Motivando alla Camera le ragioni per cui l’Italia sarà presente come osservatore al Board of Peace, il ministro degli esteri Tajani ha detto una cosa giusta: “L’Italia è sempre stata protagonista nell’area del Mediterraneo. Non possiamo non essere parte di una strategia che dovrà vederci ancora in prima linea”.
Il problema è che ad una tesi giusta si è dato seguito con una scelta sbagliata, quella di aderire comunque al Board of Peace come “osservatori”.
Partiamo dalla prima questione. L’Italia, storicamente e materialmente, è un paese strettamente connesso a tutte le dinamiche economiche, geopolitiche e se volete culturali, al Mediterraneo. Non solo.
L’Italia in questa regione viene ritenuta e vissuta come un paese importante e non di secondo piano. Quest’ultimo semmai è il ruolo assegnatogli nei rapporti con l’Europa franco-tedesca e con il padrone oltre atlantico.
Con la fine della vocazione mediterranea dell’Italia, che era stato lo spazio di manovra “autonomo” dell’Italia nell’epoca del bipolarismo Usa/Urss e perseguito con lungimiranza dalla classe dirigente della Prima Repubblica, questo spazio è stato trasformato e demolito in più punti.
Per le nuove classi dirigenti della fase di egemonia liberista e del fittizio scontro interno tra berlusconismo e antiberlusconismo, la maledizione è stata sempre quella di dover decidere se essere “primi tra gli ultimi” (la dimensione euromediterranea) o “ultimi tra i primi” (dimensione europea).
In questa indeterminatezza di ruolo, l’Italia ha perso enorme credibilità tra i paesi mediterranei e del Medio Oriente, soprattutto dopo la sciagurata scelta berlusconiana di partecipare attivamente all’aggressione militare statunitense contro l’Iraq, con l’aggressione alla Libia di Gheddafi e con l’allineamento totale agli interessi israeliani, perseguito sia dai governi di centro-destra che da quelli di centro-sinistra o dai governi “tecnici”.
In sostanza la classe dirigente della Seconda repubblica ha fatto scelte che hanno inimicato o insospettito molti dei paesi di un’area nella quale esistevano rapporti in qualche modo privilegiati.
Il tradimento del 2011 contro Gheddafi, con il quale pochi mesi prima del rovesciamento e dell’omicidio l’Italia aveva firmato un Trattato piuttosto impegnativo, non è stato sottovalutato né dimenticato sulle altre sponde del Mediterraneo. Del resto la Libia non aveva mai fatto dimenticare a se stessa e al mondo il passato coloniale e i crimini del colonialismo italiano.
Ciononostante l’Italia, attraverso il suo ministero degli Esteri “reale” cioè l’Eni, ha cercato di mantenere ad ogni costo – e spesso con ogni mezzo – la sua importanza nelle relazioni con l’area mediterranea, mediorientale, nordafricana.
Non a caso la dottrina dei comandi della Marina Militare italiana (il corpo armato più efficiente delle forze armate italiane, ndr), ha elaborato negli anni scorsi la strategia sul “Mediterraneo allargato”, una proiezione di interessi strategici che arriva al Golfo persico e all’Africa occidentale. Su questa ambizione assistiamo però ad una aperta convergenza bipartisan.
Possiamo affermare tranquillamente che la mappa delle priorità e delle relazioni strategiche dell’Italia nel Mediterraneo allargato, la scrive l’Eni, la “tutela” la Marina Militare e la ratifica la Farnesina.
Ma la politica interventista e nazionalista della destra, sul “Mediterraneo allargato”, sta strattonando in troppi punti questo assetto.
Anche qui c’era stata, almeno, una mezza buona idea – il Piano Mattei – ma poi sono state fatte scelte sbagliate.
Da un lato il governo di destra agisce (poco) e agita l’ombrello del famigerato Piano Mattei nei rapporti con meno di una decina di paesi africani e mediterranei.
Dall’altro dei 5,5 miliardi stanziati ne sono stati spesi meno di un terzo e i progetti messi in campo finora sono “robetta” rispetto alle esigenze degli altri paesi. E poi nella scelta dei rifornimenti energetici (soprattutto il gas), non solo l’Italia si è suicidata tagliando i flussi di gas russo, ma invece di rafforzare i legami con i paesi produttori del Sud ha preferito pagare pegno agli USA, andando ad acquistare il gas statunitense che ci viene a costare il doppio.
Infine c’è la politica. L’obbedienza e il servilismo verso Usa e Israele non sono affatto un buon viatico per le relazioni con paesi che si vanno via via sganciando dall’egemonia dei primi e opponendosi all’aggressività della seconda.
La complicità con il genocidio dei palestinesi, il basso profilo sull’aggressività israeliana in Libano, il rinvio del riconoscimento dello Stato di Palestina – nonostante le paraculate sulla visita di Abu Mazen alla festa di Atreju – l’attestarsi su un ruolo meramente – e assai limitatamente – umanitario sulla questione palestinese, hanno marginalizzato totalmente l’Italia da qualsiasi ruolo di rilievo nella risoluzione dei principali conflitti nell’area.
E qui veniamo dunque alla scelta sbagliata di voler stare comunque – come osservatori – nel Board of Peace creato da Trump a propria immagine e somiglianza, ma soprattutto a perfetta coincidenza con i propri interessi affaristici.
Se dalla Ue hanno aderito solo due paesi (Ungheria e Bulgaria), è conseguenza che l’Italia avrebbe dovuto dare dimostrazione di maggiore cautela e minore servilismo verso Trump.
La “nobile causa” della doverosa partecipazione italiana alla ricostruzione di Gaza, è un alibi fradicio fin dalle fondamenta. Non è neanche un alibi morale, visto che l’Italia ha assecondato politicamente – e militarmente – il genocidio israeliano contro i palestinesi fino alla riduzione di Gaza in un cumulo di macerie e in un campo di concentramento per i palestinesi rimasti su quella terra.
Non è poi un mistero che non abbiamo molta stima del ministro “Gasperino” Tajani. In troppe occasioni ha dimostrato di non essere all’altezza di una diplomazia che ha bisogno di lungimiranza, parole felpate, capacità di disinnescare tensioni invece di provocarle (vedi l’iscrizione dei Pasdaran iraniani nella lista delle organizzazioni terroriste mentre è in corso un negoziato). Peggio di lui ci era riuscito solo Di Maio, il che è tutto dire.
Se l’Italia intendesse recuperare un ruolo “progressivo” nelle relazioni con l’area mediterranea, dovrebbe cambiare completamente registro. Infilarsi nel Board of Peace, al contrario, è un ulteriore boomerang.
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