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Ci ritiriamo dall’Afghanistan, dopo venti anni di una inutile e sanguinosa guerra

Quasi in silenzio e in punta di piedi, si avvia a conclusione la quasi ventennale presenza del contingente militare  italiano in Afghanistan. Ad Herat ieri è arrivato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, per il saluto finale ai militari e la cerimonia dell’ammaina-bandiera alla base di Camp Arena, che sarà consegnata alle forze di sicurezza afghane.

Le operazioni per il rientro del contingente italiano – circa 800 soldati e decine di mezzi militari – erano cominciate a maggio e si concluderanno a breve, in sincronia con l’accelerazione impressa dagli Usa che intendono lasciare il Paese entro metà luglio, in anticipo sulla data simbolica dell’11 settembre annunciata dal presidente Joe Biden.

Il ritiro del contingente militare italiano dall’Afghanistan avviene in un imbarazzato silenzio del governo.

I motivi prova a spiegarli l’esperto militare Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa: “Possiamo dibattere se quella afghana sia stata anche una “nostra guerra” o se ci siamo limitati a pagare un obolo (costoso e sanguinoso alla luce dei 54 caduti, oltre 700 feriti e oltre 10 miliardi di euro spesi) all’alleanza con gli USA: conclusione a cui giunsero con onestà intellettuale le lezioni apprese dello Stato maggiore francese dopo il ritiro del contingente transalpino nel 2011”.

In un altro passaggio il giudizio di Gaiani è ancora più severo: “L’impatto di questa sconfitta sarà devastante per l’Occidente e i suoi interessi e galvanizzerà i jihadisti in tutto il mondo, inclusa l’Europa: meglio quindi non parlarne. USA, NATO e gli stati membri dell’alleanza hanno diffuso per anni la “madre di tutte le fake news”, raccontando che le forze da combattimento alleate vennero ritirate perché i militari afghani addestrati da noi erano così bravi da cavarsela da soli, oppure spacciando il negoziato degli USA coi talebani come un accordo invece di una resa, o presentando una disfatta e una fuga con un ritiro e con l’impegno a continuare a sostenere il governo e l’esercito di Kabul”.

Insomma una valutazione tutt’altro che trionfale, ragione per cui il ritiro dell’Afghanistan sarà trattato con omertà e cautela.

Tra i problemi da risolvere c’è anche quello di portare fuori dall’Afghanistan i collaborazionisti, cioè gli afghani che hanno operato insieme alle truppe italiane e che rischiano ritorsioni.

“Non abbandoniamo il personale civile afghano che ha collaborato con il nostro contingente ad Herat e le loro famiglie: 270 sono già stati identificati e su altri 400 si stanno svolgendo accertamenti. Verranno trasferiti in Italia a partire da metà giugno”, ha spiegato il ministro della Difesa parlando della sorte dei collaboratori afgani che rischiano ritorsioni da parte dei talebani una volta che il contingente Nato avrà lasciato l’Afghanistan.

Dopo quasi venti anni si chiude dunque quella che venne annunciata come “Guerra Infinita” e poi declinata come “Guerra al terrorismo”. In realtà si è trattata di una invasione di un paese da parte degli Stati Uniti e degli alleati della Nato ma che, come tutte le invasioni, alla fine si è rotta i denti e le truppe se ne sono dovute tornare a casa con la coda tra le gambe, mentre il paese invaso è oggi nelle medesime – se non peggiorate – condizioni di venti anni fa. L’Afghanistan poi ha dimostrato di essere una nemesi per i suoi invasori, chiunque esso fosse.

Sarà curioso verificare se in Italia si avrà il coraggio politico di aprire un dibattito pubblico e un bilancio veritiero di questi venti anni di collaborazione militare all’occupazione dell’Afghanistan, della sua utilità, dei suoi costi umani ed economici e dei suoi risultati.

Noi abbiamo contrastato apertamente la partecipazione alla guerra in Afghanistan, fuori e dentro le aule parlamentari. E la sinistra si è suicidata nel 2007 proprio sulla prosecuzione della missione militare in Afghanistan durante il secondo governo Prodi. Ci sarà o no il coraggio di discuterne apertamente e seriamente? Accettiamo scommesse.

 

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