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Paura per la Terza Guerra Mondiale ma pochi consensi alla corsa al riarmo

Sono assai interessanti e rivelatori i risultati di un sondaggio condotto da Politico negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Gran Bretagna, Canada su 10.289 persone e presentato alla vigilia della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco.

Secondo il sondaggio, il 46% degli statunitensi e il 43% dei britannici credono che la Terza guerra mondiale scoppierà entro cinque anni, ovvero entro il 2031. In Francia e Canada la maggioranza considera tale ipotesi probabile. In Germania – nonostante le previsioni dei suoi servizi di intelligence che anticipano di molto questo scenario – prevale ancora lo scetticismo.

Nei cinque paesi la Russia viene vista come la principale minaccia alla pace in Europa, ma il dato nuovo è un altro: la seconda minaccia più citata sono gli Stati Uniti, almeno in paesi come Francia, Germania e Gran Bretagna. E’ una minaccia percepita come superiore a quella della Cina. Ma il sorpasso vero e proprio avviene in Canada, dove gli Stati Uniti sono ritenuti la prima fonte di pericolo per la sicurezza nazionale, il che ha una sua ragione d’essere, viste le esplicite minacce di Trump verso il paese vicino.

 Il Munich Security Report 2026, pubblicato in occasione della Conferenza di Monaco – di cui nei giorni scorsi abbiamo già reso una sintesi su Contropiano ha definito l’approccio dell’amministrazione Trump come wrecking-ball politics ovvero politiche demolitrici. Per gli analisti che hanno curato il rapporto – tanto da titolarlo under destruction – l’ordine internazionale costruito dagli Stati Uniti nel dopoguerra è ormai “sotto demolizione”.

Eppure, di fronte a questa percezione di pericolo crescente, l’opinione pubblica europea non concorda affatto con la crescente corsa al riarmo. Ed è qui che si presenta la contraddizione con cui i decisòri europei dovranno fare i conti anche in questa 62a conferenza di Monaco.

Infatti, se la maggioranza dei cittadini in Francia, Germania, Regno Unito e Canada da una parte non esclude a priori l’aumento della spesa per la difesa, dall’altra – quando capisce che questo significherà tagli ai servizi sociali, più debito pubblico, aumento delle tasse per “i crediti di guerra”  – il consenso alle ambizioni militariste europee crolla verticalmente. Ad esempio in Francia si passa dal 40% al 28%, in Germania dal 37% al 24%.

Nel sondaggio di Politico l’Italia non era prevista, ma non abbiamo dubbi che anche nel nostro paese l’aumento delle spese militari non goda affatto di grandi consensi. E’ una contraddizione che ci ricorda molto da vicino i risultati della nostra inchiesta condotta tra le lavoratrici e i lavoratori italiani a cavallo del Duemila, quando ad una sorta di plebiscito a favore dell’integrazione europea corrispondeva poi una netta contrarietà alle conseguenze del Trattato di Maastricht (vedi i risultati nel libro “La coscienza di Cipputi”).

Nei giorni scorsi, il Commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius, ha affermato che “Dobbiamo essere pronti a sostituire gli strumenti strategici americani con i nostri europei. Questa dovrebbe essere la nostra priorità strategica, un primo passo verso la nostra indipendenza”.

Ma l’autonomia strategica da Washington appare piuttosto dispendiosa sia in termini di tempi che di costi. Secondo il noto think thank International Institute for Strategic Studies, il costo potrebbe raggiungere addirittura 1 trilione di dollari (un miliardo di miliardi per intendersi, ndr). “Non solo gli alleati europei dovrebbero sostituire le principali piattaforme militari e il personale statunitense, ma anche affrontare carenze nelle risorse di intelligence, sorveglianza e ricognizione spaziale e di tutti i domini,” oltre a sostituire i contributi statunitensi agli accordi di comando e controllo della NATO” scrive l’IISS.

L’Unione Europea è ben consapevole di questa contraddizione. Negli anni più recenti, in materia di spese militari e apparati di difesa, ha adottato strumenti come a Bussola Strategica e il piano Readiness 2030, e occorre ammettere che non parte proprio da zero.  In molti ambiti, l’UE ha già buone alternative” ha dichiarato Camille Grand, lobbista della Società Europea per la Difesa Aerospaziale, Sicurezza e Industrie della Difesa. “Penso che nel 98 percento dei casi ci sia una soluzione europea”. Non ha tutti i torti, visto che negli anni, e spesso sotto traccia, anche in Europa è venuto crescendo un complesso militare-industriale.

Le attuali classi dirigenti europee sanno che su questo terreno però possono contare solo sugli azionisti delle industrie militari, un pò di giornalisti embedded e, appunto, dei lobbisti ma non dell’opinione pubblica. A tale scopo stanno aumentando il martellamento propagandistico sulla guerra possibile e l’urgenza del riarmo, e contestualmente continuano ad un crescente giro di vite autoritario per zittire o perseguire ogni dissenso, nelle piazze come nei mass media.

La persistenza e la consistenza della quota di popolazione contraria nonostante tutto al riarmo e al militarismo, rappresenta una base sociale per opporsi a questo piano inclinato verso la guerra. Ma proprio perchè ormai se ne fregano del consenso popolare, le attuali classi dirigenti tendono a somigliare sempre più a odiose “classi dominanti”, quelle che per avventurismo hanno sempre sempre trascinato i popoli nell’abisso. Per capirci, questi sono quelli che già oggi hanno inteso “normalizzare” un genocidio come quello a Gaza o i festini sull’isola privata di Epstein.

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1 Commento


  • Paolo

    La corsa al riarmo è in mano ai governi, l’opinione pubblica contraria e abbondantemente maggioritaria dovrà tradursi in forte opposizione sociale e ribaltare i governi guerrafondai, superando le attuali apparenze partitiche.
    Lasciar fare equivale a soccombere.

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