
Sempre più scambi commerciali avvengono in divise diverse dal “biglietto verde”, e la sua quota tra le valute di riserva si è ridotta. Ma la strategia del Dragone non è mai stata quella di una guerra monetaria, quanto piuttosto quella della creazione delle condizioni per la crescita del paese e, con esso, della crescita di sistemi alternativi al dollaro.
Non a caso, è proprio in questa fase che Pechino ha lanciato esplicitamente l’idea (e con essa le necessarie misure politiche) che il renminbi si trasformi in una valuta di riserva globale. Di sicuro c’è il timore della crescente aggressività USA, di sicuro il sistema economico e finanziario cinese ha raggiunto ora una maturità tale da potersi permettere questo salto in avanti.
Ma il nodo fondamentale, per dirla con Fidel Casto, è il “senso del momento storico”: la consapevolezza che il mantenimento della supremazia del dollaro non può essere ottenuta se non con politiche sempre più aggressive, con il risultato contrario che, sul lungo periodo, ciò fa crescere la preoccupazione dei partner della Casa Bianca in virtù della loro esposizione. È la situazione concreta che crea le condizioni per proporre una valuta di riserva alternativa, e le condizioni sono quelle della frammentazione del mercato mondiale.
In questa prospettiva è interessante vedere come, nei fatti, sia stato proprio l’Occidente collettivo a sostituirsi negli acquisti di Treasuries abbandonati dalla Cina. Rimane il fatto che, negli ultimi 15 anni, la quota di debito pubblico estero sul totale federale è stata fortemente ridotta, anche come politica esplicita di Washington per rafforzare la propria posizione.
E tuttavia la crescita smisurata del debito pubblico ha reso le cifre effettive investite da operatori esteri di dimensioni mai viste prime, rendendoli nei fatti un elemento centrale di mantenimento dell’egemonia statunitense e, nello specifico, del ruolo centrale del dollaro nel sistema finanziario globale. Arrivati a questo punto, vedere un po’ di dati è utile.
Se nel 2015 Pechino possedeva titoli del debito statunitense per un valore di 1.238 miliardi di dollari, oggi ha quasi dimezzato la sua quota, attestatasi a dicembre 2025 sui 683,5 miliardi… e continua a scendere. A guidare la classifica – come già in passato – è in realtà il Giappone, con 1.185,5 miliardi investiti nel debito USA.
La crescita più sorprendente tra le quote dei detentori dei Treasuries è quella del Regno Unito: se nel 2016, anno della Brexit, deteneva il 3,6% dei titoli USA, a dicembre 2025 è arriva al 9,3%, quasi triplicando la percentuale, mentre il debito pubblico estero è aumentato di oltre 1.500 miliardi tra il 2021 e il 2025, con un ammontare reale dei prestiti da record. Il che significa che l’investimento è stato enorme.
Solo a questo punto arriva la Cina, e dopo di essa vari altri attori che, si può vedere dal grafico, non hanno fatto che aumentare la propria quota di debito stelle-e-strisce. I titoli finiti in Belgio, Canada, Lussemburgo, Francia sono aumentati nettamente, e in generale, si legge nell’articolo del Corriere citato all’inizio, a febbraio l’Eurozona ha toccato il suo massimo storico di 2.000 miliardi di dollari.
Bisogna dire che i sistemi finanziari di Lussemburgo e Belgio, in particolare, ma anche di altri paesi come la Francia, fungono da hub finanziario internazionale, e perciò sarebbe utile andare a vedere la nazionalità di chi detiene i titoli. Ma il ruolo “stabilizzante” che hanno avuto i paesi dell’Occidente collettivo rispetto alla tenuta del debito e del dollaro statunitense è evidente.
Il Bipartisan Policy Center, think tank con sede nella capitale USA, viene citato nell’articolo del Corriere perché, effettivamente, mette nero su bianco i nodi del dominio del “biglietto verde”. In sostanza, il messaggio che arriva dal gruppo è che una forte domanda di titoli del Tesoro è di fondamentale importanza per la salute fiscale del paese, perché i prestiti esteri contribuiscono a finanziare il deficit commerciale, mantenendo bassi i rendimenti dei titoli e consolidano la posizione del dollaro come principale riserva globale.
Al contrario, se la domanda internazionale non dovesse tenere il passo con l’offerta di debito, ciò minaccerebbe seriamente la capacità degli Stati Uniti di mantenere la propria leadership finanziaria. I primi segnali di questa pressione sul mercato iniziano a farsi sentire, e sono un elemento centrale nelle scelte politiche della Casa Bianca, come evidenziato da Vladimiro Giacché nel suo recente intervento al Forum della Rete dei Comunisti sul possibile passaggio a un “imperialismo predatorio” (dal minuto 47).
Il 19 maggio i rendimenti sui Treasuries a 30 anni sono saliti al 5,18%, toccando il livello più alto registrato dal 2007. Questo balzo improvviso è strettamente legato ai timori diffusi sulla corsa dell’inflazione, che hanno innescato forti ondate di vendite dei titoli. Anche il rendimento del titolo decennale – principale benchmark per il costo del debito statunitense – è salito al 4,67%. Rendimenti più alti significano inevitabilmente un costo del servizio sul debito più alto, in un circolo vizioso mortale.
Le mosse di Donald Trump, che continua a chiedere un forte afflusso di investimenti verso gli States, sono sicuramente pensate anche in funzione di garantire il sistema finanziario stelle-e-strisce. E bisogna dire che, fino a ora, i vassalli hanno effettivamente garantito il dollaro e il debito USA, anche perché non c’era nessuna alternativa possibile. Bisognerà vedere fino a quando Washington potrà tirare la corda senza spezzarla.
La frammentazione del mercato mondiale riguarda, dunque, anche il mercato dei titoli del debito pubblico che per lungo tempo sono stati considerati un bene rifugio. Ma la tendenza rimane quella all’aumento e all’esplosione delle contraddizioni. Quali saranno le mosse di Kevin Warsh, appena arrivato alla Federal Reserve, non è un tema secondario, che andrà tenuto d’occhio.
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