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Amianto, non solo Eternit. Indagati De Benedetti e Passera

Ogni città d’Italia, grande e piccola, sembra avere la sua Ilva. 
L’Eternit non è stata in questi decenni l’unica fabbrica di morte del nostro paese. Certamente la multinazionale finita sotto processo e i cui dirigenti sono stati condannati a pesanti pene grazie al lavoro di una parte della procura di Torino – l’altra parte si ostina a perseguitare i No Tav – ha causato una vera e propria strage: migliaia di operai e loro parenti uccisi o colpiti da malattie gravissime per colpa delle fibre di amianto che respiravano e mangiavano. E che hanno continuato a mangiare e respirare per anni, o addirittura decenni, anche dopo che la scienza aveva dimostrato la loro pericolosità. Chiudere intere linee di produzione, riconvertire gli stabilimenti, o semplicemente investire qualche milione di euro in mascherine, tute impermeabili e altri sistemi di sicurezza ai miliardari proprietari dell’Eternit sembrava una spesa ingiustificata, inutile. Avrebbe abbattuto i profitti. E per difendere i loro profitti Stephan Ernest Schmidheiny e Louis De Cartier hanno meticolosamente condannato a morte migliaia di dipendenti e cittadini rei di abitare nei dintorni delle fabbriche di morte. Premurandosi addirittura di investire una parte dei loro quattrini non in sicurezza, ma per oliare la macchina di quella propaganda che per anni ha cercato di sminuire i risultati sul carattere letale sulla salute umana delle fibre di asbesto. 

Ma i manager e i baroni dell’Eternit non sono stati l’eccezione. Ora la Procura di Ivrea ha aperto un’inchiesta per altre decine di morti causati dal contatto con l’amianto. E questa volta a finire nel mirino è una di quelle fabbriche che ha “reso grande il nome dell’Italia all’estero”, per molti ancora il simbolo di un ‘capitalismo dal volto umano’ che non c’è più. Quella Olivetti diventata per anni azienda leader in tutta Europa e non solo grazie alle sue perfette macchine da scrivere e poi decaduta fatalmente per non essere stata in grado di reggere il passo con l’evoluzione della tecnologia. Nei suoi impianti di Ivrea, accusano i magistrati, gli operai intenti a costruire macchine da scrivere e poi telescriventi e personal computer, respiravano le letali fibre di amianto. E molti di loro, dopo anni, spesso anche dopo essere andati in pensione, si sono ammalati di mesotelioma pleurico, la malattia tipica di chi è stato a lungo a contatto con il micidiale minerale. Una ventina i morti finora contabilizzati, deceduti tra il 2004 e l’inizio del 2013, molti altri gli ex dipendenti infermi. Altre vittime si annunciano.

Anche gli indagati sono una ventina, e tra loro anche Carlo De Benedetti, che fu presidente della prestigiosa azienda dal 1978 al 1996; anche suo fratello Franco, che all’Olivetti aveva ricoperto il ruolo di vicepresidente e amministratore delegato, è finito nell’inchiesta insieme a Corrado Passera, banchiere di fama internazionale e da poco non più ministro del governo Monti. Passera è indagato in qualità di amministratore delegato tra il 1992 e il 1996. Tutti sono accusati – l’inchiesta e il processo sarano molto lunghi – di omicidio colposo e lesioni colpose plurime. E così come nel caso Eternit, anche in questo caso dirigenti e proprietari sono accusati di non aver mosso un dito per mettere gli impianti in sicurezza, per salvare le vite dei propri dipendenti preferendo il loro benessere ai profitti. L’inchiesta partì dopo che sei anni fa uno dei familiari di una ex dipendente dell’azienda sporse regolare denuncia alla magistratura contro l’Olivetti. L’operaia aveva lavorato per anni nello stabilimento di San Bernardo, a poca distanza da Ivrea, dal 1965 al 1980. Dopo anni di malattia la donna morì due giorni dopo il natale del 2007 a a causa di un mesotelioma pleurico, frutto di anni di esposizione all’amianto senza nessuna protezione. Ottorino Beltrami, fino al 1978 amministratore delegato della Olivetti, fu rinviato a giudizio, ma nel frattempo il manager ha pensato bene di lasciare questo mondo. E così l’inchiesta si è allargata ad altri casi, e i magistrati hanno scoperto che il numero delle vittime era più ampio del previsto.
Ora molti degli operai e delle operaie colpiti da forme tumorali e da malattie respiratorie gravissime, insieme ai familiari di chi non c’è più, si stanno organizzando per costituirsi parte civile nel procedimento contro i dirigenti e i proprietari dell’Olivetti. Pretendono giustizia, e anche lauti risarcimenti. Tra loro ci sono anche alcuni rappresentanti dei sindacati confederali. Tanto attenti ora quanto distratti all’epoca in cui gli iscritti di Cgil Cisl e Uil respiravano ignari il veleno che li avrebbe uccisi parecchi anni dopo…

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