Ultimamente si sente riparlare di comunismo. Da parte di pochissimi intellettuali ovviamente, non da tecno-criminali o capi di stato, da Parlamenti, Congressi, Knesset o come li si voglia chiamare. Da chi, in altri termini, pensa ancora con il lascito storico da rileggere con profondità, indispensabile per capire tendenze già presenti di quello che si chiama futuro.
“La potenza predittiva”, per riprendere le stesse parole di E. Brancaccio nel suo ultimo libro Libercomunismo, o per citare anche L. Canfora nel suo Comunismo, un’altra storia, è necessario capire come la cultura europea possa ritrovare una propria “anima”, per evitare l’insignificanza geopolitica ove la decadenza si combatte attraverso la memoria critica e la capacità di affrontare le contraddizioni del presente, senza rifugiarsi in nostalgie sterili.
Tesi da prendere in considerazione nella riflessione di questo difficile e frammentato presente, all’indomani dello storico incontro Usa-Cina, i cui risultati offrono controverse interpretazioni e soprattutto problematici sviluppi.
Una lettura che sembra convincente nel senso di aderenza alla realtà che monitoriamo con “fatti” più o meno quotidiani o comunque legati tra loro, è quella su cui Canfora insiste e cioè il processo inarrestabile di una “ricolonizzazione” occidentale successiva alla “decolonizzazione” avvenuta in seguito alla fine della II° Guerra Mondiale, quale onda lunga della rivoluzione russa del 1917.
Riportando poi sempre lo stesso un pensiero di Lenin del 1913, in attesa della mancata rivoluzione in Europa, apprendiamo una capacità predittiva da parte di Lenin basata sull’analisi del reale, per cui allora scrisse: “Gli armamenti folli e la politica dell’imperialismo danno all’Europa una ‘pace sociale’ che assomiglia piuttosto a un barile di dinamite”.
L’ulteriore scritto leniniano su Il risveglio dell’Asia – riporta Canfora – “già conteneva in nuce tutto lo sviluppo successivo del nuovo comunismo. La partita, gigantesca, non riguardava più l’élite operaia di questo o quel paese progredito dell’Europa occidentale: riguardava lo scontro, inevitabile, tra l’imperialismo e il pianeta.”
È di questo scontro, attuale infatti, che cerchiamo noi ora di approntare una lettura – come si può, cioè senza informazioni dirette, e per forza già mediate e quindi potenzialmente devianti – di uno scontro/incontro che i grandi imperialismi stanno effettuando.
Da questi contatti, dopo Trump anche Putin è andato a Pechino, sembra si sia profilato un aspetto possibile del cosiddetto comunismo, sempre osteggiato dal mondo che vagheggiava di chiamarsi libero, comunismo che prevedeva prioritariamente un necessario superamento di questo modo di produzione, verso sbocchi al momento invisibili e pertanto da individuare con il concorso di tutti.
Sembra che Trump e Xi abbiano concordato sulla necessità di riaprire lo stretto di Hormuz, ma Trump continua a minacciare interventi armati contro l’Iran, disinteressato peraltro all’avanzata distruttrice dell’IDF in Libano, quasi la guerra iniziata in tandem, si fosse divisa per un po’, per sua natura, in due obiettivi indipendenti se non contrastanti.
Obiettivo voluto o meno, con la chiusura di Hormuz l’economia mondiale ha subìto contraccolpi sulle forniture energetiche e non solo, in particolare l’Europa già salassata dalla guerra imposta dalla Nato in Ucraina, diminuendo così il divario con l’economia americana pienamente in crisi, e con un debito estero insostenibile di quasi 40.000 mld $, più i 29 mld $ finora costati per la guerra all’Iran.
Quindi, il declino disperato e militarizzato della potenza americana mostra un’impotenza del liberismo finora dominante nel produrre il benessere solo pubblicizzato.
La proposta di convivenza cinese, all’opposto, si basa su un superamento delle crisi mediante un’economia con basi energetiche non più fossili, ma rinnovabili, e pertanto più indipendenti da altri paesi, e una capacità produttiva ancora da generalizzare nei paesi più poveri.
Il meccanismo automatizzato crisi di capitale / guerra ristabilizzante il sistema, sarebbe pertanto annullato o diversamente sotto controllo pacificabile.
La necessità di non dismettere una diplomazia coercitiva nei confronti di un Iran deciso a resistere alle “pretese eccessive” americane, entra poi a pieno titolo nello scontro Trump-Prevost, scontro non interamericano come negli intenti suprematisti trumpiani, ma tra un imperialismo e un suo freno da parte di un potere altro, ma con autorevolezza politica, che di fatto rappresenta i ¾ del pianeta, nella difesa della vita e negazione della guerra.
