Che ci fosse un po’ di maretta nella maggioranza era divenuto chiaro con il giallo sulla mozione che qualche giorno fa aveva tenuto col fiato sospeso il dibattito pubblico, soprattutto perché riguardava quello che ormai è l’asse portante di tutto l’assetto continentale: l’aumento delle spese militari in linea con gli obiettivi NATO.
È abbastanza chiaro che la legislatura è stata sostanzialmente ipotecata – fatta eccezione per la legge elettorale – e dunque ogni partito comincia a guardare a come ritagliarsi il proprio posto nel mercato elettorale del 2027, e il fatto che Palazzo Chigi dovrà gestire quella che per molti è la peggior crisi energetica di sempre preoccupa. Crosetto, tuttavia, deve far contenta anche la sua base sociale: il complesso militare-industriale.
È partendo da queste semplici consapevolezze che va inquadrato lo scontro che si sta consumando a Roma, e tra Roma e Bruxelles. In una conferenzza stampa del 29 maggio, Thomas Regnier, portavoce della Commissione Europea, ha confermato che l’Italia non darà seguito a tutti gli accordi preannunciati all’interno del programma SAFE (Security Action For Europe).
L’iniziativa consta di 150 miliardi di euro, finanziati a debito comune (e perciò con tassi di interesse vantaggiosi rispetto a quelli che può ottenere il governo sul mercato) la cui scadenza è fra 45 anni. Il loro scopo, sulla carta, dovrebbe essere quello di rafforzare lo sviluppo di una difesa comune europea.
Dei 14,9 miliardi di euro inizialmente prenotati da Roma, l’esecutivo sembra volerne richiedere effettivamente circa un terzo, tra i 4 e i 5 miliardi, ovvero ciò che è necessario per coprire esclusivamente i progetti già vincolati da contratti firmati. Il taglio di 10 miliardi alle promesse è esplicitamente usato come leva politica nei confronti della UE, in relazione alla mancanza di flessibilità sulle spese relative proprio allo shock dei prezzi dei carburanti e dell’energia.
Proprio oggi, 31 maggio, è fissata la scadenza per la presentazione formale dei progetti da finanziare tramite il SAFE, ma la data non è considerata dal governo come perentoria. Prima di procedere in qualsiasi senso, Roma ha deciso di attendere il 3 giugno, per avere in mano l’attesa risposta della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, a una lettera inviata il 18 maggio, in cui si chiedeva di rendere l’emergenza energetica prioritaria, al pari degli investimenti militari, e godere così della stessa flessibilità in termini di spesa.
Va dunque sottolineato un primo nodo: il governo non sta rinunciando al SAFE. Ne prende una parte, comunque sostanziosa, e spera di poter muovere Bruxelles “a più miti consigli” su una minaccia sostanziale a quel che rimane dell’industria italiana (minacciata dai prezzi dell’energia), sfruttando la centralità del paese nei programmi di riarmo europeo. Basti pensare che il Belpaese dovrebbe usare il SAFE per lo sviluppo comune del sistema satellitare Sicral2, e per l’acquisto di 272 carri armati e di 24 Eurofighter.
La sottolineatura di come il 31 maggio non sia una data perentoria è come un mettere le mani avanti per la possibilità futura di accedere ai restanti 10 miliardi per ora congelati, nel caso in cui il braccio di ferro con la Commissione non vada a buon fine. Del resto, bisogna pure considerare che c’è la necessità di fondi a buon mercato per un paese ancora sotto infrazione europea per il deficit, e che ha comunque promesso di raggiungere gli assurdi target di spesa della NATO.
Parallelamente, si muovono anche gli uomini di Fratelli d’Italia a Bruxelles. Raffaele Fitto, commissario europeo alle Politiche Regionali e di Coesione, ha avanzato la proposta di riallocare i fondi strutturali europei esistenti (come il Fondo di coesione e il Fondo europeo di sviluppo regionale) per contrastare il caro energia e la carenza di approvvigionamenti causata dalla crisi dello Stretto di Hormuz.
Roma, non a caso, si è detta favorevole, ma molte regioni europee hanno alzato un muro di proteste contro il cambio di destinazione delle risorse territoriali. Ma va detto che, ad ogni modo, per quanto articolata possa essere la strategia che sembra mettere d’accordo Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, si muove completamente all’interno della gabbia dei vincoli europei.
E anzi, non solo non ne mette in discussione l’indirizzo bellicista, ma lo promuove attivamente, al di là della retorica e della propaganda. In un’intervista a Mattino Cinque del 28 maggio, la presidente del Consiglio ha affermato che “non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa” e non per il costo del pieno e delle bollette. I dati, però dicono esattamente questo.
Lasciando da parte i trucchi di bilancio per dichiarare il raggiungimento del 2% del PIL in spese militari, in conformità con le richieste della NATO, l’Osservatorio Mil€x stima che sia stato comunque toccato il record, in termini assoluti, di spesa nel settore bellico: circa 33,9 miliardi di euro, intorno all’1,46% del PIL.
Soprattutto, il trend di crescita per l’acquisto di nuovi sistemi d’arma resta reale e ai massimi storici. Infatti, i fondi stanziati per il 2026 raggiungono i 13,1 miliardi di euro (+60% rispetto al 2022), con impegni pluriennali già approvati dal Parlamento che superano i 36 miliardi di euro. Nei prossimi 15 anni si preventivano addirittura impegni per 130 miliardi.
Insomma, il governo sta trattando non un cambio di rotta che risponda alla maggioranza della popolazione, quanto piuttosto i tempi e i ritmi del massacro sociale inevitabile, dentro la gabbia europea e con la necessità di spendere ogni centesimo disponibile nella tendenza alla guerra. Per fare in modo che non sia l’attuale maggioranza a pagarne lo scotto elettorale.
Non bisognerà attendere troppi giorni per capire come evolverà la situazione. Intanto, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha convocato un vertice informale sulla sicurezza nel formato “E5” (che oltre alla Germania coinvolge il Regno Unito, la Francia, la Polonia e l’Italia) a Berlino per il 2 giugno, suscitando l’irritazione italiana, dato che si tratta della Festa della Repubblica, giornata in cui tra l’altro è prevista la tradizionale parata delle forze armate.
Roma ha chiesto formalmente un rinvio al 3 o 4 giugno (quando tra l’altro dovrebbe essere ormai nota la risposta della Commissione alla lettera del 18 maggio), ma Tajani già si prepara a partecipare nel caso in cui non venga concesso. È in sostanza sempre maggiore la pressione sugli assetti europei, che possono essere superati solo con uno strappo in cui ci saranno vincitori e vinti. Il governo non vuole essere tra gli ultimi, o per lo meno non fino a dopo le elezioni generali.
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