La scuola neoliberale nasce dentro una precisa fase storica: essa è stata pensata contemporaneamente alla costruzione dell’Europa di Maastricht; l’ERT infatti non elabora solo sulla scuola, ma è uno dei motori propulsori delle controriforme pensionistiche, della flessibilità del mondo del lavoro, delle privatizzazioni di enormi settori di stato sociale, ecc.: ERT è di fatto una delle potenti lobby che sta dietro l’Europa di Mastricht e al suo progetto di costruzione di un polo imperialistico continentale.
Si tratta di un processo complessivo di cui la scuola è solo un segmento per quanto decisivo; nella strategia di Lisbona del marzo 2000 l’UE si dava l’obiettivo di “diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”, un’economia che dunque metteva al centro delle trasformazioni i sistemi di istruzione per rispondere ai meccanismi di accumulazione caratterizzanti una precisa fase storica: globalizzazione, liberalizzazioni, flessibilizzazione del lavoro, espansione nel mercato mondiale e quindi centralità del capitale umano e l’idea che l’individuo debba formarsi continuamente per essere competitivo.
I sistemi formativi dovevano, come ben aveva visto Nico Hirtt già all’inizio degli anni 20003, produrre capitale umano a carattere duale, adatto dunque alle nuove forme del lavoro: da un lato lavoro mentale selezionato, padrone delle nuove tecnologie e, aggiungiamo, capace di guidare le delocalizzazioni; dall’altra manodopera non qualificata in parte assicurata dal lavoro migrante e in parte da masse europee destinate principalmente ai servizi.
La scuola neoliberale era classista, riduttiva, erodeva decenni di conquiste, ma era coerente, la proposta sovrastrutturale corrispondeva cioè alla struttura che l’aveva messa in campo.
Oggi però quell’orizzonte scricchiola attraversato com’è dalla crisi della globalizzazione che è crisi delle catene del valore, crisi ecologica, crisi del lavoro salariato, crisi delle classi medie, crisi demografica, crisi geopolitica, ritorno della guerra, intervento statale, protezionismi, competizione tra blocchi.
Tutti elementi che mettono in difficoltà l’idea di scuola costruita negli anni del neoliberismo trionfante: la scuola neoliberale vacilla perché vacilla il mondo che l’ha prodotta e ciò è quasi ovvio perché la scuola neoliberale è una forma storica della scuola capitalistica, non è eterna, è la scuola adeguata a una fase specifica del capitalismo e se quella fase entra in crisi, anche la sua scuola entra in crisi.
La promessa centrale su cui si fondava la scuola neoliberale — trasformare l’istruzione in investimento individuale capace di garantire occupabilità, merito e mobilità sociale — appare sempre meno credibile dentro una società segnata da disuguaglianze crescenti che la scuola non sa colmare, ma anzi tende a riprodurre.
Il futuro oggi non si presenta più come promessa, ma come minaccia: se l’accumulazione di competenze non assicura mobilità sociale e la qualificazione non protegge dal lavoro povero, allora la narrazione della scuola neoliberale non convince più; nella sua fase ascendente poteva dire agli studenti: «Formatevi, accumulate competenze, siate flessibili, diventate imprenditori di voi stessi, e il mercato vi premierà»; oggi questo racconto incontra un limite materiale sempre più evidente perché per molti giovani, anche istruiti, il futuro lavorativo significa precarietà, salari bassi, stage, contratti intermittenti, lavoro gratuito mascherato da formazione, impossibilità di progettare autonomia personale.
Non si tratta solo di propaganda e di percezione, ma di condizioni strutturali: la crisi della globalizzazione coincide con la crisi della scuola neoliberale e questo è un elemento deciso da mettere a fuoco; infatti in tutti i passaggi storici, anche quelli più progressivi, la scuola risponde a una doppia esigenza delle classi dominanti: da un lato realizzare la formazione di forza lavoro adeguata ai coevi meccanismi di accumulazione, dall’altro essere strumento di divulgazione e legittimazione dell’ideologia dominante.
Se i due aspetti entrano in contraddizione, si apre uno spazio di delegittimazione e insieme di costruzione dell’alternativa.
È qui che emerge la crisi come crisi egemonica non tanto perché la classe dirigente non continui ad amministrare la scuola attraverso i dispositivi neoliberali (gli unici che ha portato a sistema e che sa utilizzare e che coincidono con i meccanismi di accumulazione neoliberisti ancora imperanti), ma perché non riesce ancora a fare sintesi e procede dentro una contraddizione figlia di rapporti sociali che non sa governare.
E la scuola registra con evidenza questa situazione contenendo al suo interno due istanze tra loro contraddittorie: da un lato l’individualismo meritocratico, che scarica sul singolo la responsabilità del proprio successo o fallimento oscurando completamente le dinamiche sociali in cui è inserito (la società scompare e restano solamente individui monadi); dall’altro lato però la scuola si muove anche verso la formazione a un senso di appartenenza collettiva di tipo nazionalistico, funzionale alla coesione disciplinare e alla mobilitazione ideologica.
La scuola oggi non è più soltanto governata dal paradigma dell’impresa perché i dispositivi neoliberali si combinano con nuove forme di disciplinamento ideologico, nazionale, securitario e digitale e gli interventi sulle indicazioni nazionali, sulle linee guida di educazione civica, sul disciplinamento degli studenti, sulla presenza invasiva dei militari sembrano negare i presupposti individualistici della scuola neoliberale.
Le linee guida di Valditara sull’educazione civica, in cui si parla di «carattere personalistico della nostra Costituzione», sono la plastica rappresentazione di questo dualismo.
È questa contraddizione che indica la crisi e se è vero che le contraddizioni mettono in moto la realtà, la direzione che tali spostamenti prenderanno non è automatica perché crisi dell’egemonia non significa fine del dominio, anzi quel dominio può diventare ancora più forte, può aumentare la sua coercizione amministrativa e spingere sempre più avanti i dispositivi neoliberali, come dimostra la recente riforma dei tecnici; spesso i paradigmi in crisi diventano più autoritari, più tecnici, più burocratici, possono essere delegittimati culturalmente, ma rafforzati istituzionalmente.
In questo senso la crisi della scuola neoliberale non coincide necessariamente con l’avanzata di una scuola emancipativa, ma apre una frattura e crea uno spazio politico e culturale e questa è, propriamente, una battaglia per l’egemonia: bisogna contendere alla classe dirigente la definizione stessa di che cosa sia la scuola, a che cosa serva, quali soggetti debba formare e per quale società.
Occorre cioè stare dentro la crisi prima che quella contraddizione venga risolta in senso autoritario. E ciò è tanto più necessario perché, giacché le contraddizioni tendono sempre a un loro superamento, oggi le classi dirigenti sembrano muoversi per ritrovare una propria sintesi: la scuola neoliberale, pur avendo ormai perso la base materiale che ne aveva consentito l’espansione e la legittimazione, continua a essere riprodotta come modello dominante; essa cioè conserva i suoi strumenti, ma non può più utilizzarli come nella sua fase ascendente poiché essi tendono ad assolvere una funzione nuova perché nuova è la fase in cui si inseriscono.
(segue)
Vedi la prima puntata: La crisi della scuola neoliberale e la battaglia per l’egemonia/1 – Contropiano
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