Di qui l’errore di Trump nell’alienarsi i voti cattolici, e non solo del proprio elettorato, e il deciso dissenso di tutto il mondo politico e non, che riconosce comunque nel Papa di Roma un’autorità spirituale incontrastabile, rispetto alle miserabili mascherate di vanità oscena di un presidente degli US che si trucca da palazzinaro di riviera a Gaza, da re, da papa, da Cristo, e, ultima in ordine di tempo, con il cappellino MAGA puntando minacciosamente l’indice, insieme a navi da guerra americane dove vicino c’è scritto “calma prima della tempesta”.
A riprova di questo vano e orchestrato delirio si aggiunge un appello del presidente iraniano Pezeshkian proprio al Papa, chiedendo che “le nazioni contrastino le richieste degli Usa”, denunciati anche per “crimini di guerra”, le cui richieste consistono nel voler controllare Hormuz, bombardare gli obiettivi militari e prelevare l’uranio iraniano.
È chiaro che chi controlla Hormuz, come pure Bab el-Mandeb, Suez, Gibilterra, Bosforo, ecc., cioè i già ricordati “colli di bottiglia”, mantiene il dominio sulla scambiabilità delle merci e quindi sulle economie del pianeta. Al contrario, da parte iraniana si attuano negoziati per ottenere il transito delle navi, e già sono passate quelle cinesi, giapponesi e pakistane, in prospettiva tutte quelle dei paesi che collaboreranno con l’Iran.
Da ciò che viene ufficialmente dichiarato, sembra che entro 24 ore gli Usa potrebbero riprendere i bombardamenti su un Iran di cui non dovrà rimanere più niente, coinvolgendo anche le forze israeliane già in preparativi.
La tattica delle minacce sembra sempre più nascondere un’impasse da cui lo stato Usa non riesce a uscire con una vittoria invece sbandierata, cercando solo di suddividere le perdite e i danni sulle basi Usa come possibile, nella inequivocabile perdita di controllo reale.
Quale sarà la posizione cinese dopo la netta volontà espressa di non proseguire le ostilità contro l’Iran, è l’incognita che consegna tutti noi nella continua attesa di fronte alla fluidità di interessi e impegni trasversali in questo continuo divenire.
La sua politica nello stare dietro le quinte mantenendo però l’appoggio all’Iran nella fornitura di intelligence e osteggiando l’illegalità delle sanzioni Usa, cui non riconosce la giurisdizione extraterritoriale, mira a mantenere gli americani in una condizione logorante anche sul piano finanziario.
La rapina del plusvalore mondiale non è più compatibile con la de-dollarizzazione in atto da tempo, i dazi da imporre hanno mostrato i loro limiti nelle rispettive ripercussioni, mentre la Cina è ora la prima potenza mondiale per la sua solida costruzione sulla produzione reale e per l’utilizzo dello yuan in molte transazioni asiatiche e mediorientali.
Se un ordine multipolare dovesse scaturire da una fine dei vari conflitti in corso, il sistema attuale subirebbe modifiche sostanziali in primo luogo nella diversificazione delle riserve valutarie e nella costruzione di reti di sicurezza parallele.
Questo moribondo Occidente tenta ancora l’ultima ricolonizzazione, con i 17 Ceo sbarcati a Pechino per affari loro da incrementare, col sostare nella crisi tramite l’estorsione di plusvalore dalle industrie delle armi e dalla guerra permanente, ed ora inserendosi nel vastissimo mercato cinese.
Chi è in grado di ripensare la storia fin qui giunta nell’ipotesi di un possibile comunismo non può offrire epiloghi certi. L’incessante necessità di attuare un’effettiva democrazia come premessa, o addirittura coincidenza col comunismo, è il percorso storico stesso dell’ineguaglianza sociale sempre più lancinante, che spinge al mutamento ormai planetario.
La parte “sbagliata” del mondo anche nei video-propaganda di tutto un popolo, comprese le donne iraniane velate in nero col kalašnikov in mano per difendere il proprio paese, è l’insopprimibile nemico, ancorché qui non attendibile, della potenza militare più forte al mondo, posto di fronte allo sterminio totale o al conveniente decoroso ritiro.
La tregua attuale, per rifornirsi, dovrà forse far riesplodere un’ondata dimostrativa di bombardamenti per rendere credibile una vittoria da ribadire, nella sostanziale sconfitta però del sistema che ha svuotato i sostegni economici che avrebbero garantito una permanente superiorità, alla nazione storicamente maturatasi negli Usa.
Attendiamo la sorte di questo confronto alleggerendo la situazione, nel ricordare ironicamente, quale involontaria temibile anticipazione di questo incontro/scontro, il celebre classico film americano del 1957 “Sfida all’OK Corrall”.
(20/05/26)
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